Basta citare il suo nome d’arte, Il Guardiano del Faro, per evocare un suono inconfondibile che ha scandito un’epoca. Federico Monti Arduini ha vissuto il successo nascosto dietro quel nome, senza farsi travolgere dalla celebrità, per continuare a coltivare la sua passione per la musica. Oggi ritorna agli onori della gloria grazie alla gag che ha permesso a Giorgio Panariello di vincere la quarta edizione di Lol: un suono così coinvolgente da strappare una risata decisiva.
«Sto facendo la promozione dell’album, Il venditore di sogni. Mi ha dato un tale entusiasmo che continuo a scrivere cose nuove. Ho passato la notte a suonare, ti confesso».
La passione per la musica non muore mai…
«Ma poi ti tiene vivo. C’è questo cuore che continua a battere, che continua ad avere emozioni, che ha desiderio di dare. È difficilissimo spiegarlo a chi non è musicista. Infatti ogni tanto ho degli scontri con la mia compagna perché certe volte si chiude una barriera e sono io e la musica, non c’è nient’altro, ed è difficile farlo capire a chi ti sta vicino».
Se uno si sveglia di notte mentre la compagna dorme, è un bel problema!
«Infatti cuffie su cuffie su cuffie! I primi tempi mi diceva: “Ma non stai bene, c’è qualcosa che non va?”. Era terrificante perché ti distruggeva il momento. Poi ha cominciato a capire, anzi è felice se mi vede che vado a suonare».
Quindi l’ispirazione viene in qualunque momento?
«Viene soprattutto quando il mondo dorme».
Come i sogni…
«Esattamente. Sembra che sia tutto tuo in quel momento, per cui puoi suonare senza avere la fretta di dover andare via a una certa ora».
La notte dà l’idea dell’infinito, sembra che non termini mai.
«E già! E poi il silenzio attorno. Non ti sembra di guastare il tempo perché la gente dorme, per cui il tempo è tutto tuo. È anche molto difficile conviverci perché certe volte la sofferenza è tanta».
Il nome che ha scelto è perfettamente aderente perché il guardiano del faro vive fuori dal mondo. Come ha scelto questo nome?
«È una storia abbastanza divertente, nel senso che io in quell’epoca ero dirigente della Ricordi. Un amico mio, che faceva l’importatore di strumenti, aveva importato il moog e mi ha detto: “Ti dispiace se te lo mando allo Ricordi?”. Io, spinto dalla curiosità, quando è arrivato lo strumento, mi sono messo a suonarlo ed è venuto fuori questo suono incredibile che mi ha catturato subito. C’era per fortuna un tecnico: “Senti, già che ci sei registriamo”. Alla fine ho sentito il pezzo e ho detto: “Mamma mia, questo è un successo, ma come faccio io che sono un dirigente della Ricordi?!”».
Come ha fatto?
«Ho chiamato un mio amico produttore, Felice Piccarreda, e gli ho dato il nastro: “Senti, vai alla Ricordi discografica, fai sentire il pezzo, se gli piace, glielo dai. Non dire che sono io”. Il palazzo della Ricordi era tutto assieme, per cui è sceso al piano dove c’era la discografia, ha fatto sentire il pezzo, è risalito subito dopo, dicendo: “Bellissimo, lo vogliono pubblicare, ma vogliono sapere chi è l’autore”. In quel momento mi sono ricordato della mia giovinezza quando i miei avevano una casa all’Argentario e vicino c’era un faro disabitato, dove noi ragazzi ci trovavamo per suonare. La Ricordi ha pubblicato il brano Il gabbiano infelice, è stato primo in classifica per mesi e non sapevano che fossi io!».
Quando lo hanno scoperto cosa è accaduto?
«Sono stato chiamato dal presidente che mi ha fatto la ramanzina: “Noi vogliamo un dirigente, non vogliamo un artista”. Ero il direttore generale delle edizioni musicali e di tutte le società di musica leggera della Ricordi. Mi ha anche chiesto di rinunciare ai diritti. A quel punto ho detto: “Va bene, se mi fate firmare una carta che rinuncio, ne firmo due e la seconda carta è che me ne vado”. Sono andato a dirigere la Phonogram, dove ho lanciato tanti grandi artisti, come I Nuovi Angeli e Umberto Balsamo. Quasi tutta la loro discografia di Santo & Johnny l’ho prodotta io».
Poi c’è stato il grande successo di Amore grande, amore libero.
«Sono andato via dalla Phonogram, anche lì ho litigato con il presidente perché aveva una moglie che voleva cantare e io cercavo di spiegargli che non era molto pulita la cosa. Proprio quell’anno, il 1975, la Rai apriva Un Disco per l’Estate agli strumentali e un dirigente mi ha chiamato, ma io non avevo il pezzo, non avevo la casa discografica, non avevo niente, ero proprio in mezzo a una strada, lui però ha detto: “Non importa perché la Rai si riserva di invitare tre persone e una sarai tu”. La mia fortuna è stata che ogni volta che componevo un brano registravo sul mangiacassette, poi le cassette le mettevo in un’anta del mobile, un po’ in alto, allora appena finita la telefonata sono corso ad aprire questo mobile e mi è caduta una cassetta in testa: era Amore grande, amore libero».
