Sandra Milo: «Sono religiosa, però l’inferno non esiste»
L’attrice ricorda i suoi amori: «Berrei un caffé con Fellini se fosse vivo. Sordi invece non ci provò, sperava cadessi ai suoi piedi» Il miracolo sulla figlia: «Pesava 700 grammi e l’abbraccio di una suora la salvò. Sono credente: ci troveremo tutti in paradiso».

Sempre esuberante, solare, emotiva. Sempre con l’inconfondibile voce fiabesca, Sandra Milo, classe 1933, tre matrimoni alle spalle e tre figli, modella, attrice, conduttrice televisiva, icona sexy nazionale e donna sensibile e riflessiva, parla con levità del suo ieri e del suo domani con lo sguardo del presente, dispensando una joie de vivre innata. Ricordando la fantasia iperbolica e il senso giocoso dell’esistere propri di Federico Fellini, che la pretese per Otto e mezzo ma non poté ottenerla per fare Gradisca in Amarcord, ripensa a una vita in cui i sogni e l’inesplicabile si confondono con la concretezza talvolta perfida della realtà e con le scelte che determinano il destino.

Ha avuto una vita intensa e talvolta burrascosa. Gli stati d’animo cambiano sempre, ma si sente serena?

«La serenità è una cosa che si conquista. La vita non ci fa mai stare tranquilli. Le difficoltà sono tante, ma io non mi dispero mai. Lucio Dalla in una canzone diceva: “Fermate il mondo, vorrei scendere un momento”. Ecco, a volte, vorrei scendere un momento».

Tre matrimoni e altre intense relazioni sentimentali. Perché un’unione si rompe?

«Ciò nasce da una regola fondamentale del mondo e cioè che tutto nasce e tutto muore. Anche un amore infinito può aver fine, e talvolta in modo drammatico e violento, come vediamo dalla cronaca».

Un amore finito può trasformarsi in un altro tipo di rapporto?

«La trasformazione, ad esempio in forma di amicizia, è difficile. A me non è mai capitato. Le mie storie sono sempre finite male e, quando è così, la chiusura è brusca ed è difficile ricostruire».

Ha lasciato più lei o più l’hanno lasciata?

«Ho lasciato più io, ma sono anche stata lasciata. In ciascuno dei due casi, comunque, le cose sono spiacevoli».

Il suo nome anagrafico è Salvatrice Elena Greco. Come nacque quello d’arte?

«Salvatrice è un nome che ho sempre rifiutato. I nomi hanno un significato e influiscono sulla vita delle persone. Milo è nato quando una rivista mi fece un servizio in copertina, coperta solo da foglie, con il titolo “La Milo di Tivoli”. Scelsi Sandra perché “San” è dolce e “dra” determinato. Un nome che mi rappresenta bene».

Il suo matrimonio con il marchese Cesare Rodighiero durò solo 21 giorni. Lei aveva 15 anni. Ritiene che questa esperienza sia stata utile per la sua crescita?

«No, non servì. In amore si commettono sempre gli stessi errori, si predilige un certo tipo di persona che, bene o male, è sempre lo stesso».

Come decise di diventare attrice?

«Dopo quella separazione, mi trasferii a Milano. Ero bella, alta per i miei tempi. Feci la modella con successo. Ma volevo far sentire la mia voce. Allora sono partita per Roma per realizzare il mio sogno, il cinema».

Partecipò, nel 1955, al suo primo film: Lo scapolo, con Alberto Sordi. La corteggiò?

«Una corte vera e propria no. Ovviamente era un uomo molto coccolato. Si sentiva qualcuno. Forse si attendeva magari che io cadessi ai suoi piedi. Ma ciò non è accaduto».

Il femminismo ha manifestato i suoi limiti. Come vede le donne di oggi rispetto a quelle degli anni Sessanta?

«Sono più battagliere e determinate nel conquistare diritti. Ma credo che la via diplomatica sia migliore della guerra. La donna non è fatta per combattere, secondo me le ragazze di oggi sentono la mancanza di un certo tipo di amore, di romanticismo, magari per timore del ridicolo. Credo soffrano molto per questo».

