La sberla verde alla Svizzera può farci neri
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La sentenza della Cedu che condanna Berna per la sua inerzia sul clima è una follia: come può un piccolo Paese condizionare il riscaldamento globale? Il verdetto, inoltre, espone a possibili ricorsi e sanzioni ogni Stato e scavalca parlamenti e governi.

Chi inquina il pianeta dolente? La Svizzera. Chi mette a rischio il futuro di milioni di giovani avvelenati dai gas serra? Ancora la Svizzera. E chi provoca l’innalzamento degli oceani e lo scioglimento dei ghiacciai? Sempre gli svizzeri, che non avendo il mare se ne stanno sulla Jungfrau a vedere l’effetto che fa.

Sembra uno sketch di Maurizio Crozza travestito da Roger Federer, invece è la sentenza della settimana della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha costretto Berna a staccare un assegno di 80.000 euro per risarcire le spese legali di 2.500 nonne del clima, furibonde per «non essere state protette dallo Stato contro il cambiamento climatico».

Tutto vero come abbiamo scritto anche ieri. L’associazione KlimaSeniorinnen (Anziane per il clima), composta da un buon numero di Grete degli anni 50, ha fatto causa al governo federale, «incapace di porre in atto provvedimenti decisivi per evitare 40 anni di danni di catastrofi naturali con conseguenze negative sulla salute dei cittadini». Tutto così empirico, fumoso e politicamente strumentale che le corti elvetiche avevano rigettato i ricorsi, costringendo le irascibili nonne a rivolgersi (con successo) alla Cedu.

La vicenda entra di diritto nella collezione di «Strano ma vero» edizione 2024, ma merita qualche riga di compita riflessione, perché la Corte europea, nella prima sentenza di questo genere, ha sottolineato che «gli sconvolgimenti ai quali il vecchio continente è andato incontro hanno causato perdite per 487 miliardi di euro» per via delle esondazioni di fiumi, degli incendi boschivi, dell’aumento di malattie polmonari e psicologiche delle persone. Tutta colpa della Svizzera? Improbabile, anche perché fra i tanti numeri citati per sostenere le accuse ne manca uno: lo 0,1% (dato del 2013 a scendere) del contributo elvetico all’inquinamento del pianeta.

Quisquilie rispetto a Cina, India, Stati Uniti, che sono fuori giurisdizione. Ma che se fossero dentro trasformerebbero i dispositivi di condanna in aeroplanini di carta. Nell’Europa occidentale, luna park del radicalismo progressista, è invece possibile che nuovi ricorsi di questo tipo abbiano udienza a Strasburgo. Per la verità ci hanno provato anche associazioni ambientaliste francesi (dossier rigettato per incompetenza) e portoghesi (dossier rigettato per errore di procedura).

A ben vedere si tratta di un altro colpo di piccone alla neutralità rossocrociata, dopo quelli al segreto bancario e al Moretto, delizia di crema e cioccolato messa fuorilegge per via di quel nome lievemente razzista. Nonostante gli sforzi per dotarsi di energia pulita (cinque centrali nucleari più tre reattori di ricerca), la Svizzera è sotto accusa. E dove non è riuscita ad arrivare la lunga mano verde di Bruxelles è arrivata la Corte dei miracoli, impegnata da tempo a sostituirsi ai tribunali nazionali e a imporre in modo anche arbitrario l’europeizzazione del Diritto. Per correre ai ripari, il Consiglio federale di Berna ha fatto sapere che contribuirà con 135 milioni di franchi, nei prossimi quattro anni, al «Fondo verde per il clima», un sostegno ai Paesi in via di sviluppo per raggiungere gli obiettivi climatici internazionali. Un esercizio di greenwashing in purezza.

Al di là dei sorrisi di condiscendenza lo scenario è inquietante per tre motivi. Il primo è la conferma che nessun Paese in Europa è più libero di adottare provvedimenti che non siano in sintonia con la narrazione Ue, in barba alla sovranità nazionale. Il secondo riguarda l’allargamento del fronte: oggi è toccato a Berna, domani potrebbe toccare ad altri trovarsi nel mirino del radicalismo ambientalista. Per esempio all’Italia, dove il fanatismo green è una realtà consistente. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, però mostra tranquillità. «Non rischiamo l’effetto Svizzera perché stiamo rispettando la programmazione Ue e abbiamo presentato il Piano Energia con un percorso al 2030 e al 2050 per la decarbonizzazione». Il terzo motivo di preoccupazione è il più grave: sostituire prerogative parlamentari con sentenze di tribunali speciali è un vizio italiano (sull’eutanasia, sull’iscrizione di figli nati con l’utero in affitto, perfino sul Ramadan) che sta prendendo piede nel resto d’Europa. Con un sostanziale «inquinamento» del risultato di libere elezioni.

Come da definizione, la Corte europea dei diritti dell’uomo si occupa di tutto, dalle carcerazioni ingiuste alle rotte dei migranti, alle favole lituane con riferimenti omosessuali. È una metafora del dibattito pubblico, un’emanazione ideologica (anche se autonoma) del socialismo continentale. Un anno fa riuscì a condannare il nostro Paese per la legge 41bis, confezionata su misura per gli ex capi di Cosa Nostra. Secondo i giudici di Strasburgo riservare un’attenzione particolare a Bernardo Provenzano e Marcello Viola era «tortura». Si consolino gli svizzeri, sono in buona compagnia.

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