2021-11-28
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: gli inviti di Natale
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C’è un silenzio che pesa più di mille conferenze stampa. È quello, ovattato e impeccabile come un tailleur di haute couture, della sempre elegantissima presidente della Bce. Christine Lagarde non parla. Non chiarisce, nè smentisce la ricosstruzione del Financial Times sul suo stipendio. O meglio: sulla paga vera, quella che è parecchio più robusta di quanto ufficialmente dichiarato. 726.000 euro l’anno rispetto a 466.000 reso noto dalla Bce. Tradotto in termini comprensibili anche a chi non frequenta Francoforte: circa 2.000 euro al giorno.
Sabati, domeniche e festività inclusi. Ora, in un’Europa dove si predica rigore come fosse una religione laica e si chiede sobrietà con la stessa inflessione morale con cui le mamme invitano il figlio recalcitrante a finire il piatto, il silenzio della presidente suona come una stecca in un concerto di musica barocca. Stona. E molto. Il punto non è solo l’ammontare dello stipendio che risulta quadruplo di quello del collega Jay Powell, presidente della Fed. Ancora più grave e la mancanza di trasparenza. Il problema è questo, ed è enorme: la credibilità. Quella sì, è il capitale più prezioso di un banchiere centrale. Più dell’oro nei caveau, più dei bazooka monetari, più delle previsioni economiche scritte in «banco centralese».
E la Lagarde, con questo silenzio sulla paga «nascosta», la credibilità l’ha bruciata in un attimo. Un attimo lungo quanto basta per ricordarci che la Bce non è solo tassi e spread, ma anche fiducia. Fiducia dei mercati, certo, ma anche dei cittadini europei cui vengono chiesti sacrifici mentre qualcuno, ai piani alti, sembra giocare a nascondino con le cifre. Una situazione resa ancora più inaccettabile dal Protocollo sui privilegio e sulle immunità dell’Unione europea. Un elenco di benefici fiscali e personali che rende i vertici europei molto simili a principi rinascimentali. Ricchi ed esenti da tutti gli obblighi che vincolano tutti gli altri cittadini europei.
A questo punto il paragone è inevitabile. Mario Draghi, luglio 2012. Londra. Una frase che è entrata nei manuali di storia economica prima ancora di finire sui titoli dei giornali: «Whatever it takes». Faremo tutto il necessario per salvare l’euro. Bastò quello. Non un piano dettagliato, non una tabella Excel, non una slide. Bastò la credibilità personale di chi parlava. I mercati si calmarono, gli spread rientrarono, l’euro smise di tremare.
Ecco, oggi siamo all’esatto opposto. La Lagarde non dice nulla. E il nulla, in finanza, è spesso più pericoloso di una cattiva notizia.
Del resto, la storia della sua presidenza è costellata di spropositi. Memorabile la prima conferenza stampa da presidente, quando dichiarò con leggerezza che non era compito della Bce chiudere gli spread. Panico immediato sui mercati, titoli di Stato sotto pressione, Italia nel mirino. Poche ore dopo, la retromarcia. Rettifica. Precisazione. Traduzione: scusate, non intendevo proprio quello. Ma intanto il danno era fatto.
Da allora, una sequenza di comunicazioni infelici, frasi mal calibrate, toni spesso fuori registro per chi guida una delle due banche centrali più importanti del mondo. Con l’ Italia nel mirino. Ora ci si mette anche la questione stipendio, che dà corpo - finalmente con numeri e non solo con sussurri - alle voci che circolano nei corridoi europei: dimissioni anticipate.
Fantapolitica? Forse. Ma non troppo. Perché quando la credibilità evapora, la poltrona inizia a scottare. E a Francoforte già si guardano intorno.
La Germania, manco a dirlo, è pronta. Da sempre. In pole position ci sarebbe Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, rigorista di scuola classica, oppure Isabel Schnabel, membro del board Bce, falco dichiarato e volto rassicurante per Berlino. Un ritorno dell’ortodossia tedesca al comando della politica monetaria europea.
