Testo approvato con solo il nostro «no». Bando alle bioplastiche e luce verde alla carta: le norme favoriscono i Paesi del Nord. Proteste di Gilberto Pichetto Fratin. A febbraio il trilogo.

Diceva Paolo Panelli: «Pija, pesa, incarta e porta a casa». Un’espressione diventata popolarissima persino a Milano. Il Consiglio europeo al nostro ministro per l’ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha consegnato questo viatico. Sugli imballaggi l’Italia si è trovata da sola: ha espresso parere contrario, ma il concerto dei ministri dell’Ambiente ha fatto un gigantesco passo indietro rispetto alle posizioni espresse a fine novembre dal Parlamento di Strasburgo in cui si apriva all’idea del riciclo, ammettendo di nuovo gli imballaggi per frutta e verdura e facendo una graduazione nell’eliminazione delle cosiddette confezioni monouso. Un compromesso che era per l’Italia accettabile considerando che noi siamo il primo Paese per capacità di riciclo: l’Italia avvia a materia prima seconda i rifiuti al 72% a fronte di una media europea del 58 e soprattutto negli imballaggi nel 2022 si sono riciclati 10 milioni di tonnellate, ben al di sopra del tetto del 70% fissato al 2030 dall’Europa.

L’Italia è leader sia nella produzione di imballaggi (40 miliardi di fatturato) sia nella produzione di bioplastiche con 125.000 tonnellate di produzione e controlla il 57% del mercato europeo. Complessivamente il comparto degli imballaggi (sia quelli vergine sia quelli da riciclo e mettendo nel conto anche gli utilizzatori e la meccanica per il packaging, altro comparto dove abbiamo la leadership) vale per il nostro Paese il lavoro di oltre 700.000 aziende. Ebbene, la posizione assunta ieri dai ministri dell’Ambiente mette in crisi tutto questo.

Le ragioni non sono affatto ambientali, ma di concorrenza economica. I ministri hanno deciso che per le bevande, per tutto l’alimentare, per l’ortofrutta le confezioni devono essere di carta perché compostabili. I principali produttori di carta in Europa sono Germania, Svezia e Finlandia. I principali fornitori di pasta di cellulosa sono la Cina, la Germania che commercializza anche la polpa cinese, il Canada, la Finlandia e il Giappone che però come gli Usa ha un forte consumo interno. Per produrre questa carta bisogna deforestare tant’è che l’Ue nel suo Green deal pone l’esigenza di non coltivare per piantare alberi. Inoltre per rendere impermeabili questi imballaggi si deve fare ricorso alla chimica che ufficialmente viene bandita dal 2025 dalla produzione di imballaggi.

La contraddizione enorme in cui cade il Consiglio europeo è sullo spreco alimentare. La Commissione ha fissato al 2030 un obbiettivo di riduzione del cibo buttato del 10% alla produzione e del 30% per le famiglie. In Europa vanno sprecati 59 milioni di tonnellate di alimenti; gli imballaggi di carta sono quelli che favoriscono il più rapido deterioramento degli alimenti e in particolare di frutta e verdura. La posizione dei ministri per l’Ambiente è tutta politica: per favorire sia i Paesi del Nord sia la Grecia si è fatta una deroga sui limiti e le scadenze per le isole che hanno meno di 2.000 abitanti. Vengono di nuovo ristretti i tempi per raggiungere gli obbiettivi di abbattimento dei rifiuti da imballaggi di cui si ammette il riuso ma non il riciclo e si stabilisce che prendendo come anno zero il 2018 bisogna raggiungere questi target: -5% entro 2030, -10% entro il 2035 e -15% entro il 2040, salvo verifica dei risultati da parte della Commissione dopo otto anni. La bozza di regolamento concede ampi margini di discrezionalità per gli imballaggi di elettrodomestici, macchinari per alcune bevande come la birra (su proposta della Germania) ma invece diventa sugli imballaggi in plastica monouso per frutta e verdura, alimenti e bevande, condimenti, salse e per i flaconi di shampoo o le lozioni per il corpo che si trovano negli alberghi. Un punto interrogativo c’è ancora sul vetro per il vino: potrebbe tornare in discussione l’ipotesi di bottiglie con il vuoto a rendere, e facendo la lotta ai metalli per i produttori di champagne che proprio ieri hanno detto che la gabbietta in fil di ferro non si tocca potrebbero esserci seri problemi.

Quella del Consiglio europeo però non è l’ultima parola perché ora si passa al trilogo: la mediazione tra Commissione, Consiglio e Parlamento Ue. Tutti hanno una gran fretta di chiudere prima delle europee e potrebbe darsi che il trilogo inizi già a fine gennaio con la presidenza di turno belga che ha già detto da che parte sta: con i Paesi del Nord. Al nostro ministro Pichetto Fratin non resta che affermare: «Abbiamo votato contro la proposta di regolamento Ue perché non soddisfa assolutamente le esigenze del nostro Paese. L’Italia auspica che durante i negoziati in sede di trilogo prevalga la posizione dell’Europarlamento. Il governo respinge in particolare i vincoli rigidi e i target sul riuso e critica le disposizioni riguardanti il settore delle bevande su cui ha insistito molto la Germania. Sono disposizioni destinate ad agevolare le grandi imprese e a penalizzare il sistema italiano delle Pmi, con il rischio di incrinare l’equilibrio del mercato interno». Ma resta il pija, pesa, incarta e porta a casa.

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