Un segno del destino!
«Poi è successo di tutto perché quando sono andato a Roma, atteso da tutti i maestri che dovevano fare la selezione, ho messo il nastro e non c’era niente: si era smagnetizzato in volo. Allora ho convocato di nuovo l’orchestra, sono tornato di notte a Milano, ho finito di registrare alle tre della mattina e alle dieci avevo l’aereo per tornare a Roma per far sentire il brano. Naturalmente una copia questa volta l’avevo spedita, l’altra lo avevo messo nella carta d’argento per non farla smagnetizzare. Tutti hanno detto: “Bellissimo, va bene”, allora si è posto il problema della casa discografica. Siccome ero a Roma, ho chiamato l’Rca e lì c’era quel genio di Ennio Melis che ha capito immediatamente il brano e ha fatto di corsa il contratto. Alla fine Amore grande, amore libero ha vinto Un Disco per l’Estate. È una storia da scrivere 12 libri!».
Ha cominciato a esibirsi?
«Sì, in posti bellissimi, come La Bussola di Viareggio, solo che io volevo lavorare con gli artisti e volevo anche avere una mia società editoriale, cosa che ho fatto, prima la Fma, poi la Cafè concerto, che ha rappresentato grandissimi gruppi internazionali, come la Disney e la 20th Century-Fox. A me piaceva stare dietro il palcoscenico, però quando decidevamo che disco fare, quale arrangiamento, magari mi mettevo al piano e suonavo. Era il massimo perché da una parte ero dirigente, dall’altra continuavo a essere artista».
Aveva anche compiti amministrativi.
«Quando c’erano da fare i budget, era difficile far capire ai capi quanto ogni canzone avrebbe incassato di diritti d’autore perché è molto aleatorio. Loro giustamente dicevano: “Noi abbiamo delle spese fisse e tu ci devi dire perché hai preso quel cantante, quanto ci farà guadagnare, le sue canzoni quanto verranno suonate?”. Che ne so quanto verranno suonate?! Ma dovevo dirlo».
Occorre fiuto…
«Non sempre basta. Quando ero alla Rca, Melis ha chiamato Morricone: “Ennio, devi venire subito, devi fare questo pezzo con Federico…”. “Va bene”. Abbiamo inciso il pezzo che si chiamava Il sereno e la tempesta. Ogni volta che mi incontravano i dirigenti dicevano: “Questo sarà il tuo anno, avrai un successo pazzesco”. Credo di aver venduto quattro copie, di cui tre le ha comprate la mia mamma!».
C’era pure Luis Bacalov alla Rca.
«Quelli erano musicisti da non smettere mai di ascoltarli. Quando suonava Bacalov, io andavo sotto il pianoforte, era troppo bravo».
Come faceva a combinare queste due vite parallele?
«Io sono un sagittario ascendente vergine. Il sagittario creava e la vergine lavorava! In fondo, non mi sono mai sentito artista, tutto è successo per caso nella mia vita. Non ho l’obiettivo di raggiungere, di apparire, ho l’obiettivo di dare: mi battevo per i miei cantanti ed era come se mi battessi per me stesso».
La sua più grande soddisfazione da autore?
«All My Love di Cliff Richard: 12 milioni e mezzo di dischi! Nasce come un brano per Orietta Berti, Solo tu, presentato a Un Disco per l’Estate. Lo ha sentito un editore inglese che mi detto: “Se me lo dai, Federico, in 15 giorni faccio un successo in tutto il mondo”. “Ma sì, figurati”. E lui effettivamente dopo un mese neanche mi ha mandato il pezzo di Cliff Richard che ha venduto in tutto il mondo».
Ha scritto anche per Mina…
«Il brano Ma ci pensi, insieme con il mio carissimo amico Nino Romano. È stato un altro punto di arrivo, un sogno: per uno che scrive musica sentire una propria canzone eseguita dalla numero uno è il massimo».
L’ha incontrata?
«Eccome. Ogni tanto ancora la chiamo, le dico: “Voglio farti sentire un pezzo», però non ancora si è realizzata una seconda occasione di collaborare con lei”».
Hai visto il finale di Lol 4?
«Non sapevo nulla. Quando me lo hanno detto, mi sono precipitato e me lo sono goduto veramente. Mi ha fatto un gran piacere, come quando ricevo, ogni giorno, delle email e mi scrivono: “Grazie per la musica che ci hai sempre dato”. Non pensavo di essere ricordato dopo tanti anni di silenzio. Ho chiesto in giro di Lol e tutti mi hanno detto: “Ma Federico, dove vivi? È stato uno dei programmi più seguiti”. Io vivo nel mio mondo, il mondo delle note».
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