- L’Ufficio della protezione della Costituzione, che fa capo all’esecutivo di Berlino, spiega che nel 2017 c’erano in tutto il Paese ben 10.800 salafiti, mille in più rispetto al 2016. E avverte: «Ci aspettiamo che altri terroristi arrivino insieme con i migranti».
- Un immigrato ferito alla schiena. A colpirlo è stato un uomo originario dell’Argentina.
Lo speciale contiene due articoli
L’islamismo sta crescendo in Germania, anche e soprattutto in relazione ai flussi migratori. A dispetto della relativa calma sul fronte degli attentati terroristici (molto relativa: una settimana fa un iraniano ha accoltellato i passeggeri su un bus a Lubecca, altri attacchi si sono verificati a giugno a Berlino e ad aprile a Munster), il fronte degli individui radicalizzati sta ampliando le sue file.
A dirlo non è un portale estremista, ma il Bundesamt für Verfassungsschutz, ovvero l’Ufficio federale della protezione della Costituzione, posto sotto l’autorità del ministro federale degli Interni. Ebbene, è proprio quest’ente che fa capo al governo tedesco a far notare, nella sua relazione annuale riferita alla situazione del 2017, che il seguito globale dell’ideologia islamista, nel Paese, consta di 25.810 persone. Di questi, sono classificate come «salafite» 10.800 persone. Nel 2016, erano 9.700. Più di mille estremisti in più in un anno: non male.
Ma è tutta la relazione a tracciare un quadro piuttosto fosco sul rischio terroristico nel Paese, in netta controtendenza con gli entusiasmi frettolosi suscitati dalla sconfitta militare dell’Isis. Nel documento si legge infatti che «il rischio di attacchi continua essere alto in Germania» e che «la Germania è un obiettivo centrale del terrorismo islamico». Bando al facile ottimismo, quindi.
Anche perché, si legge, il piccolo numero di attacchi terroristici di matrice islamica in Germania nel 2017 risulta tra l’altro da un attento lavoro di intelligence, che ha permesso di sventare diversi attacchi, anche in stato molto avanzato di preparazione. Ma attenzione: «In futuro potrebbero verificarsi attacchi terroristici in Germania in qualsiasi momento». Se il report insiste così tanto sul rischio di nuovi attentati è perché le autorità tedesche stanno tenendo d’occhio soprattutto i foreign fighters di Siria e Iraq. «Circa un terzo di quelli che hanno lasciato la Germania per la Siria o l’Iraq è ritornato», scrivono gli analisti del ministero degli Interni tedesco.
Il terrorismo, quindi, da centralizzato diventa itinerante, disseminato. Punta sui corpi che circolano, sui flussi di persone, sulle falle che si aprono nei confini e nei controlli. Ovvio, quindi, che tenga d’occhio soprattutto il fenomeno migratorio. Il dogma politicamente corretto secondo cui non c’è alcune relazione tra immigrazione e terrorismo non regge più e questo documento governativo tedesco vi mette la pietra tombale sopra.
Leggiamo infatti: «L’Isis utilizza in maniera specifica le tratte dei migranti per introdurre illegalmente i suoi agenti in Europa e al tempo stesso fa proselitismo in Germania per trovare rifugiati che compiano attentati terroristici. I quattro attacchi a matrice islamica in Germania nel 2016 (Wurzburg, Ansbach e Berlino) e nel 2017 (Amburgo) sono stati commessi da richiedenti asilo». Inoltre, «in Germania c’è da aspettarsi che arriveranno in mezzo ai migranti nuovi membri, sostenitori e simpatizzanti degli estremisti e delle organizzazioni terroristiche. Le autorità impegnate nella sicurezza monitorano membri di movimenti e organizzazioni di estremisti in Germania che stanno cercando di mettersi in contatto con i migranti per convincerli a prendere parte nella loro missione. D’altro canto ci sono anche migranti che si sono radicalizzati da soli – cosa che spesso accade in un breve lasso di tempo – e che decidono autonomamente di prendere parte in queste associazioni una volta arrivati in Germania. C’è una cooperazione nazionale e internazionale molto stretta tra le autorità impegnate nella sicurezza per gestire i rischi di coloro che entrano illegalmente in Europa insieme ai migranti». Toni e argomenti che, fino a qualche mese fa, sarebbero stati tacciati di estremismo xenofobo.
Apprendiamo, quindi, di un triplice rischio: c’è l’Isis che decide a tavolino di infilare suoi soldati nei barconi, c’è il proseilitismo negli ambienti degli immigrati e ci sono infine quelli, fra questi ultimi, che si radicalizzano da soli, finendo magari per intestarsi il «marchio» dello Stato islamico senza aver avuto con esso alcun legame effettivo. Da qualche parte ci starebbe bene una frase di scuse verso chi parla di questo pericolo sin dall’inizio dell’ondata immigratoria, fra le accuse e le irrisioni dela stampa mainstream, ma forse questo è pretendere troppo.
Insolitamente coraggioso, il rapporto osa inoltre infrangere un ulteriore tabù: individuare un nesso tra propaganda radicale e terrorismo. «Nonostante il fatto che i salafiti politici di solito si astengano dall’usare violenza, concentrandosi sulla propaganda e sulle attività di reclutamento che chiamano “proselitismo”», leggiamo, «l’esperienza ha dimostrato che non può esserci una chiara distinzione di fatto tra le due tendenze. L’approvazione generale della violenza è parte integrante dell’ideologia salafita. Analizzando i recenti attacchi in Germania e in Europa, è dimostrato che le attività jihadiste sono molto spesso preceduta da una radicalizzazione salafita».
Insomma, è stata finalmente individuato il legame tra ideologia estremista e violenza terroristica, nonché l’impossibilità di distinguere tra la mera propaganda e il terrorismo effettivo. Meglio tardi che mai.
Adriano Scianca
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