Cristina Converso è torinese e vive in Valle di Susa, è dottore forestale, lavora all’Arpa Piemonte ed è «Ambasciatrice del clima» per Plant for the Planet. Ha pubblicato L’uomo della radura (2019), La foresta fossile (2020, finalista al concorso nazionale Green Book) e Testimoni silenziosi. Storie di alberi monumentali (Buendia Books). Dedica il tempo libero ad esplorare e a leggere.
Chi sono i testimoni silenziosi protagonisti del suo ultimo libro?
«I testimoni silenziosi sono otto alberi monumentali, individuati sul territorio piemontese. Qui, il tema della monumentalità viene trattato attraverso la relazione di convivenza che si dovrebbe creare tra la compresenza di vite. La grande difficoltà, per la maggior parte delle persone, è comprendere come l’albero sia una forma di vita a tutti gli effetti, se non superiore alla nostra. Pertanto, ho cercato, come nelle altre opere, di evidenziare questa stretta relazione mettendo alberi, uomini e donne sullo stesso piano di protagonismo narrativo. Utilizzare gli alberi come protagonisti delle storie dei personaggi e non come sfondo paesaggistico del racconto, senza utilizzare il genere fantasy, come fatto da altri autori, anche di grandissima fama, dove gli alberi diventano creature appunto, fantastiche. Qui, sono creature vegetali che con la loro presenza e posizione forniscono conforto, memoria, amore, riparo, serenità».
Lei ha scelto otto alberi e intorno a ciascuno ha costruito una storia. Come possono intrecciarsi le storie degli umani intorno ai grandi alberi e quelle degli alberi intorno agli umani?
«L’intreccio di vite arboree e umane avviene già dal primo respiro dell’uomo. Nella nostra totale dipendenza da questo fattore si crea un legame fondamentale, che viene sempre dimenticato. Il patrimonio forestale, in senso ampio, di un territorio lo rende idoneo alla vita, dalla respirazione, alla gradevolezza, alla contemplazione, alla meditazione. Temi che lei conosce e tratta da anni nelle sue opere. Oltre a questo rapporto fisico e biologico esistono rapporti dal punto di vista storico e sociale, per non allargare poi la riflessione al tema religioso che apre a una tradizione atavica diffusa a tutto il pianeta. Il percorso di scelta degli otto alberi monumentali piemontesi inseriti nel racconto è stato lungo e meditato. Partendo dall’elenco regionale dei Monumentali ho selezionati alcune specie che per mia natura mi ispiravano maggiormente dal punto di vista letterario, poi ho condotto una ricerca territoriale, Comune per Comune. Consultando archivi storici e giornalistici ho scoperto la ricchezza di storie che si cela anche in un Comunello di poche anime, perché dove c’è vita c’è avventura. Così, ho immaginato una storia che facesse da cornice ai racconti e li collettasse verso un finale a cui il protagonista e il lettore giunge dopo aver seguito l’evoluzione spirituale fornita dei racconti stessi. In questo modo, ho tentato di dare evidenza del fondamentale contributo che gli alberi hanno nella nostra quotidiana esistenza, spero tanto di esserci riuscita».
I protagonisti dei suoi racconti sembrano congelati nel tempo, come se la vicinanza di questi alberi ci spingesse automaticamente, naturalmente, a uno sguardo malinconico, verso un passato forse anche invidiato, ammirato, nostalgico. La memoria impressa negli anelli di un albero nutre uno sguardo che ci proietta indietro nel tempo?
«Indubbiamente gli anelli dell’albero sono la vera memoria vegetale, (citando Eco, che tuttavia in tal senso intendeva qualcosa di ancora diverso, lui si riferiva alle pagine di carta che l’albero ci regala, tutte da leggere e scrivere). Più che uno sguardo malinconico al passato, forse mi preme evidenziare il valore di tale memoria, che talvolta in modo inevitabile rammenta sofferenza, cambiamento, adattamento. Cambiamenti causati dall’uomo stesso che gestisce la propria vita, i cui atti si riflettono sugli altri esseri. Ecco, in tal senso i monumentali sono lì a offrirsi da libri in piedi, vivi e pronti da leggere un domani che avranno raggiunto la senescenza e verranno a mancare. Per me, inoltre, gli alberi in generale sono un punto di riferimento, una chioma sotto cui prima ascoltare e poi riflettere. Più un albero invecchia, più parole ha da dirci e storie da raccontare. Un monumentale è un archivio che va mantenuto e preservato, anche dopo il suo termine, perché il legno si offre a noi sempre e ancora come materia viva, in altra forma, tramanda, ritorna alla vita».
Quali sono gli scrittori e le opere, immagino tra le tante, che l’hanno maggiormente influenzata e nutrita?
«In merito a quest’opera in particolare, l’intuizione o la sfida è nata dalla rilettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, autore che porto da sempre nel cuore, proprio per la sua particolare visione del mondo vegetale/arboreo e della sua necessità di tentare nuove strade narrative. Ovviamente, la mia timida ispirazione mi ha guidata a immaginare una storia in cui la cornice viene fatta avanzare dai racconti intermedi. La soluzione avviene alla fine, quando terminata la lettura di tutti gli otto racconti, il nostro protagonista decide quale sia la sua vera vocazione e compie la sua scelta (non diciamo cosa…). Più in generale, leggo molti classici, adoro la letteratura ebraica, mi piace la schiettezza di certi americani e almeno una volta alla settimana, se non due, leggo poesie a colazione. Ogni tanto qualche saggio sulle materie più disparate, e poi una delle mie maggiori fissazioni, storia delle religioni, tema che mi affascina perché utile e necessario a scoprire la vera natura umana, a ogni latitudine. Faccio fatica a leggere libri con quantità di pagine esagerate, mi piace avere tra le mani autori/autrici in cui il messaggio passa limpido già dei primi capitoli, Vassalli ad esempio, che meraviglia! La follia di Dürenmatt, la precisione di Sciascia, il mondo descritto come un mare di Giono, quanta splendida memoria vegetale che ancora può vivere tra le nostre mani!».
Lei ci parla con gli alberi?
«Sì, anche se a dire il vero il nostro è un dialogo silenzioso. Quando passeggio o sono in un bosco, in un prato, amo stare in silenzio. Ascolto, prima di tutto, a lungo e spostandomi, prestando attenzione ai suoni che arrivano da tutte le parti, alte, basse, laterali. Ascolto stando in piedi, seduta e sdraiata e quando ho intuito che tipo di discorso si sta facendo, solo allora tento di mettermi in comunicazione. In sintonia con un suono più di un altro, spesso mi siedo sotto gli alberi, e prima di appoggiarmi al tronco attendo per capire se sono gradita. Amo più di tutto il vento tra gli abeti, gli aghi fanno un suono meraviglioso. Abbraccio gli alberi se loro lo vogliono e amo stare attaccata ai tronchi come un fungo. E quando sono lì, penso più che parlare ad alta voce e sono sicura che loro ascoltano».
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