Un manifestante con la bandiera albanese davanti alla polizia antisommossa e a un idrante durante le proteste a Tirana
Un manifestante sventola la bandiera albanese davanti alla polizia antisommossa e a un idrante durante gli scontri davanti al ministero dell’Istruzione a Tirana (Getty Images)

Da sei giorni le strade e le piazze di Tirana sono tornate a riempirsi di migliaia di manifestanti che chiedono a gran voce le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Gli scontri più violenti fra gli studenti che protestano e la polizia sono avvenuti di fronte al ministero dell’Istruzione, nella centralissima Rruga e Durrësit (viale Durazzo), alle spalle di piazza Scanderberg, punto centrale della piccola capitale albanese.

La protesta, che vede moltissimi studenti anche delle scuole superiori, si è scontrata frontalmente con le forze di polizia, lanciando pietre, bombe carta e petardi, mentre un gruppo incendiava auto e cassonetti, costruendo una specie di barricata. Le forze dell’ordine hanno prima provato a parlare con i partecipanti, usando poi lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere le frange più aggressive. Gli arresti sono stati più di 1.000 e oltre 400 sono già stati incriminati, dato che nei giorni scorsi i manifestanti avevano attaccato banche ed edifici governativi. Il cuore di questa nuova manifestazione rimane Tirana, ma quasi contemporaneamente sono scoppiati disordini anche a Lezha e Durazzo, con decine di arresti.

Dalle scuole alla piazza, la protesta si allarga

Agli studenti si sono uniti anche gli aderenti al cosiddetto movimento «Flamingo», cioè dei fenicotteri, che da giugno scorso lottano per bloccare la costruzione di un gigantesco residence nel sud del Paese che distruggerebbe l’habitat dove nidificano i fenicotteri rosa. In piazza sono così tornati i coloratissimi gonfiabili a forma di questo uccello, che sono diventati il simbolo della lotta contro la cementificazione di un’area protetta. Il progetto della società di investimento di Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, di costruire questo resort di lusso aveva scatenato la protesta della popolazione per tutta l’estate.

Oggi la rabbia nasce dalla situazione delle università e del sistema scolastico albanese, oltre che dall’onnipresente carovita e dalle tasse universitarie. Le infrastrutture scolastiche sono considerate vecchie e inadeguate e mancano opportunità e prospettive per i laureati. Simbolicamente, la settimana scorsa è stato dato fuoco a una valigia per poi lanciarla nel cortile del ministero dell’Istruzione, per denunciare quello che i manifestanti definiscono come un tentativo del governo di costringerli a emigrare. Il tam tam dei social ha già coinvolto anche la diaspora albanese, che si è unita alle proteste dei propri compatrioti, accusando il governo anche di corruzione.

Gli scontri con la polizia e la stretta a Tirana

Il responsabile del Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha detto che anche un commissariato è stato preso d’assalto con molotov e pietre, mettendo in pericolo sia gli agenti sia le persone presenti nella struttura. Stando ai dati del ministero della Salute, 16 agenti di polizia sono rimasti feriti, 14 dei quali dopo l’attacco al commissariato. Negli ultimi scontri i feriti sono una trentina, compreso un giornalista che stava documentando le proteste.

Ormai tutta la zona centrale di Tirana, dove si trovano i ministeri e il Parlamento, è militarizzata e negozi e uffici hanno protetto porte e finestre con serrande metalliche. Il governo ha anche ordinato di rimuovere dalle strade i sampietrini per impedirne l’uso come proiettili da parte dei manifestanti.

Rama non si dimette e punta all’ingresso nell’Ue

Nonostante la situazione, il premier Edi Rama ha detto che non intende dimettersi, sostenendo che una mano esterna stia tirando le fila delle contestazioni. Rama ha continuato sottolineando la sua responsabilità nel proteggere i cittadini, garantire la giustizia e andare avanti con il mandato della maggioranza di governo, puntando con forza e decisione verso l’ingresso nell’Unione europea nel 2030.

Qualche crepa comincia però ad apparire anche all’interno della maggioranza e la deputata del Partito Socialista ed ex ministro degli Esteri, Elisa Spiropali, ha scritto una lettera a Rama in cui chiede di ascoltare la gente e di assumersi le responsabilità politiche.

I giovani per la strada non hanno nessuna intenzione di fare passi indietro, come racconta in perfetto italiano Klodi, uno studente del primo anno di ingegneria. «Siamo qui per il nostro futuro e per quello di una nazione che merita di più. La criminalità e la corruzione non devono più far parte della vita dell’Albania. Rama ci disprezza perché gli sbattiamo in faccia la verità, quella che in quasi 13 anni di governo siamo più poveri e più arrabbiati, ma non ci costringeranno ad andare all’estero».

Dall’inizio delle proteste sono rimaste ferite 275 persone e gli arresti hanno superato le mille unità. Da Washington, solido alleato di Tirana, è arrivato un invito alla moderazione, mentre la Commissione europea ha condannato l’uso della violenza, perché in un Paese candidato all’adesione all’Unione europea le rivendicazioni devono essere affrontate attraverso un dialogo costruttivo e in modo pacifico.

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