Ma qui si apre un altro capitolo, tutto politico. Perché due tedeschi ai vertici dell’Europa non si possono avere. Se alla Bce arriva un tedesco, allora qualcuno dovrebbe fare le valigie a Bruxelles. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, non potrebbe restare. Equilibri, pesi e contrappesi. L’Unione è soprattutto una questione di geometrie nazionali.
Insomma, da uno stipendio taciuto emergono scenari enormi. Altro che gossip da palazzo. Qui si parla di assetti di potere, di leadership europea, di futuro della politica monetaria. E tutto perché la presidente più elegante di Francoforte ha scelto il silenzio invece della chiarezza.
A volte, per un banchiere centrale, dire la verità costa meno di 2 mila euro al giorno. Ma rende molto di più. In credibilità. E in storia.
«Per l’audio sugli “occhi spaccanti” ho subito un’uccisione pubblica. Mi hanno trattato come un appestato, mi sono sentito solo». Lo ha detto Raoul Bova dal palco di Atreju nel corso di un dibattito sul bullismo, raccontando degli insulti che gli sono arrivati online dopo la diffusione di alcuni suoi audio messaggi inviati alla ventitreenne Martina Ceretti. Non erano messaggi molesti o non richiesti, no. Erano scambi privati fra due persone apparentemente consenzienti. «Sono stato sbeffeggiato, ridicolizzato, tutto è diventato virale, tutti gli strati sociali, tutti sapevano di questa storia, di questa parola famosa, occhi spaccanti, è stata la parola più in voga: prima della guerra, prima delle persone uccise, prima dei femminicidi, questa è stata l’Italia nell’estate che mi ha massacrato», ha detto ancora Bova. E ovviamente c’è chi lo ha accusato di fare troppo la vittima.
Riportiamo queste parole e ritorniamo sulla faccenda degli «occhi spaccanti» non perché ci interessi giudicare l’attore e la sua gestione dei rapporti amorosi e famigliari. Sono affari suoi, può fare quello che vuole e ha diritto alla privacy anche se è un personaggio pubblico. Ci torniamo perché quelle sue frasi di qualche mese fa cozzano un po’ con le parole pubblicate sui social (e riprese con enfasi da alcuni quotidiani) da Beatrice Arnera, comica e attrice di successo che risulta essere l’attuale compagna di Bova.
Quest’ultima, è noto, era legata al collega Andrea Pisani, con cui ha avuto una figlia. La cosa non era affatto un mistero né un affare privato: ogni giorno i due pubblicavano online momenti della loro vita quotidiana, hanno trasformato la loro coppia e la loro vita reale in una sorta di sitcom per altro molto simpatica. Solo che poi si sono lasciati e la Arnera si è messa con Bova. Pisani non l’ha presa bene, anche comprensibilmente. È stato a lungo in silenzio, poi - in ottobre - si è fatto scappare una feroce battuta (in cui citava Bova) nella trasmissione Lol e in novembre ha concesso una intervista a Gianluca Gazzoli nel podcast Basement in cui si mostrava sostanzialmente devastato dall’accaduto.
Ebbene, secondo la Arnera quella intervista ha acceso la miccia dell’odio contro la «donna traditrice». Da lì lo sfogo sui social. «Una donna che si separa e mesi dopo sceglie di iniziare una nuova relazione è perseguitata da messaggi di odio, minacce e inviti al suicidio», ha scritto la Arnera. «Nel 2026. Sono mesi che vivo questa condizione. Mesi. Precisamente dall’uscita della puntata del Basement in cui il conduttore Gianluca Gazzoli si improvvisa psicoterapeuta e il padre di mia figlia racconta una storia piena di inesattezze».
