L’inchiesta su Toti imbarazza la sinistra e tocca uomini della filiera dei dem
Giovanni Toti (Imagoeconomica)
Obbligo di firma per un ex dirigente sindacale della Cgil. Per i pm è il «referente “genovese” del clan Cammarata».

Il presunto grande corruttore di Giovanni Toti, u sciu Aldo, come è soprannominato a Genova l’ottantaquattrenne imprenditore Aldo Spinelli, non è certo un uomo di destra. Legato negli anni ‘80-‘90 al ministro democristiano dei Lavori pubblici Giovanni Prandini, è riuscito ad attraversare da protagonista tutte le stagioni della politica genovese. Dopo la sbandata dc ai tempi delle partecipazioni statali, si candida nel 1997 con i repubblicani e socialisti e il centro-sinistra per il Consiglio comunale e sostiene la giunta di Giuseppe Pericu, il candidato sindaco dei Ds. In quel periodo Spinelli acquista un’area di 274.000 metri quadrati sulla collina degli Erzelli per 8 miliardi di lire più Iva, terreni che con la giunta precedente stavano per essere acquistati dal Comune. E, invece, è u sciu Aldo a realizzare una grande plusvalenza, rivendendo, nel 2006, il lotto a Genova hi-tech Spa (società nata per realizzare un parco scientifico) per 39 milioni di euro più Iva. Negli anni successivi Spinelli diventa convinto sponsor del governatore diessino-piddino della Regione Claudio Burlando, di cui frequenta l’associazione Maestrale. I due erano diventati amici ai tempi in cui il primo era presidente del Genoa e il secondo grande tifoso dei rossoblù. Ma i rapporti si incrinano quando Spinelli, in campagna elettorale, non sostiene solo la candidata in Regione Raffaella Paita, pupilla di Burlando, ma strizza l’occhio anche al centro destra. Da buon imprenditore, si dice «amico di tutti» e per questo inizia a finanziare anche Toti. Ma c’è un’altra storia ancora più imbarazzante per la sinistra ed è quella di Venanzio Maurici, sessantaquattrenne ex dirigente della Cgil genovese.

Ieri l’ex segretario confederale Sergio Cofferati ha chiesto le dimissione di Toti, al grido di «non credo che i capi d’imputazione fossero ignorati da tanti che operano in quei settori». Chissà se si riferisse anche a quello che riguarda Maurici, ex segretario degli edili della Fillea, definito dal gip Paola Faggioni il «referente “genovese” del clan Cammarata del mandamento di Riesi».

Infatti nell’ordinanza si legge: «Da attività investigative condotte nel territorio di Riesi nel 2018, Venanzio Maurici, benché radicato a Genova, risulta in collegamento con la famiglia Cammarata anche in relazione alle attività criminali condotte in loco da tale consorteria mafiosa». I carabinieri di Caltanissetta, ricorda il giudice, avevano denunciato alla Procura nissena Maurici per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso «unitamente ai coniugi Francesco Cammarata, inteso “Franco” e Maria Sciacchitano». Quest’ultima è la sorella della moglie di Venanzio. La Cgil l’altro ieri ha sospeso, in via cautelativa, l’iscrizione al Sindacato pensionati (Spi) dell’uomo, considerato dalla Procura del capoluogo ligure uno degli organizzatori della compravendita (con tanto di aggravante mafiosa) di voti a favore di alcuni candidati della lista Toti alle regionali del 2020. La contropartita per Maurici, al quale il gip ha imposto l’obbligo di firma, sarebbe stata un’assunzione per Gaetano Genco, convivente della figlia Anna. Il posto di lavoro per il genero è oggetto di una telefonata del 23 settembre 2020 tra Venanzio Maurici e Italo Maurizio Testa (anche lui indagato per corruzione elettorale con l’aggravante mafiosa insieme con il gemello Arturo Angelo). I due fratelli, esponenti (sospesi) di Forza Italia nella Provincia di Bergamo, sarebbero stati inviati a Genova per dare una mano per raccogliere voti nella comunità riesina. Per esempio avrebbero organizzato una cena elettorale riservata ai compaesani a cui preso parte Toti e Stefano Anzalone, ex Italia dei valori, entrambi sotto inchiesta per corruzione elettorale.

Nell’intercettazione Italo Maurizio Testa invita il sindacalista a «portare personalmente il curriculum del fidanzato della figlia a un incontro» che sta organizzando in centro con Matteo Cozzani, capo di gabinetto di Toti finito ai domiciliari come il suo principale.

A novembre 2020 Genco sosterrà un colloquio di lavoro presso una società attiva nel settore delle costruzioni, ma l’assunzione non risulta essere avvenuta.

Per i magistrati Venanzio sarebbe cugino di Franco Maurici, buttafuori condannato per aver ammazzato di botte un uomo, nonché nipote di Giacomo Maurici, padre di Franco e capo bastone del mandamento riesino di Genova. Scrive il gip: «I Maurici hanno, nel tempo, puntato ad aumentare il proprio consenso nell’area di radicamento -cioè la Valpolcevera e segnatamente nella zona urbana di Certosa – attraverso una strategia di accreditamento sociale presso la comunità di riferimento, formata prevalentemente da concittadini emigrati a Genova dalla provincia nissena negli anni ’50».

