- Ambiente e abitudini contano molto più dei geni. Le basi per una vecchiaia sana si mettono durante l’infanzia. Ma per chi è già nella mezza età non è troppo tardi.
- La nutrizionista Debora Rasio: «Uova, fegato, pesce e latte erano pilastri per i nostri avi. Coi cibi ultra processati ci priviamo di nutrienti. La carne? Più facile trovare quella rossa di qualità».
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È in aumento la speranza di vita in Italia, ma quasi il 20% degli anni sono segnati da limitazioni e malattia. Secondo i report Bes 2023 dell’Istat, l’attesa media di vita è di 83,1 anni, quasi un anno in più rispetto al 2022 (82,3). Per gli uomini il valore è di 81,1 anni mentre per le donne è di 85,2. Ma è il dato sulla speranza di vita in buona salute ad essere particolarmente interessante. Nel 2023 è pari a 59,2 anni, in riduzione rispetto ai 60,1 anni del 2022, ma in linea con il 2019: il dato anomalo, secondo gli esperti, sarebbe dovuto al Covid. Quasi vent’anni di vita sono quindi seganti da limitazioni fisiche, dalla presenza di almeno una patologia, situazione che interessa l’85% degli over 75. Attualmente un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni con implicazioni socio-sanitarie non indifferenti, specie in prospettiva, considerando che l’80% del budget sanitario è per le malattie croniche. Come campare cent’anni in salute? Se le patologie cardiovascolari sono la prima causa di morte, tra le patologie che minacciano la salute negli ultimi anni di vita, una delle più comuni e gravi è il cancro: circa una persona su 5 lo sviluppa e la metà delle diagnosi riguarda persone con più di 70 anni. È ormai consolidato che si può agire su buona parte dei fattori che causano queste patologie e dati recenti puntano i riflettori su ambiente e condizioni socioeconomiche, più che di Dna.
Chi nasce a Bolzano può beneficiare di quasi 14 anni anni in più (13,7 per l’esattezza) di vita in buona salute di chi invece nasce in Basilicata (66,5 anni di vita senza malattie contro 52,8). Ma quanto contano i geni? Lo rivela uno studio pubblicato in queste settimane su Nature Medicine realizzato da ricercatori di Oxford per svelare il dilemma su cosa influisca sulla longevità tra Dna e stile di vita. Per rispondere hanno attinto alla Uk Biobank, che contiene le informazioni sulla salute di mezzo milione di cittadini inglesi aggiornate anche per decenni di seguito, incluse le abitudini alimentari, di sonno e di attività fisica, malattie dell’infanzia, condizioni socioeconomiche, familiari e le cause di morte. Per ciascun soggetto censito, i ricercatori hanno tracciato il profilo del rischio di ammalarsi, incrociando i geni con 164 tra fattori ambientali e stili di vita: dal fumo alla convivenza con un partner, dal peso all’età di 10 anni all’uso di apparecchi elettronici. In un decimo del campione è stata inoltre fatta l’analisi dell’orologio dell’invecchiamento, un test del sangue che, in base all’esame di 204 proteine, definisce lo stato di usura dei vari organi prima ancora che mostrino sintomi di malattia. Correlando i dati tra geni, stili di vita e livello di usura degli organi, è emerso che abitudini e ambiente impattano di più sulla durata della vita del patrimonio genetico con un valore del 17% contro il 2% del Dna. Poche le sorprese sui fattori di rischio che incidono di più sulla longevità. Al primo posto c’è il fumo, legato all’insorgere di 21 delle 22 malattie considerate nello studio. Al secondo posto ci sono condizioni socioeconomiche come il possedere una casa, alloggiare in affitto o dover pagare un mutuo, avere un contratto di lavoro stabile, vivere in condizioni di povertà. L’effetto sulla salute di queste variabili, che hanno a che fare su questioni di reddito, è molto grande: riguarda la prevenzione di 19 malattie. L’attività fisica moderata è al terzo posto ed è implicata nel ridurre il rischio di 17 patologie. Lo sport ad alta intensità, invece, produce un effetto contrario: sarebbe implicato lo stress ossidativo da troppo lavoro cellulare in grado a velocizzare l’invecchiamento. Lo studio di Oxford evidenzia anche l’impatto dei vari fattori nell’infanzia nell’allungare o accorciare la vita. La probabilità di invecchiare in salute, per esempio, si abbassano se si ha una madre che fuma nei primi anni di vita del figlio. C’è poi una rivincita per i bambini che a 10 anni possono soffrire per essere più bassi e pesare meno rispetto alla media: vivono mediamente di più di quelli più alti e grossi. Anche il carattere rientra tra i fattori che erodono la durata media della vita: la poca vitalità e il poco entusiasmo ridurrebbero non solo la qualità, ma anche la quantità di anni da vivere. Dormire più di 9 ore o meno di 7 è associato a una vita più breve, come anche l’abitudine al pisolino pomeridiano. Al contrario, un titolo di studio elevato, il numero di automobili possedute, come indice di ricchezza, e convivere con un partner – ma non con persone diverse dal partner – favorirebbero una una vecchiaia prolungata.
Considerando i singoli organi, gli stili di vita si rivelano particolarmente influenti sulla salute di polmoni, cuore e fegato. Il Dna ha però degli organi su cui esercita maggior potere. Le mutazioni ereditate dai genitori fanno la differenza nel rischio di ammalarsi di demenza e di alcuni tipi di cancro, soprattutto a seno, ovaie, prostata e colon-retto.
Varie ricerche sostengono che invecchia più in salute e rallenta lo sviluppo delle malattie, chi comincia sin da giovane ad avere uno stile di vita sano, evitando fumo e sovrappeso, principali fattori di rischio di cancro e malattie cardio-metaboliche. C’è però speranza anche per chi inizia nella mezza età. Uno studio pubblicato nel 2024, che ha analizzato gli stili di vita di oltre 276.000 veterani statunitensi di età compresa tra i 40 e i 99 anni rispetto a una serie di 8 comportamenti definiti sani – dieta equilibrata, regolare attività fisica e sonno, gestione dello stress, relazioni forti, niente fumo o abuso di alcol e oppioidi – ha dimostrato che seguire tutti gli 8 consigli (tutti di buon senso) portava a un rischio significativamente più basso di mortalità prematura e a un’aspettativa di vita stimata dopo i 40 anni più lunga, fino a 24 in più rispetto a chi aveva abitudini meno sane. Già nel 2018 un altro studio americano aveva evidenziato che l’adesione a 5 fattori di stile di vita a basso rischio – non fumare, peso sano, attività fisica regolare, dieta sana e consumo moderato di alcol – potrebbe prolungare la speranza di vita a 50 anni di 14 anni per le donne e di 12,2 anni per gli uomini, rispetto a chi non ha adottano nessuno di questi fattori. Ci sono poi benefici che valgono sempre: smettere di fumare si traduce in un vantaggio in termini di potenziali anni di vita sia che si smetta a 35 anni che a 75 anni.
A sbaragliare apparentemente le carte ci sono delle ricerche che rivelano come molte persone con vite eccezionalmente lunghe non abbiano abitudini più salutari rispetto alla media degli americani con tassi inferiori di malattie legate all’età, come patologie cardiache, cancro e demenza. In questo caso ad essere implicati sembrano esserci dei geni rari, presenti in meno dell’1% della popolazione, in grado di ritardare o evitare le malattie in misura maggiore rispetto a chi vive di meno. Meglio spegnere la sigaretta, evitare gli eccessi, curare le relazioni e poter guadagnare da almeno arrivare a fine mese.
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