È tempo di pensiero strategico nazionale. L’Italia è una piccola-media potenza, ma con interessi economici globali che la portano a cercare alleanze capaci di essere moltiplicatori della forza geopolitica/economica. Tali alleanze sono state da decenni quella con l’America/Nato (dal 1949) e con la Comunità europea (1957) nel ruolo di co-fondatore, poi Unione (1992) e furono/sono necessarie perché l’Italia non ne ha altre di così moltiplicative né ha la scala per tentare una strategia unilaterale. Dal 1963, quando Parigi e Bonn siglarono un trattato diarchico (rinnovato recentemente da quello di Aquisgrana) che escludeva di fatto altri dalla conduzione del sistema europeo, l’alleanza divenne meno vantaggiosa, ma senza eccessivi danni perché il metodo «funzionalista» di composizione delle nazioni le dava comunque una sufficiente forza. Ma ebbe svantaggi crescenti dopo la creazione dell’Unione e, soprattutto, dell’euro (1999) che comportava una cessione di sovranità economica senza un ritorno di bilanciamento.
In particolare, Roma aderì all’euro senza prima aver ridotto il debito pubblico, esponendosi al ricatto dei diarchi e senza la giusta flessibilità per rassicurare il mercato finanziario globale: declino. Questa alleanza ora va rivista, non divergendo, ma prendendo più potere negoziale in essa. L’alleanza con l’America ha dato grandi vantaggi all’Italia nel passato (minori costi per la sicurezza, inserimento nel G7, ecc.), ma dal 2010 sempre meno e con eventi di svantaggio, per esempio la destabilizzazione della Libia. Non c’è un’ostilità degli Stati Uniti verso Roma, anzi. Ma da quando Washington persegue la riduzione dei costi insostenibili del suo ingaggio globale, l’Italia ha visto ridursi il moltiplicatore di forza dato dall’alleanza con l’America. Anche su questo lato l’alleanza va rivista, non divergendo, ma cercando di prendere più rilevanza in essa.
Come? I recenti governi italiani hanno reagito alla perdita di moltiplicazione delle alleanze cercando di contenere gli svantaggi con una strategia conformista: sempre leali e muti, spesso lamentosi, cioè con una strategia passiva, tipo un cane. Inoltre non hanno cercato seriamente di ridurre il debito pubblico e conseguente ricattabilità, dando priorità all’assistenzialismo invece che all’ordine contabile e alla crescita, indebolendo sempre più l’Italia. Ora il continuare in una strategia passiva comporterebbe una perdita sostanziale di ricchezza per l’Italia e per chi ha piccoli o grandi patrimoni residenti.
Quale strategia basata sulla tutela patrimoniale potrà essere tentata? La più logica è quella di scambiare qualcosa con gli alleati per ottenere più moltiplicazione della forza. Cosa? Certamente all’America serve più presidio militare alleato nell’ambito di un confronto globale con il blocco sinorusso dove c’è un’enorme area grigia di nazioni in mezzo ai due imperi che è oggetto di conquista, considerando una tendenza a portare la parte decisiva del confronto stesso nello spazio extraterrestre e la deterrenza sul piano della superiorità tecnologica.
L’Italia ha un potenziale militare rilevante non sfruttato pienamente in logica di scambio. Inoltre ha interesse ad accrescerlo come impulso per le sue aziende tecnologiche, anche attrattori di lavori qualificati. Pertanto chi scrive raccomanda il potenziamento della spesa militare nazionale e dell’industria di settore, nonché l’offerta di ingaggi militari di presidio dove il potere statunitense deve ritirarsi (ma potrà ancora assicurare un ombrello di sicurezza da remoto). Tale logica è simile a quella usata da Cavour nel 1853/54 quando inviò quasi i 2/3 dell’esercito piemontese in Crimea a sostegno dello sforzo franco-inglese con lo scopo di ottenere in cambio dalla Francia un ingaggio per sconfiggere l’Austria nella 2° guerra di indipendenza (1859).
Pensiero solo italiano? La Francia ha tentato di infilarsi militarmente nell’Indopacifico, rifiutata dall’America. La Germania sta anticipando l’Italia in questa logica neo-cavouriana: ha mandato sei Eurofighter in esercitazioni nel Pacifico e, oltre a riarmarsi, sta privilegiando sistemi statunitensi e non francesi. Inoltre sta vendendo armi all’Arabia, non è chiaro se in accordo con l’America o per mostrarle un’autonomia da grande potenza per scambiare vantaggi geo-economici dopo che è stata costretta ad abbandonare il mercato russo e ridurre gli affari in quello cinese. Quindi l’Italia è in competizione con altri su questa logica, ma ha un vantaggio sul mare, nelle tecnologie spaziali, per la qualità delle sue forze armate e per la forte relazione con l’America che gli altri non hanno.
Al riguardo degli europei? Certamente va esplorata una collaborazione con la Germania per evitare concorrenza sulla stessa logica e per spingere l’Ue verso un trattato commerciale con l’America, con il Mercosur, nonché la proiezione in Africa.
Rischio di frizione con la Francia? Alto, ma gestibile con inclusioni: il punto è spostare il bilaterale privilegiato dalla Francia alla Germania sotto ombrello statunitense, senza però tentare di escludere la Francia stessa. Mosse nazionali forti dell’Italia la renderebbero imputabile di nazionalismo divergente? Per evitarlo sarebbe utile che l’Italia (ricattabile) proponesse sul piano europeo una dottrina delle «nazioni convergenti e reciprocamente contributive» – in attesa di una confederalizzazione che forse verrà tra decenni – e un impegno a definire il proprio interesse nazionale in modi composti con quello degli altri partner. Proporlo implica pretenderlo da Francia e Germania, ampliando lo spazio negoziale dell’Italia, ora compresso.
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