Giacomo Maurici in Valpolcevera era un’istituzione: trovava posti di lavoro, alloggi e distraeva i suoi concittadini con la sua squadra di calcio, il Certosa Riesi.

Panem et circenses, dicevano gli antichi. «È morto, nel 2018, pochi mesi prima che i magistrati di Caltanissetta lo facessero arrestare» ricorda Christian Abbondanza, Grillo parlante dell’antimafia cittadina e presidente della Casa della legalità. Abbondanza, la sua vice Simonetta Castiglion e il segretario dell’associazione Carlo D’Agostino per anni hanno denunciato inutilmente i rapporti di Venanzio Maurici, Zi’ Vene’, con il boss Giacomo. Sul sito dell’associazione si vedono le foto del sindacalista, a petto nudo, con il capobastone. E i messaggi social di cordoglio di Venanzio alla morte di Giacomo: «Che la terra ti sia lieve amico mio… riposa in pace» si legge in uno. «È finita un’epoca … panta rei…fa un buon viaggio amico mio» è scritto in un altro. Con le loro battaglie Abbondanza, Castiglion e D’Agostino sono riusciti, contattando direttamente l’allora segretario della Cgil, a ottenere unicamente lo spostamento di «Ezio» da segretario cittadino della Fillea a segretario della Filmcams (lavoratori del terziario). «Solo adesso hanno capito che era meglio mandarlo via» continua Abbondanza. «E dopo che è scoppiata l’inchiesta hanno tolto dal sito del sindacato tutti gli articoli che lo riguardano».

D’Agostino ricorda che negli anni ’90 Umberto Lo Grasso, anche lui ex lista Di Pietro, indagato nell’inchiesta per favoreggiamento dei fratelli Testa, si presentò presso il circolo socialista di cui era segretario amministrativo con una valigetta con 100 domande di iscrizioni al partito e i soldi per il tesseramento. «La maggior parte dei richiedenti erano appartenenti alla comunità riesina, tra cui si nascondevano anche questi maledetti mafiosi. Spiegammo a Lo Grasso che le richieste si dovevano valutare una a una e andavano approvate dal direttivo. Quando scoprimmo che quei signori erano quasi tutti iscritti alla sezione della Dc di Rivarolo-al tempo la doppia tessere era vietata- io mi opposi alla loro iscrizione. Dopo una settimana il nostro circolo venne distrutto da un incendio». Ma la storia non è finita: «Alla fine vennero accolti grazie all’intercessione di Gianfranco Tiezzi, che sarebbe diventato assessore nella giunta Pericu». Secondo la Casa della legalità molti riesini hanno poi spostato i loro voti verso il futuro primo cittadino dem Marta Vincenzi. La quale, da «candidata a sindaco», nel marzo del 2007, scrisse all’associazione amici di Riesi (di cui era dirigente anche Giacomo Maurici) per il tramite di Venanzio, mandando il suo «caloroso augurio di buona riuscita dell’incontro»: «La geniale idea di un’associazione culturale di Riesini e non, avviata nella nostra città, da un “non riesino” (Venanzio Maurici) sia un esempio da perseguire, così si possono formare forme di socialità e associazionismo formidabili» scrisse. Conclude Abbondanza: «Successivamente i riesini portarono voti anche a un politico fotografato ad abbracciare e baciare i Maurici al funerale del capobastone Giacomo. Mi riferisco al vicepresidente del Municipio della Valpolcevera Fabio Carletti, eletto nella lista del candidato sindaco del centro-sinistra Gianni Crivello».

Nell’inchiesta c’è un altro nome che imbarazza i dem liguri: quello del settantunenne Mauro Vianello, imprenditore del settore portuale e presidente dell’Ente bacini, controllato dall’Autorità portuale, un manager cresciuto nel quartiere Arizona, cuore popolare della Valbisagno, con una lunga militanza a sinistra alle spalle, a partire dal Partito comunista. Oggi Vianello è accusato di una presunta corruzione nei confronti dell’ex presidente dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini. Quest’ultimo, in cambio dell’aumento della tariffa oraria per il servizio prevenzione, vigilanza e primo intervento antincendio al porto di Genova, svolto da una società di Vianello, avrebbe ottenuto dall’imprenditore l’uso di una Mini Cooper per un viaggio a Montecarlo, il pagamento di 6.600 euro per il banchetto nuziale della propria figlia e uno smartwatch per un’amica. Vianello delegava l’acquisto con queste parole: «Sì, uno piccolo da 300… me ne vai a prendere uno da donna?» specificando poi che doveva andare bene «per un troione di trent’anni».

A Genova Vianello viene considerato un uomo del Pd, in rapporti stretti con il segretario provinciale dem, Simone D’Angelo. All’imprenditore indagato viene attribuito anche un ruolo di primo piano nella scelta dell’ad dell’Ente bacini, carica affidata nel maggio del 2022 ad Alessandro Terrile, ex segretario provinciale del Pd e, all’epoca della nomina, consigliere comunale del partito del Nazareno. A dicembre 2023, su indicazione del senatore Antonio Misiani, d’intesa con Elly Schlein, a Terrile è stata affidata la delega sulle Infrastrutture all’interno della segreteria nazionale del Pd. Un incarico che oggi potrebbe causare qualche mal di pancia.

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