L’abbiamo vista su Focus, canale 35, la rete tematica di Mediaset sulla divulgazione, nel primo dei tre speciali intitolati Le grandi battaglie di Roma, dedicato alla fondazione dell’urbs aeterna (753 a. C.) e alle guerre puniche. Con accattivanti effetti visivi e approfondimenti, Laura Pepe, conduttrice e co-autrice del programma, docente di Istituzioni di diritto romano e Diritto greco all’università degli Studi di Milano, milanese, classe 1969, ha attualizzato le vicende epiche della Roma antica, partendo dalle sue origini leggendarie, quelle dello scontro tra Orazi e Curiazi. Il secondo e il terzo speciale, intitolati Oltre il Rubicone. Le battaglie di Giulio Cesare e Guai ai vinti, andranno in onda, rispettivamente, il 29 novembre e il 6 dicembre 2024. La trasmissione ben s’inserisce anche nella congiuntura cinematografica, giacché proprio in questi giorni è proiettato nelle sale Il gladiatore 2, con la regia di Ridley Scott, sequel del fortunato film del 2000, sempre diretto dall’autore di Blade Runner.
Nel primo speciale, trasmesso il 22 novembre 2024, emerge la figura di Annibale. Come lo descriverebbe?
«Uno stratega geniale, astuto, che seppe mettere in grandissima difficoltà l’esercito romano perché sfruttava stratagemmi e diversivi ai quali il sin troppo logico e ordinato esercito romano non sapeva far fronte. Li spiazzò completamente. Poi fu sconfitto in territorio africano».
Quali sono le origini dell’acerrimo odio del condottiero cartaginese nei confronti di Roma?
«Innanzitutto Cartagine era stata già sconfitta da Roma nella prima guerra punica, combattuta diversi anni prima, intorno alla seconda metà del III secolo a. C.. Ancora bambino, aveva giurato odio nei confronti di Roma, promettendo al padre che avrebbe combattuto il nemico. Cartagine e Roma non potevano convivere e, per forza di cose, l’una delle due avrebbe dovuto distruggere l’altra».
Militarmente, Annibale ricorreva anche agli elefanti. Perché l’utilizzo dei pachidermi?
«Gli elefanti avevano il pregio di essere più resistenti rispetto ai cavalli. E offrivano un diversivo. Un elefante può creare molti più danni di un cavallo, anche se è meno addomesticabile. A differenza di un cavallo, l’elefante che s’imbizzarrisce non è gestibile. Non è un caso che, quando Cartagine fu sconfitta nella seconda guerra punica, Roma le impose la consegna di tutti gli elefanti. Durante l’attraversata delle Alpi, gli elefanti si rifiutavano di guadare dei fiumi. Anche in quel caso ci fu uno stratagemma di Annibale. Ricorse alle elefantesse che, con il loro estro, spinsero gli elefanti ad avanzare».
Roma si trovò impreparata agli attacchi provenienti dal mare.
«Roma non sapeva combattere sul mare ma ricorse a particolari marchingegni, chiamati “corvi”, attraverso cui riusciva a impadronirsi delle navi nemiche e a rendere, mediante un sistema di ponti, una battaglia navale simile a una sulla terraferma».
Quando Annibale entrò nel suolo italico, decise, dopo aver vinto varie battaglie, di proseguire verso la Sicilia e di non invadere Roma.
«L’intento di Annibale era quello di sollevare le città alleate e socie di Roma, contro Roma, rafforzando il malcontento nei confronti di Roma. Ma questa operazione gli si ritorse contro. Tuttavia, Roma non vinse mai contro Annibale sul territorio italico. Tant’è vero che la guerra fu poi spostata su quello africano».
E se avesse tentato l’invasione della città, avrebbe potuto farla soccombere?
«Qualche possibilità l’aveva, perché Roma era fortemente disorientata e in preda al panico. Ma questi sono i tanti “se” della storia “controfattuale”».
Le diverse popolazioni italiche coinvolte e, spesso, depredate, si rendevano conto di ciò che stava accadendo?
«Eccome! Infatti, erano molto arrabbiati nei confronti di Roma che non forniva loro l’adeguato supporto».
In quelle e altre battaglie ci furono migliaia di vittime. Poi, i cadaveri ricevevano sepoltura?
«Tendenzialmente, nelle guerre, si concede un tempo per raccogliere i corpi dal campo di battaglia. Come Ugo Foscolo ricorda, nei Sepolcri, la sepoltura è una delle conquiste della civiltà».
All’epoca esistevano le dichiarazioni di guerra?
«Esistevano le dichiarazioni di guerra e degli appositi sacerdoti, chiamati feziali, a Roma, che dichiaravano guerra. In genere le guerre venivano dichiarate, non erano attacchi improvvisi. Attraverso informatori, ci si rendeva conto di come la situazione stesse evolvendo. Tant’è vero che quando Annibale passò le Alpi, l’esercito romano gli andò incontro».