E ancora: «Nessuna donna dovrebbe avere paura di lasciare il proprio partner. Nessun essere umano dovrebbe provare vergogna o timore di subire ripercussioni se decide di lasciare il proprio partner. [...] Insegnerò a mia figlia che, se non sta più bene, è libera di andarsene, da qualsiasi situazione. Senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera. Perché grazie a Dio non siamo sassi, siamo esseri umani e se non stiamo bene dove siamo, siamo liberi di andarcene. E dovrebbe essere un diritto, che non dovrebbe subire conseguenze violente, insulti, minacce di morte o gravi ripercussioni sul lavoro. Nel 2026».
Sinceramente ci importa davvero poco della dinamica della rottura fra Arnera e Pisani. Sono fatti loro, e di certo non spetta a noi giudicarli. A dirla tutta, ci dispiace pure che gli affari della coppia vengano pubblicamente discussi (e con pochissima sensibilità) sui giornali e sui social. Purtroppo era inevitabile che accadesse. Se le masse vengono coinvolte nella vita privata nei momenti felici, poi si sentiranno per forza di cose coinvolte e titolate a parlare anche negli istanti difficili, per quanto possa essere sgradevole. Ecco perché suono un filo fastidiosa la polemica pseudo femminista abbozzata dalla Arnera. La quale si lamenta che le donne vengano sottoposte «nel 2026» a scariche di odio poiché hanno interrotto una relazione. Come dimostrano le parole di Raul Bova, la stessa cosa accade ai maschi. I quali, per altro, sono quotidianamente sottoposti a una sorta di grottesca analisi collettiva che si risolve nella criminalizzazione un tanto al chilo. Si dice che i maschi vadano decostruiti perché violenti e oppressivi, si dice che siano responsabili del patriarcato imperante. E adesso si arriva a dire che se una celebrità riceve insulti online è colpa del sessismo che infetta l’Italia.
Sì, entrare con violenza anche solo verbale nella vita privata di persone che non hanno commesso alcun crimine è orrendo e disumano. E forse ha ragione Arnera quando rivendica di poter lasciare il suo compagno «senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera». Però i social e l’Italia intera, piaccia o no, non si sono intromessi da soli nella quotidianità della coppia famosa: sono stati coinvolti, e hanno portato visibilità, benefici e fama. Ora - ripetiamo: purtroppo - è emerso il lato oscuro e doloroso del meccanismo virtuale, che non ha pietà per nessuno. Nessuna minaccia è giustificata, in ogni caso. Ma si contesti allora la gogna social, si rifletta sull’uso di internet e la società del controllo a cui a volte si presta il fianco senza pensare alle conseguenze. Si tenga fuori il sessismo: l’odio online, in questa epoca contorta, investe tutti. E scaricare la colpa sui maschi cattivi serve soltanto a lavarsi la coscienza.
Date cerchiate, il 22 e il 23 marzo. Manca solo l’ufficialità. Il guardasigilli, Carlo Nordio, suona la carica sul referendum della giustizia. E le opposizioni passano al contrattacco. Mentre prosegue spedita la raccolta di firme popolari, il «Comitato dei 15» è pronto a fare ricorso qualora l’esecutivo proceda a fissare l’appuntamento prima del 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale.
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
Continuano le attività diplomatiche dell’Ucraina per allinearsi con i partner occidentali sul piano di pace. È in questa cornice che ieri sono arrivati a Kiev i consiglieri per la sicurezza di quindici Paesi, Italia inclusa, e i rappresentanti dell’Unione europea e della Nato.
Nell’incontro, a cui ha partecipato anche il capo della delegazione ucraina Rustem Umerov, sono stati affrontati, in tre blocchi, l’elaborazione dei documenti quadro, le questioni di sicurezza e la ripresa economica. A essere coinvolto, in videocollegamento, è stato anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff. Umerov ha precisato che «si è parlato di investimenti, di ricostruzione, di creazione di posti di lavoro e di sostenibilità a lungo termine dello Stato». Ma a scendere più nei dettagli è stato il ministro dell’Economia ucraino, Oleksiy Sobolev: ha dichiarato che Kiev e gli alleati hanno stabilito che il Paese avrà bisogno di un pacchetto di 800 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per la ripresa economica.
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».

