Non si placano le acque attorno al ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede. L’ultima grana, per il Guardasigilli, ha l’aspetto di un emendamento al decreto numero 28 dello scorso 30 aprile, quello con cui lo stesso Bonafede ha cercato di rimediare al disastro della scarcerazione di centinaia di detenuti pericolosi e di alcuni boss mafiosi, e che oggi è in discussione al Senato, in prima lettura.
L’emendamento approda oggi pomeriggio in commissione Giustizia, al Senato, e punta ad aumentare di due anni, da 70 a 72, l’età pensionabile dei magistrati. Ma la proposta di modifica sembra proprio un dispetto nei confronti del ministro, che infatti ha dato parere contrario. A presentare l’emendamento, in modo del tutto irrituale e senza concordarlo con il Guardasigilli, sono stati dieci senatori del M5s, tra i quali il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra, l’ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, ed Elio Lannutti. È una pattuglia di esponenti grillini critici sulla gestione del partito e soprattutto in materia di giustizia, tra cui spicca Mario Michele Giarrusso, che due mesi fa è stato addirittura espulso dal M5s e ancora ieri, intervistato dalla Verità, ha accusato Bonafede di aver scelto uomini e di avere addirittura mentito al Parlamento sulle scarcerazioni.
Insomma, Bonafede resta saldamente circondato dai guai. Contro di lui non si placa lo scandalo delle scarcerazioni dei boss mafiosi. Contro di lui continua (come mostra l’attacco di Giarrusso) la polemica sulle nomine dei funzionari ai vertici del ministero, fatte da Bonafede al suo arrivo in via Arenula nel giugno 2018 e oggi macchiate del sospetto di un indecoroso gioco di potere tra le correnti della magistratura grazie alle intercettazioni del pm Luca Palamara. Il ministro non sembra in grado nemmeno di accelerare la necessaria riforma del Csm, squassato com’è proprio dallo scandalo Palamara, e ha rinviato alla prossima settimana la presentazione di un suo testo al Consiglio dei ministri. In tutto questo, ora il ministro è costretto a ballare anche sull’emendamento dei suoi senatori, che non è certo passato inosservato, anche perché è stato subito ribattezzato «emendamento Davigo».
Se accolto, infatti, l’emendamento grillino avrebbe ovviamente un effetto generale, ma c’è chi ha scritto sia una norma «ad personam» che potrebbe riguardare in particolare Piercamillo Davigo, fondatore e leader della corrente Autonomia & indipendenza e tra i magistrati più apprezzati dal M5s, nonché dal settembre 2018 membro togato del Consiglio superiore della magistratura.
In base alla riforma voluta nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, che di colpo aveva abbassato l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70 anni (e aveva aperto una stagione di svariate centinaia di nomine, scatenando gli appetiti e chissà quali giochi nel suk delle correnti), allo scoccare del suo prossimo compleanno, e cioè il 20 ottobre, il settantenne Davigo dovrebbe andare in pensione. A quel punto, il magistrato dovrebbe lasciare anche il suo seggio al Csm.
Va precisato che lo stesso Davigo da tempo si protesta del tutto estraneo all’iniziativa e minaccia querele ai giornali che soltanto osino impiegare l’espressione «emendamento Davigo»: è così dal 2017, quando un emendamento firmato dal senatore grillino Vito Crimi aveva inutilmente proposto di piazzare l’allungamento dell’età pensionabile dei magistrati 70 a 72 anni nel decreto Milleproroghe. Lo stesso è accaduto all’inizio dello scorso maggio, quando un’identica proposta era stata presentata alla Camera dal Pd e da Fratelli d’Italia come modifica al decreto Rilancio. «Quegli emendamenti», ricorda Pierantonio Zanettin, ex consigliere del Csm e oggi deputato di Forza Italia, «sono stati però dichiarati inammissibili dalla Camera perché rivolti a un decreto incoerente per materia».
Da questo punto di vista, il nuovo emendamento grillino ha almeno il pregio di essere in linea con la materia del decreto che vorrebbe modificare. La proposta dei dieci senatori grillini stabilisce in particolare che ogni magistrato vicino ai 70 anni e «in servizio alla data del primo maggio 2020», possa chiedere l’allungamento di 24 mesi per il suo collocamento a riposo, con una «dichiarazione da presentare entro il 31 luglio 2020».
L’emendamento offre anche l’anomala possibilità retroattiva di tornare in servizio a chi sia andato in pensione dopo il 30 aprile 2019. Se fosse approvato, quindi, in teoria potrebbe tornare al lavoro perfino Giuseppe Pignatone, che era andato in pensione l’8 maggio 2019, lasciando libero il posto di procuratore di Roma: una poltrona cruciale, sulla quale – sempre in base alle intercettazioni di Palamara – un anno fa si erano giocati i peggiori giochi di potere tra le correnti della magistratura, fuori e dentro il Csm.
Si vedrà ora quale sarà il destino dell’emendamento. Quasi certamente non dovrebbe passare. Giacomo Caliendo, senatore di Forza Italia in commissione Giustizia, preannuncia il suo voto contrario: «Non ha molto senso», dice alla Verità, «perché oggi non esiste nemmeno la necessità di coprire organici».
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