- Germania alle prese con la carenza di medicinali, quasi tutti prodotti nelle fabbriche di Pechino e dell’India. Situazione che mette a rischio i sistemi sanitari del continente.
- Dopo il flop di Pechino contro il virus, Washington punta a inondare il mercato con i suoi farmaci. Un colpo alla propaganda del regime. Ora contestato anche dall’Oms, che fino a poco fa ne celebrava il modello.
Lo speciale contiene due articoli.
In Germania scarseggiano antidolorifici, antibiotici, supposte, spray nasali, ma anche medicinali per la cura del cancro e immunosoppressori. Tanto, per un Paese che fino a una decina di anni fa era considerato la farmacia d’Europa. Berlino, infatti, negli anni immediatamente dopo la riunificazione, aveva sommato alla tecnologia dell’Ovest la tradizione dell’Est, conquistando in poco tempo gli scaffali del Vecchio Continente. Il modello merkeliano hai, poi, spinto l’industria alla delocalizzazione, rinunciando alla sovranità nazionale. Così come ha optato per lo spegnimento delle centrali nucleari a favore di una quasi totale dipendenza dal gas russo, così ha scelto di affidarsi in gran parte alla filiera cinese con una spruzzata di rapporti con la struttura produttiva indiana.
Di conseguenza, oggi, il motivo principale della carenza di farmaci in Germania – spiega un interessante articolo della Bild – è da ricondurre al fatto che l’80% (ma quando si tratta di antibiotici la percentuale arriva addirittura a toccare il 100%) dei medicinali venduti nel Paese sono generici che, per motivi di costo, sono prodotti per la maggior parte in Cina, dove le fabbriche spesso sono chiuse a causa del Covid oppure dove le navi non sono più autorizzate a fare scalo. «È per questo motivo», prosegue il giornale tedesco, «che la fornitura si ferma.
L’alternativa per avere i medicinali è fare ricorso a quelli prodotti in Europa dove, però, la produzione degli equivalenti è troppo costosa e si assiste al fenomeno di un numero sempre più rilevante di aziende che si ritirano dal mercato, con inevitabili conseguenze a livello internazionale, prima tra tutte la rarefazione dei prodotti sul mercato. E il timore, secondo gli esperti, è che la situazione possa peggiorare. Esattamente come sta avvenendo in Italia. La prima volta che Flaminia Camilletti si è occupata del tema su queste colonne (novembre 2021), la lista dei prodotti carenti contava 700 nomi. Dopo un anno, l’elenco è più che triplicato.
Nella lista dei 2.500 blister fantasma oggi troviamo gli antibiotici (principalmente Augmentin a base di amoxicillina e Zitromax, a base di azitromicina), il paracetamolo, l’ibuprofene e altri. Ciclicamente, ma costantemente irreperibili dalle nostre farmacie. L’allarme è stato riportato da quasi tutte le testate, ma sulle ragioni di questo shortage poco o nulla è stato detto. Nelle ultime settimane si è fatto riferimento ai rincari energetici che hanno messo in difficoltà i trasporti e, quindi, l’approvvigionamento.
Senza dubbio la crisi dei prezzi dell’energia fa salire i costi operativi e molti produttori non riescono ad assorbire i rincari. Secondo Nomisma, il costo di principi attivi ed eccipienti risulta in crescita del 26,5%, quello dei trasporti del 100% (il prezzo di noleggio di un container ha subito un incremento del 131% tra il primo semestre 2020 e il primo semestre 2022), quello dell’energia del 300%. Questo dopo un triennio nel corso del quale le aziende hanno dovuto assorbire importanti pressioni di prezzo lungo la catena di approvvigionamento.
Ma l’offshoring dei principi attivi è iniziato già da anni e, per quanto riguarda il paracetamolo, per esempio, l’ultimo stabilimento europeo che lo produceva ha chiuso nel 2008. Ne segue che, alla data odierna, l’Europa dipende al 74% dalle forniture provenienti dall’Asia. L’India a sua volta, maggior produttore mondiale di farmaci generici, dipende dalla Cina per l’80% dei suoi principi attivi farmaceutici. Durante i picchi di epidemia è emerso chiaramente che questa condizione mette a rischio i sistemi sanitari europei. Li mette a rischio in modo strutturale, perché, quando il dentifricio è uscito dal tubetto, è molto difficile rimetterlo dentro.
O, meglio, dovremmo ricostruire tutta la filiera. Ipotesi che vale la pena prendere in considerazione, ma che in ogni caso non risolve la carenza nel breve termine.
Ne segue che tramite Covid, la Cina si sta dimostrando il tappo della globalizzazione. Da un lato, riesce a tenere in pugno una lunga lista di materie prime, compresi i metalli industriali, e dall’altra è ancora in grado di stupire gli altri mercati. Se di colpo dovesse abbandonare la strategia del Covid zero, la Federal Reserve americana non potrà interrompere la restrizione monetaria.
Dunque, o Pechino blocca la produzione degli altri Paesi a monte oppure li spingerà a cercare artificialmente la strada della recessione. Certo, restano due domande da porsi. Per quanto tempo Xi Jinping riuscirà a gestire i lockdown generalizzati e a maglie iper strette? L’inflazione sta colpendo i Paesi del Nord Africa e della fascia alta sub sahariana: in caso di rivolte e cambi di governo, la Cina saprà gestire i cambi di regime o rischierà di perdere la finestra sulle riserve mondiali di materie prime?
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