L’islam detta le regole pure sui nostri cani
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Il crocefisso, il maiale, adesso il cane. La sottomissione un guinzaglio alla volta. Tutto offende il musulmano nelle nostre città. Il crocefisso nelle aule delle scuole pubbliche, tolto perché «escludente». Il maialino di marzapane nelle vetrine delle norcinerie, rimosso perché «urta la sensibilità». Il presepe di dicembre nelle scuole materne, spostato «per non ferire nessuno», salvo poi ferire tutti quelli che a Natale portano i figli a vedere Gesù bambino. Adesso, puntualissimo, arriva il turno dei cani.

L’episodio del Ferrarese e le prescrizioni

Sono najis. Impuri. Ritualmente sporchi. Per questo, l’altro giorno, un marocchino ha colpito alla testa una donna che portava a spasso il suo cagnolino a Portomaggiore, nel Ferrarese: non voleva condividere la strada con un animale considerato immondo.

Un hadith conservato nella raccolta di Muslim prescrive di lavare sette volte, una delle quali con la terra, il recipiente da cui un cane ha bevuto. Un altro, riportato da Bukhari, dice che gli angeli non entrano nella casa dove vive un cane. La traiettoria delle pretese è lineare e il metodo è sempre lo stesso: una prescrizione religiosa altrui viene rovesciata sul modo di vivere di casa nostra.

Il bersaglio scelto è un bersaglio fragile, o una donna o un anziano soli con il cagnolino al guinzaglio, il cane non è mai un doberman o un pitbull, gli aggressori sono sempre più di uno e sempre più spesso è presente anche una donna, ovviamente velata. Il primo pretesto è la vicinanza di una moschea, ma ormai anche essere in un quartiere islamico è sufficiente. Chi ha un cane con sé, si cerchi un taxi con autista non islamico e potrebbe avere qualche problema anche per l’autobus se l’autista è islamico.

I casi documentati che riguardano Islam e cani

C’è un livello ancora più basso di questa storia. Il livello del non vedente lasciato in piedi al bordo del marciapiede con il suo cane guida perché il tassista è musulmano. Non è un’iperbole polemica. È giurisprudenza.

Leicester, gennaio 2017: Abandi Kassim, minicab, condannato per aver rifiutato il ventiduenne cieco Charles Bloch e il suo cane guida Carlo dicendo alla telecamera «non prendo cani a causa della mia religione». Multa 340 sterline, spese 200, sovrattassa 50. Cambridge 2008: Sallahaddin Abdullah rifiuta una coppia di ciechi con cane guida, multa di 200 sterline. Letchworth 2012: un tassista dice al cieco Sean «sei benvenuto ma non prendo il tuo cane, sono musulmano». Reading, 2010: il signor Herridge, malato di cancro, pensionato, con cane guida, viene fatto scendere due volte in due anni da autobus condotti da musulmani. Il caso arriva in Camera dei Lord e il ministro dei Trasporti Norman Baker deve spiegare pubblicamente che l’obiezione religiosa non è motivo valido per espellere un cieco.

Netanya, 2021: un cieco fa causa a un ristorante arabo che gli ha negato l’ingresso col cane guida invocando la sharia. Kaohsiung, Taiwan, maggio 2025: un cieco di cognome Huang, portato con il cane in un ristorante musulmano, viene fatto sedere fuori mentre il cane resta in strada, «per motivi religiosi»; il Comune apre una sanzione fino a 50.000 dollari taiwanesi.

La portata del fenomeno e della tradizione

Per ognuno di questi episodi documentati ce ne sono mille passati sotto silenzio. Non sono episodi. Sono un fenomeno. Guide dogs UK 2024: il 79 per cento dei possessori di cani da assistenza ha subito rifiuti multipli in un anno, il 90 per cento almeno una volta nella vita. I minicab sono la categoria che rifiuta di più. In Francia il Défenseur des droits ha testato 30 taxi parigini con una cliente cieca: 13 rifiuti, il 43 per cento.

Il cane guida non è un vezzo borghese, sono le gambe e gli occhi di una persona disabile. Rifiutarlo è rifiutare lei. Il musulmano «moderato» che si offende, in quel momento, sceglie. In Italia il 37,7 per cento dei nuclei familiari vive con almeno un animale domestico. Nelle famiglie con figli piccoli la quota sale al 40,8 per cento. Sono i numeri di una civiltà dell’affetto.

