Un «patto per il decoro di Roma» che si regge su due pilastri: i romani che devono produrre meno immondizia possibile e la ricerca di siti di smaltimento all’estero. Obiettivo, Roma pulita per la riapertura delle scuole.
La crisi dei rifiuti con cui la capitale fa una figuraccia mondiale è un’emergenza che si ripete ogni estate e non fa eccezione in questa, torrida, del 2019. Ogni giorno a Roma vengono raccolte circa 4.600 tonnellate di rifiuti, di cui circa 2.600 sono indifferenziati: questo significa che circa una tonnellata su 9 resta in strada, e non finisce negli appositi impianti di smaltimento, a causa della carenza di mezzi per la raccolta (55% indisponibili, metà dei compattatori necessari), carenza di impianti per il trattamento e lo smaltimento e gli incendi nei centri rifiuti Tmb (gli impianti di trattamento meccanico-biologico), carenza di personale (ci sono numerose prescrizioni e molti operatori non possono lavorare di notte, di giorno, al caldo, al freddo, come ha detto l’ad Ama Massimo Ranieri).
I cassonetti stracolmi e maleodoranti, le montagne di sacchetti che invadono marciapiedi e strade, per la gioia di topi, insetti e gabbiani, hanno anche un effetto collaterale che peggiora il sistema: annullano la raccolta differenziata e aumenta l’indifferenziata. Inoltre, dal punto di vista politico, l’impasse dei rifiuti manda in crisi Virginia Raggi e il M5s, sempre meno dalla parte della sua sindaca e sempre più consapevole del «problema Roma». Un Movimento i cui leader non hanno difeso la Raggi sulla spazzatura salvo poi attaccare i giornalisti se criticano e scrivono di rapporti tesi tra Raggi e Di Maio. E allora su Facebook arrivano perle di insulti per la categoria e se Alessandro Di Battista, aveva definito i giornalisti come «puttane», ieri i grillini romani hanno detto che i giornalisti scrivono gossip e che i giornali così sono buoni solo per «incartare il pesce, pulire i vetri o per raccogliere le deiezioni canine». Tornando al «patto per il decoro», siglato tra sindaco, cda di Ama Spa e sindacati, ieri in Campidoglio è stata avviata una cabina di regia per arrivare ad una soluzione a medio e lungo termine e non soltanto emergenziale.
I sindacati hanno chiesto un cambiamento sotto il profilo industriale, strutturale, finanziario e dell’organizzazione del lavoro, ovvero riprogettare il ciclo dei rifiuti rendendo Roma autosufficiente come le altre capitali europee, con la costruzione di siti e impianti propri. La Raggi ha difeso la municipalizzata che «da inizio giugno, da quando gli impianti di Malagrotta sono andati in manutenzione, mandando in tilt la raccolta, ha lavorato con turni straordinari, i lavoratori si sono messi a disposizione h 24. È un momento di grandissimo lavoro, non ci fermiamo, sicuramente questa apertura di altri siti regionali è fondamentale come altrettanto lo è il lavoro che stiamo facendo per trovare siti all’estero».
Non è mancata la polemica con il governatore Nicola Zingaretti che aveva emanato un’ordinanza per aumentare i volumi di rifiuti della capitale ricevuti dagli impianti regionali e ripulire la città (aveva dato 48 ore all’Ama per raccogliere tutto), ordinanza definita «inapplicabile» dalla sindaca che ha girato un paio di video riprendendo i cancelli chiusi di due impianti indicati dalla Regione. E se il patto siglato ieri prevede il ritorno alla normalità per la riapertura delle scuole, i sindacati hanno chiesto anche la pulizia e quindi il decoro della città per quella data mentre l’Ama ha ribadito il massimo impegno sulla raccolta anche se la stessa presidente Luisa Melara ha voluto richiamare i cittadini al loro senso civico, invitandoli a contenere la produzione di rifiuti e a differenziare correttamente. Inoltre ha assicurato un monitoraggio più attento dei flussi di raccolta e smaltimento della spazzatura anche attraverso un report pubblico ogni 8 ore.
Nel frattempo, però, Roma continua a produrre 3.000 tonnellate giornaliere e riesce a smaltirne soltanto 700/800 e quindi oltre ai siti regionali servono siti all’estero. La municipalizzata, infatti, sta trattando con società di Svezia e Bulgaria per spedire all’estero, per 3 anni, circa 70.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati, che così alleggerirebbero gli impianti Tmb. A spingere per questa soluzione è stato anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in quota M5s, che aveva dato a Raggi 10 giorni per risolvere la situazione e che aveva sollecitato la cabina di regia per evitare il commissariamento. Una misura che eviterebbe a Roma gli accordi con le altre regioni sempre meno disponibili a prendersi la «monnezza» romana, ma soprattutto la capitale avrebbe il tempo per costruire suoi impianti di compostaggio e di riciclo-riuso, magari proprio a Pian dell’Olmo, estremo nord della città, dove nei giorni scorsi si pensava di fare una «discarica temporanea».
Nel frattempo è quasi raggiunto l’accordo con un operatore, probabilmente Hera, di un’altra regione per inviare 700 tonnellate a settimana (probabilmente prenderà ciò che viene prodotto dal tritovagliatore di Ostia). Il decoro a cui punta la cabina di regia è comunque urgente perché resta l’allarme Roma pulita prima dell’inizio delle scuole. Una «pulizia» della città necessaria anche perché resta «l’emergenza igienica con pericoli per la salute pubblica» ribadita da Antonio Magi, il presidente dell’Ordine dei medici di Roma senza dimenticare i più di 1.000 spazzini che si rifiutano di sollevare i rifiuti perché vengono investiti dai miasmi oltre che dalle formiche e a volte dai topi, e perché temono qualche infezione.
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