Nel 1960, in Adua e le compagne, diretto da Antonio Pietrangeli, interpretò il ruolo della prostituta Lolita che, nonostante i tentativi con le sue tre amiche, non riusciva a riscattarsi. È così ancor oggi?

«Quel film uscì dopo la legge Merlin. Quelle ragazze erano schedate. Uscivano dalle case di tolleranza. Oggi è diverso. Se una donna fa la prostituta non è detto gli altri lo sappiano».

Come giudica, col senno di poi, la sua unione con il produttore cinematografico Moris Ergas?

«All’inizio fu positiva, quando non eravamo sposati. Lavoravamo nello stesso ambiente, avevamo gli stessi amici. Poi nacque Deborah e la storia finì in maniera drammatica. Mi intentò 44 processi. Fu una battaglia all’ultimo sangue».

Nel cinema iniziò benissimo. Il generale Della Rovere e Adua e le compagne ricevettero premi importanti. Poi venne, nel 1961, Vanina Vanini di Rossellini.

«Con Adua e le compagne non presi la coppa Volpi per un punto e la spuntò Shirley MacLaine. Il generale Della Rovere conquistò il Leone d’Oro. Vanina Vanini fu un fiasco terribile. La critica praticò un tiro al bersaglio. Fui costretta, dolorosamente, a lasciare il cinema. Due anni dopo, Fellini venne a casa mia con la troupe per un provino per Otto e mezzo e mi convinse».

Con Federico Fellini ebbe una relazione durata circa 17 anni. Qual era la cosa che più la attraeva di lui?

«Erano molte, ma più di tutte il suo atteggiamento sorridente nei confronti della vita. E poi quell’inspiegabile, il capire che di quella persona non puoi fare a meno».

Lui le chiese anche di stabilizzare il vostro legame…

«Non si parlò di matrimonio, ma di vita insieme. Io ebbi paura. Era un rapporto così straordinario, senza liti né violenza. Temetti che si banalizzasse. E così ho preferito chiudere la storia e conservarne l’immagine meravigliosa che ne avevo. Non ho rimpianti».

Giulietta Masina soffriva per la vostra relazione?

«Non credo, le voleva molto bene. C’era un rapporto di grandissimo affetto che non sarebbe finito mai».

Ci sono riflessi della vostra storia nel film di Fellini Giulietta degli spiriti del 1965, dove lei lavorò, a fianco della Masina, interpretando tre diversi, sensuali personaggi femminili?

«Io credo volesse fare un omaggio a Giulietta rappresentandola come una donna che cerca le prove del tradimento del marito. Film di straordinaria bellezza. Ma secondo me non vennero fuori né il sentimento né la sofferenza di una donna».

In Otto e mezzo, la celebre scena erotica tra lei e Marcello Mastroianni. Fellini e Mastroianni erano gelosi l’uno dell’altro?

«Nooooo, non c’era gelosia. Insieme, erano meravigliosi. Mai visto un rapporto così bello tra due uomini».

I film di Fellini hanno spesso echi onirici. Glielo raccontava qualche suo sogno?

«No, mi parlava del quotidiano, di cose che capitavano, ed era molto piacevole».

E lei, Sandra, sogna?

«Faccio sogni molto belli. Ma vedo persone che non ho mai conosciuto in questa vita. Direi che faccio sogni fantastici. Per questo mi piace dormire».

Crede nell’invisibile?

«Assolutamente sì. Sono anche molto religiosa, ma non credo nell’inferno e penso che ci ritroveremo tutti in paradiso».

Le è mai stato chiesto da un suo compagno di rinunciare, per lui, alla carriera cinematografica?

«Sì, accadde con De Lollis (terzo marito, ndr), quando Fellini mi aveva scelto per fare Gradisca, in Amarcord. Mi disse che, se accettavo la parte, non avrei più rivisto i miei figli. Fu un grande dolore, ma rinunciai. Federico mi mandò 100 rose rosse e mi scrisse una bellissima lettera, che De Lollis stracciò».