Il legame fra l’Europa e il cane ha radici lunghissime, da Argo che aspetta Ulisse a San Rocco con il suo. È la benedizione degli animali che il 17 gennaio, per la festa di Sant’Antonio Abate, si rinnova in migliaia di parrocchie italiane, compresa piazza San Pietro. Il cane, in Europa, entra nella casa di Dio. Il cane è l’antidoto a quella solitudine che i medici oggi considerano un fattore di rischio per la salute paragonabile al fumo.

Le interpretazioni contrastanti dell’Islam sui cani

Il cane è najis? C’è chi, dentro l’islam, sostiene il contrario. Dar al-Ifta, l’organo egiziano che emette fatwe ufficiali, in un pronunciamento del 2015 sotto il gran muftì Ali Gomaa, dichiara testualmente che «tenere un cane in casa è lecito» e che l’hadith sugli angeli «non prova l’impurità del cane». Il cane, del resto, è protagonista positivo della sura diciottesima del Corano, al-Kahf, dove veglia sui sette dormienti, stendendo le zampe all’ingresso della grotta. Il Corano stesso ha messo un cane a fare la guardia a un miracolo.

Il Muslim council of Britain, dopo il caso di Cambridge, ha ammonito i correligionari: «Se un cane vi lecca, non è la fine del mondo. Tornate a casa e lavatevi». I dottori dell’islam sul cane litigano da mille anni.

Il confronto ideologico e le concessioni culturali

E allora la domanda è semplice: perché la versione muscolare, quella dei salafiti, dei fratelli musulmani e dei loro imitatori europei, pretende di imporre a noi una regola che neppure tutti i suoi teologi condividono? Perché in questa miserabile Europa di idioti vigliacchi e collaborazionisti si incrementa l’islam peggiore. Stessa regola per il velo. Qui casca la favoletta più cara alla sinistra: quella dell’Islam moderato.

C’è una differenza che nessun buonismo cancella: il libro. Il Corano, secondo la dottrina ash’arita maggioritaria nel sunnismo, è increato. Coeterno con Dio, non emendabile, non contestualizzabile. Fermo alla lettera di 14 secoli fa. La scuola razionalista dei mu’taziliti, che aveva sostenuto il contrario, fu espulsa dall’ortodossia sunnita. Da allora un testo che non si tocca dà sempre ragione a chi lo impugna alla lettera contro chi cerca di leggerlo con la testa. Non solo, il Corano ordina la nostra sottomissione, quindi ogni cosa, il crocefisso, il cane, il presepe ci deve essere vietata con la collaborazione dell’utile idiota vigliacco collaborazionista per umiliarci, come prescritto dal Corano.

Le conseguenze delle rinunce sociali europee

L’aggressività delle pretese è direttamente proporzionale alla tolleranza delle nostre leggi, all’idiozia degli idioti, alla vigliaccheria dei vigliacchi. Ogni concessione ha generato la pretesa successiva. Il crocefisso tolto ha aperto la strada al maiale rimosso, il maiale rimosso al presepe da parte di presidi che evitano il presepe e rispettano il Ramadan: in questa maniera affermano che il presepe offende l’islam e giustificano le persecuzioni a chi osa farlo in Nigeria e in Pakistan.

Il velo è stato imposto dai Fratelli musulmani nei quartieri islamici europei già negli anni Novanta, quando ancora in Marocco e in Egitto e in Tunisia nessuna lo portava e grazie all’obbligo in Europa è arrivato anche lì come obbligo non giuridico, ma di sopravvivenza (se non hai il velo sei una donnaccia e puoi essere oltraggiata). Ora siamo al cane najis, il cane najis del cieco lasciato in mezzo alla strada.

Ogni silenzio dei nostri cosiddetti intellettuali, insegnanti inclusi, di quelli che purtroppo sono la maggioranza dei nostri giornalisti e soprattutto dei veri proprietari dell’etica, personaggi politici della sinistra post-marxista, disposti a svendere religione, storia, libertà di parola e il diritto della vecchietta di portare in giro il barboncino, per un pugno di voti, è stato giustamente interpretato come consenso: grazie a loro l’occidente è la fucina del fondamentalismo. E dell’idiozia. Ma le cose potrebbero cambiare.

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