- Il direttore artistico del marchio: «Nella nuova collezione capi ibridi, adatti sia alla casa sia all’esterno, in cashmere al 100%. Oggi i vestiti devono durare. Le linee vanno bene pure per le donne, a cui offriamo il servizio di confezionamento su misura».
- Brett Johnson crea capi che infondano «un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile».
- Carlo Pignatelli presenta lo sposo del futuro e stringe una partnership con Pronovias.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d’ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l’anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale».
Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell’azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c’è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l’outdoor e l’indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell’armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film – perché di questo si tratta davvero – girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori.
Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?
«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita».
Come vive questo particolare momento?
«Con grande riflessione, guardo all’estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L’ho chiamato “zoomwear” e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l’eleganza, l’attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey».
Lei ha precorso i tempi in questo senso.
«C’era già un’impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell’aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare».
Cosa c’è di diverso in questa collezione?
«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un’unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all’interno nemmeno l’1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l’evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali».
Capi che indosserebbe anche una donna.
«Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione».
Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?
«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».
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