Simone Furlan: «Ora fondo l’Esercito delle partite Iva»
L’albergatore veneto che inventò l’Esercito di Silvio: «I grandi eroi dei nostri giorni sono gli imprenditori Il vero nemico è lo statalismo che regna al governo. La sinistra è il male, ma i grillini sono il male assoluto».

«Rilancio l’Esercito di Silvio, ma stavolta al servizio degli eroi del nostro tempo: i piccoli imprenditori. Ecco: lo ribattezzo “l’Esercito delle partite Iva”». Simone Furlan, imprenditore alberghiero del profondo Veneto, è tornato nei ranghi di Forza Italia. «Con la speranza di ristrutturare la casa dei moderati e dei liberali. Se crolla quella, il centrodestra non può ripartire».

Certo che il suo Esercito di Silvio aveva un’aura leggendaria…

«Mi venne l’idea di istituirlo quando certa magistratura dichiarò guerra a Berlusconi. Serviva una linea di difesa più poderosa».

Era un esercito che non sparava…

«Ovviamente no. Lanciai un portale dove ci si poteva arruolare: eravamo migliaia. È stata la prima intuizione social della politica italiana».

In una interrogazione parlamentare, Sinistra e Libertà la definì «un’organizzazione militare con scopi politici».

«Mi chiamavano dalla Russia, dagli Usa: molti pensavano fosse un vero esercito con Berlusconi in testa. Invece avevo fatto tutto da solo: Silvio neanche lo conoscevo».

Finché?

«C’era ancora il Popolo delle libertà. Affittai un camper, tipo Stranamore, e ci appiccicai il logo di Forza Italia, perché occorreva tornare allo spirito del 1994. E lo penso ancora oggi».

E alla fine?

«Berlusconi mi convocò ad Arcore. Gli predissi che Angelino Alfano lo avrebbe tradito. Da quel momento ci diamo del tu».

Allora perché nel 2013 lasciò Forza Italia?

«Non c’era modo di coltivare una nuova classe dirigente. E poi nel partito mi fecero qualche sgambetto: ma fa parte del gioco».

Si è affacciato velocemente in Fratelli d’Italia.

«Una bellissima comunità umana. Ma nell’emergenza sanitaria li ho trovati troppo statalisti e romanocentrici. Berlusconi è un’altra cosa. Lui sì che è sintonizzato con le imprese».

Così il Cav l’ha ripresa con sé?

«All’inizio ero sfiduciato. Poi mi chiamò Berlusconi stupito: “Ma come, entri in un partito al 4% e lo lasci quando è al 14?”. Sono tornato a casa».

È stato il famoso incontro poco prima del contagio?

«Sì, tra l’altro era in forma smagliante. Glielo dissi: “Com’è che io invecchio e tu ringiovanisci?”».

Non teme di avergli trasmesso il Covid?

«No, perché prima di vederlo ho fatto due tamponi, come previsto dalle misure di sicurezza. Poi mi chiamò dall’ospedale per chiedermi come stavo. Proprio così, lui lo chiedeva a me».

Chi ha vinto le elezioni regionali?

«Facciamo i conti. Il centrodestra governa 15 regioni e ne ha strappate 2 alla sinistra. La maggioranza alimenta la narrazione della vittoria perché altrimenti le loro comode poltrone traballerebbero».

Però Toscana e Puglia sono state due delusioni.

«Va fatto un ragionamento sul centrodestra. Dov’è finito il contenitore liberale?».

La famosa gamba liberista e atlantista?

«La casa c’è già, ed è Forza Italia. Ma oggi è una casa che va ristrutturata».

Siete intorno al 6%. Da dove riparte la ristrutturazione?

«Dalle fondamenta. Bisogna lasciare spazio alla base e alla società civile. Sul territorio abbiamo sindaci e dirigenti straordinari. E tanti imprenditori sono pronti a partecipare».

Quel territorio che con Luca Zaia ha fatto vincere la richiesta di autonomia?

«La battaglia sull’autonomia va portata avanti con forza, ma non c’è solo quella. Mettiamo da subito la testa sul voto politico. Che avverrà purtroppo nel 2023, perché questi al governo non li schiodi neanche con le bombe».

Dunque?

«Berlusconi, quando era egemone, consentì alla Lega, che era ai minimi, di scegliere il governatore del Veneto, che poi divenne il bravissimo Zaia».

Perché?

«Era la lungimiranza di chi pensa al bene di una coalizione piuttosto che soltanto al bene del proprio partito».

È un consiglio diretto a Matteo Salvini?

«Matteo è una persona in gamba: deve fare questo salto di qualità per diventare il leader di tutto il centrodestra».

Anche nel suo interesse?