Sua figlia Azzurra, nata con parto prematuro e in gravissimo pericolo di vita, fu salvata da quello che la Chiesa cattolica ha riconosciuto come un miracolo. Ci racconta di questa esperienza?

«Quando nacque, mia figlia pesava 700 grammi e fu considerata morta e avvolta in un fagottino su un tavolo. Io, in sala parto, urlavo e non volevo accettare questa morte. Venne una suora del Santo Volto e strinse al cuore il fagottino. Nella nursery, era maggio, pregava e faceva un massaggio cardiaco alla bimba che, dopo 20 minuti, ebbe un singulto e si rianimò. La Chiesa ascoltò le testimonianze mie e della mia famiglia per il riconoscimento del miracolo di suor Maria Pia Mastena (nata a Bovolone, nel Veronese, nel 1881, fondò l’ordine delle Suore del Santo Volto, ndr). La causa di beatificazione fu aperta da Wojtyla e il riconoscimento è dell’epoca di Ratzinger. Ricordo l’emozione in San Pietro con Azzurra in mezzo alle suorine venute da tutto il mondo, tutti volevano farle una carezza. Ora è grande e sta benissimo».

Lei fu protagonista di un delicato dibattito sull’eutanasia legato alla vicenda di sua madre.

«Sono assolutamente favorevole all’eutanasia. La vita è straordinaria, la adoro, ma nessuno al mondo può vivere senza speranza. Mia madre (Maria, morta a 52 anni, ndr) soffriva tantissimo, viveva con mia nonna, io ero incinta di Deborah, stavo facendo Otto e mezzo. Non volevo, ma lei m’implorò (si commuove) dicendomi “Io per te lo farei” e così la aiutai».

Ebbe una relazione sentimentale con Bettino Craxi e s’impegnò in prima persona in campagne elettorali del Psi.

«Confermo. Non solo l’ho amato ma anche ammirato. Parlava dell’Italia con un amore che raramente ho sentito. Quando successe il fattaccio delle monetine tutti parlarono male di lui, ma io e Giuliano Ferrara lo difendemmo a spada tratta».

Vuol ricordarne qualche aspetto della vita privata?

«No, preferisco ricordarlo così. Dico solo che era molto riservato e aveva come un pudore nei confronti dei grandi sentimenti».

Anche Pietro Nenni fu importante per lei…

«La prima volta che votai, gli diedi la mia preferenza e lo dichiarai pubblicamente. Quando mi separai da Moris Ergas dopo un episodio molto violento per il quale finii in clinica, mia figlia Deborah, allora bambina, fu mandata dai nonni ad Atene. Per la legge non era mia figlia. Allora scrissi una lettera a Nenni, all’epoca vicepresidente del Consiglio, che la fece pubblicare sull’Avanti! in prima pagina. Chiedevo al governo di occuparsi, prima del divorzio, dei figli non riconosciuti, chiamati “adulterini”. Nenni poi, con un motociclista, mi fece pervenire una lettera alla clinica Marco Polo dove scriveva: “In questo momento stiamo votando la legge di riforma del diritto familiare”. Da allora i figli nati fuori del matrimonio hanno avuto gli stessi diritti degli altri».

Che ne pensa della politica attuale?

«Sono anni che non voto più. Draghi mi piace, ha prestigio internazionale. Ma voglio credere nelle cose che faccio, e non ho più alcun punto di riferimento per cui entusiasmarmi».

Wikipedia scrive che lei dichiarò a una tv iraniana di avere una collezione di 60.000 mutandine. È vero?

«Assolutamente falso! Non so chi si sia inventato questa storia».

In questo periodo è innamorata?

«No, solo dei miei figli, del lavoro, della vita…».

Se domani le fosse concesso un caffè in piazza di Spagna con qualcuno che ha amato e non c’è più, con chi lo prenderebbe?

«Con Federico, sempre!».

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