Annibale e Scipione «l’africano» provenivano da famiglie altolocate?
«Certo. Annibale proveniva da una delle famiglie più in vista di Cartagine e, del resto, anche i condottieri romani appartenevano a gentes nobili. Il consolato era un diritto di chi proveniva da famiglie aristocratiche e senatorie. A Roma, per ricoprire il cursus honorum, la carriera politica, bisognava necessariamente venire da famiglie importanti. Quando, verso la fine della Repubblica, apparvero personaggi di estrazione popolare, furono bollati come homines novi, uomini nuovi. Cicerone, ad esempio, fu un homo novus, perché non aveva antenati di rango senatorio».
Come riuscivano le famiglie, nella Roma antica, a diventare ricche e influenti?
«Roma non fu mai una democrazia, ma una repubblica ad alta vocazione aristocratica. Per finanziarsi le campagne elettorali, un uomo politico doveva essere ricchissimo. La ricchezza si basava sul latifondo, sulla proprietà di terre. Poi iniziò a formarsi, attraverso il commercio, la classe dei cavalieri. Per finanziare le sue campagne elettorali, Cesare dovette ricorrere a uno degli uomini più facoltosi di tutti i tempi, Crasso, la cui ricchezza derivava soprattutto dai commerci».
Tra le pene capitali, a Roma, era prevista la crocefissione.
«La crocefissione non era per i cittadini romani, ma destinata agli schiavi e ai non cittadini, tant’è che l’esecuzione di Spartaco e dei suoi avviene per crocefissione. Gesù fu crocifisso perché non era un cittadino romano. I Romani avevano un vasto campionario di tipi di esecuzioni capitali. Uno dei più nobili era la decollazione con la scure, il taglio della testa. I carcerati erano spesso strangolati silenziosamente. Durante l’età imperiale c’è una differenziazione di casta: morte veloce e indolore per i più ricchi, lenta e terribile per i più poveri, solitamente preceduta da torture. Molte condanne capitali avvenivano nell’anfiteatro e diventavano una sorta di spettacolo teatrale, pensiamo ai cristiani massacrati dalle belve».
Sull’antica Roma, Federico Fellini diresse Satyricon, tratto dall’opera di Petronio, rappresentazione di degradazione morale e perversioni.
«Il degrado morale esiste in tutte le società. Petronio voleva deplorare l’emergere di una nuova classe di ricchi, i liberti, gli schiavi liberati, che possedevano molte ricchezze ma non i valori degli antichi Romani. Quella di repubblica e impero è vista come una storia di continuo degrado, di allontanamento dai mores maiorum, i costumi degli antenati che avevano fatto grande Roma. Dobbiamo prendere atto che le società si modificano. Durante l’età imperiale, quella che descrive Petronio, non c’erano più i valori di quando Roma era una piccola città, dove non erano presenti lusso, ricchezza e divertimenti e ci si limitava a coltivare la terra».
Nella Roma antica esisteva una nozione di morale sessuale?
«Indubbiamente. Ma soltanto sulla carta. Ad esempio potremmo immaginare la donna romana come una matrona che filava la lana e accudiva i figli, fedele al proprio marito. Spesso non era così. Il fatto che ci fossero leggi per reprimere l’adulterio, ne indica la frequenza. In età augustea, I secolo a. C., un poeta, Ovidio, scrisse L’arte di amare, in cui indicava a uomini e donne quali fossero gli strumenti del piacere sessuale. Una cosa molto moderna».
Quanto, invece, a morale civica, esisteva la corruzione?
«Era diffusissima. Infatti, venivano fatte leggi, regolarmente disattese, per combatterla. Pensiamo all’invettiva di Cicerone contro Catilina. Fu Cicerone a corrompere buona parte degli elettori per impedire a Catilina di accedere al consolato».
I Romani credevano nell’Aldilà?
«Certamente. Esiste anche un Aldilà pagano, fatto di punizioni per chi si è comportato male e di ricompense per chi si è comportato bene. I Romani erano politeisti e adoravano molte divinità con sembianze antropomorfe e imperfezioni umane, iracondi e vendicativi. L’ateismo era molto meno diffuso di oggi».
Perché l’impero romano si è dissolto, nel 476 dopo Cristo?
«L’impero romano implose. Le invasioni barbariche sono soltanto una delle cause che ne determinarono la fine. Finì per carenze strutturali, crisi economiche, politiche e sociali».
Evocando il film del 1984 di Roberto Benigni e Massimo Troisi Non ci resta che piangere, la affascinerebbe trovarsi improvvisamente a vivere nella Roma antica?
«Un giorno solo però, toccata e fuga, con certezza di poter tornare nel mondo attuale. Se dovessi avere una preferenza, sceglierei le Idi di marzo del 44 a. C., per vedere cosa successe il giorno in cui fu ucciso Cesare».
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