«Certo, uno spazio al centro serve anche a lui, altrimenti non riuscirà a conquistare i fortini della sinistra».

A proposito di conquista del fortino: rifonderà l’Esercito di Silvio?

«Rifondare è una parola che sa di comunista. Diciamo che sto pensando di rilanciarlo, me lo chiedono in tanti. E stavolta si chiamerà “Esercito delle partite Iva”».

Delle partite Iva?

«Rappresenteremo gli eroi del fare. Perché oggi per dirigere un’impresa occorre essere un po’ eroi, no?».

E quindi il nemico qual è?

«Lo statalismo che regna al governo. La sinistra è il male, ma i grillini sono il male assoluto».

Addirittura.

«Hanno buttato via miliardi con sussidi inutili, bonus monopattini e reddito di cittadinanza. A proposito, qualcuno per caso ha visto in giro un navigator?».

Intanto che li cerchiamo, mi dica com’è il polso delle imprese venete. C’è battito?

«In Veneto scoppierà una bomba. Al momento c’è la cassa integrazione e i licenziamenti sono bloccati, ma a ottobre che succederà? Temo che sarà un’ecatombe».

Di che numeri parliamo?

«Già oggi gli amici imprenditori, con cui mi consulto quotidianamente, stanno perdendo dal 40 al 50 per cento del fatturato. Questa gente va rappresentata».

Che cosa propone?

«Intanto verso determinati settori in ginocchio servono soldi a fondo perduto. E quel che è arrivato finora è ridicolo».

Poi?

«Ho dipendenti che devono incassare ancora la cassa integrazione di maggio e giugno. Faccio una proposta semplice».

Quale?

«Perché, anziché passare dal carrozzone dell’Inps, non diamo i soldi direttamente agli imprenditori che li girano ai dipendenti?».

E sul piano fiscale?

«Non voglio girarci intorno con parole strane: serve un condono punto e basta. Lo scriva così: condono».

Perché?

«Far slittare le scadenze non serve a nulla. Voglio uno Stato che dica: “Caro imprenditore, siccome non fatturi da mesi e mi hai fatto da ammortizzatore sociale, mi dai 1 di tasse anziché 10. E vai sereno”».

Recovery fund: soldi in cambio di sottomissione?

«Con queste regole siamo cornuti e mazziati. Ho l’impressione che l’Europa ci stia abbandonando per l’ennesima volta».

Intanto, nel piano per la richiesta di aiuti, il governo ha sbagliato a scrivere i numeri del Pil.

«Se lo facesse un mio dipendente, con il rischio di farmi saltare un finanziamento, lo licenzierei domani mattina».

Allora chi bisogna prendere a modello?

«Non mi sta affatto simpatico, però il presidente francese Emmanuel Macron è stato bravo. Ha puntato sulla ripartenza della produzione industriale».

E noi?

«Ci siamo chiusi a Villa Pamphilj con quattro amici».

Con i soldi del Recovery fund non si potranno tagliare le tasse.

«Il taglio delle tasse non può derivare da un prestito. Giuseppe Conte tiri fuori il coraggio, se ne ha: partecipate, carrozzoni, sprechi di Stato. Facciamo un taglio vero».

Chi si oppone?

«Gli azionisti di governo, che vogliono moltiplicare le prebende. E lo stesso Conte, che è un uomo per tutte le stagioni, e per tutte le coalizioni».

Il virus non lo ha rafforzato?

«Lo sta cavalcando, è la sua àncora di salvezza. È bene essere cauti e rispettare le regole, ma non possiamo bloccare il Paese con l’allarmismo solo per tenere in piedi il governo».

Lei è quello che una volta disse: «Angela Merkel va presa a calci nel sedere».

«E un calcione glielo darei ancora oggi. Con quel cretinetto di Nicolas Sarkozy ha contribuito a defenestrare Berlusconi, l’unico leader di peso che avevamo in campo».

Dietro gli ipotetici aiuti all’Italia c’è anche la cancelliera tedesca. Non dovremmo ringraziarla?

«Ma no, lei lavora pro domo sua. Ogni tanto, di riflesso, può uscirne qualcosa di buono anche per noi».

La Germania annuncia che non rispetterà i parametri di Maastricht fino al 2024.

«Non è la prima volta che la Germania va per conto suo. Con spirito critico, dobbiamo chiederci perché in questi ultimi anni, in Europa, siamo diventati residuali».

Non si sente a disagio in un partito europeista come Forza Italia?

«No, io critico questa Europa a trazione tedesca: ma sogno l’Europa dei popoli, lo spirito dei padri fondatori. Rinchiudersi nel proprio villaggio, chiudendo i confini, oggi è impensabile».

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