Monti l’ha teorizzato: la volontà popolare è la vera kryptonite delle élite europee
Mario Monti (Imagoeconomica)
Mattarella conferma il pensiero dell’ex premier e di Bruxelles: la democrazia dà fastidio perché non esegue gli ordini dall’alto.

Parlando del voto europeo in occasione delle celebrazioni del 2 Giugno, Sergio Mattarella ha specificato che la partecipazione elettorale «è dovere civico e preziosa opportunità per riflettere insieme sulle ragioni che animano la vita della nostra collettività, inserita oggi nella più ampia comunità dell’Unione europea cui abbiamo deciso di dar vita con gli altri popoli liberi del continente e di cui consacreremo, tra pochi giorni, con l’elezione del Parlamento europeo, la sovranità». Quelle del presidente della Repubblica non erano, ovviamente, parole di circostanza. A ben vedere, esse danno conto di una visione molto concreta e molto diffusa fra le élite europeiste. L’idea, cioè, che si debba cedere all’Unione europea fette sempre più consistenti della sovranità che spetterebbe – anche da Costituzione – al popolo e allo Stato nazionale in cui esso si riconosce. Una sovranità di cui – questo è il concetto nemmeno troppo nascosto – le democrazie liberali stanno facendo pessimo uso.

Ora, in effetti è decisamente vero che le liberaldemocrazie siano in crisi, e che i popoli non siano da esse rappresentati al meglio. Tuttavia la preoccupazione delle élite europee non riguarda affatto il deficit di rappresentatività delle democrazie o il fatto che i governi possano tradire il mandato popolare. Al contrario, il fastidio che esse nutrono nei riguardi della democrazia sta nel fatto che essa non sia abbastanza efficiente nell’eseguire gli ordini che arrivano dall’alto. A irritare non è che i governi siano poco democratici, ma che lo siano troppo. A chiarirlo molto bene ci ha pensato, in un libro intitolato Demagonia, il caro Mario Monti. Recensendo il volume sul Sole 24 Ore, Alberto Orioli ha spiegato che Monti «ha inventato un neologismo – che resterà – per sottolineare come il populismo e la politica delle illusioni da pifferai di Hamelin possano portare al disastro. All’agonia della stessa democrazia, svuotata del consenso, svilita nella sua gestione della cosa pubblica, frustrata da un’agenda solo contingente e da politici ridotti a follower del conformismo social non più in grado di esercitare il ruolo guida delle leadership che sanno – e devono – orientare l’elettorato. Il libro», conclude Orioli, «articola così la denuncia di una carenza diventata endemica: la mancanza di politici che abbiano il coraggio dell’impopolarità».

Cristallino: servono politici che abbiano il coraggio di essere impopolari, che abbiano il fegato di rischiare di non essere più eletti perché hanno osato sfidare il senso comune. Che lo dica Monti, uno che si è fatto nominare senatore a vita, è abbastanza ridicolo. Ed è ancora più ridicolo il fatto che il padrino della austerità ci tenga molto a scaricare su altri parte della sua impopolarità. Scrive il nostro a un certo punto: «Ho dovuto somministrare agli italiani un pasto sgradevole che porta il mio nome, anche se è stato cucinato in collaborazione da Mario Draghi e da Silvio Berlusconi». Fenomenale: servono leader capaci di essere impopolari e coraggiosi al punto da farsi odiare dalle folle, e lo dice uno che non rischia la cadrega e che incolpa altri (tra cui un defunto) dei disastri commessi. È tutto grottesco, ma il pensiero che muove queste riflessioni, al contrario, è serissimo. Monti, e con lui le élite europee tutte, vorrebbe che a governare fossero degli esecutori di ordini capaci di muoversi tetragoni, completamente incuranti della volontà popolare, così da mettere in atto politiche calate dall’alto per un presunto interesse collettivo.

Ecco, questa è la visione veicolata anche da Mattarella nel suo discorso del 2 Giugno. Occorre che la sovranità sia delegata a coloro che, in virtù di una sorta di elezione divina, sono in grado di gestirla al meglio. E per fare ciò bisogna levarla ai politici, i quali in parte sono incapaci e in parte sono costretti a tenere conto (sebbene in misura sempre minore) della volontà popolare. Non è un caso che Monti si sia espresso con feroce contrarietà nei riguardi della riforma costituzionale che introdurrebbe il premierato. «Io sono contrario alla proposta di premierato oggi sul tavolo», dice nel libro. «Sono contrario per un motivo più fondamentale: a mio parere, la riforma ridurrebbe la governabilità dell’Italia anziché accrescerla. Fallirebbe proprio nel suo obiettivo centrale. Renderebbe praticamente impossibili i governi di unità nazionale». Come vedete, è piuttosto evidente dove si vada a parare ogni volta. La direzione è sempre quella del «pilota automatico», l’idea che si debbano eliminare i fastidiosi orpelli della politica per lasciar fare a coloro che se ne intendono, soprattutto se costoro sono graditi alle burocrazie europee. Non siamo più nell’orizzonte democratico, bensì in una nuova forma di feudalesimo in cui a comandare è l’aristocrazia del denaro. Gli Stati nazionali e le democrazie liberali sono, lo sappiamo tutti, piene di difetti. Ma di queste storture sono in larga parte responsabili le stesse classi dominanti che, facendo leva sulla crisi della democrazia, invocano lo svuotamento degli Stati e la sottrazione di potere ai popoli. Sono le classi che parlano, come Monti, di «demagonia». E si capisce bene che a infastidirle è il prefisso «dem»: l’agonia da sola a loro va benissimo.

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