Per le italiane e gli italiani è il signor «buooonaaaseraaaa!» che giocando con la stilografica arancione annunciava – parlando in corsivo ben prima che le influencer fossero concepite – sorrisi del cielo o imbronciature delle nuvole. È il colonnello Giuliacci, Mario per gli amici e cioè milioni e milioni di telespettatori. È il vero erede di un altro mitico colonello: Edmondo Bernacca, che accompagnò l’Italia del boom nelle gite fuoriporta, quando le isobare occhieggiavano dai Seleco in bianco e nero. Ha vestito con orgoglio per anni la divisa dell’Aeronautica Militare: era responsabile del centro meteo di Linate. Umbro di Città della Pieve, rivendica il suo essere etrusco e in consonanza con Siena. Sarà per questo che gli piacciono le previsioni: i Rasenna erano specialisti nell’antichità a leggere i fulmini e le viscere; gli aruspici erano sacri! «Noi meteorologi a volte siamo visti come degli oracoli, ma noi ci basiamo sulla scienza». Eh già. Mario Giuliacci è arrivato alla fisica grazie a un professore del suo liceo classico. «Mi spinse a fare il fisico nucleare, a quei tempi l’Italia era all’avanguardia, poi assistetti a una lezione di fisica dell’atmosfera ed è stato un colpo di fulmine, sono rimasto con la testa tra le nuvole! Con la laurea in tasca mi sono arruolato per coltivare uno studio che è sempre stato passione».
Colonnello, ma lei all’eco-ansia ci crede?
«È un comportamento collettivo frutto d’ignoranza. E che rende più difficile far passare la cognizione del problema. In tutto l’Occidente i ragazzi a scuola studiano ecologia, che è un misto tra ambiente e meteorologia. In Italia no. Arrivano in piazza a protestare e non sanno nulla. Egualmente la popolazione avverte il tema del rischio ecologico, ma non sa tradurlo. Per dirne una: siamo il solo Paese che non ha più costruito invasi idrici, che sono indispensabili: raccolgono acqua per le campagne, producono energia elettrica, ci mettono al riparo dalla siccità. In Francia ne hanno fatti 1.700, da noi nessuno. Perché? Perché la nostra legge prevede che per fare un invaso il governo si raccordi con la Regione, che sente il Comune, che a sua volta sente tutti e poi non si fa nulla. Se davvero ci fosse questa eco-ansia la gente direbbe basta. Invece c’è questo generico richiamo alla sciagura che è tipico dell’ignoranza».
Ce l’ha con un certo ambientalismo militante?
«I veri nemici dell’ambiente sono loro. Non si fanno gli invasi perché i cosiddetti verdi si oppongono. Non si sistemano i fiumi perché se no si disturbano i nidi degli uccelli. Non aver fatto le casse di espansione in Romagna ha provocato un disastro che si poteva evitare. Questi non hanno capito che i fenomeni atmosferici diventeranno sempre più violenti e noi dobbiamo governarli. Ormai abbiano venti che soffiano a oltre cento chilometri all’ora. È come se su un muro di un metro quadrato si scaricasse ogni secondo un maglio da dieci quintali. È ovvio che poi gli alberi a Milano volano via. Ci dobbiamo attrezzare. Lo stesso vale per l’energia: insistono sulle rinnovabili e non si rendono conto che non si va da nessuna parte così».
In che senso, colonnello?
«Stiamo montando pannelli fotovoltaici a casaccio, anche perché scatta sempre la sindrome “non nel mio giardino”: bisogna che un governo abbia la possibilità di decidere. Ciò detto, tra 15-20 anni, quando i pannelli avranno esaurito la loro funzione, dove smaltiremo tutto il silicio che contengono ed è pericolosissimo per l’ambiente? L’Europa ha abdicato, sempre per via di un ambientalismo sbagliato, fideistico e folcloristico, alla produzione delle celle solari, che si fanno solo in Cina, dove per costruirle usano energia fossile e soprattutto carbone. Ci accontentiamo di dire che noi siamo puliti, ma compriamo da chi sporca molto più di noi».
Quindi a lei il green deal europeo non piace tanto?
«No e il motivo lo capisce anche un bambino: al centro dell’universo ci deve restare l’uomo. Un certo ambientalismo, che ha fatto presa anche nelle istituzioni europee, dice: salviamo l’ambiente, poi vediamo se c’è posto anche per l’uomo. Io non ci sto. Dico: facciamo tutto ciò che si può fare senza intaccare le possibilità dell’uomo, se dobbiamo ritardare di qualche anno il raggiungimento dei target sulle emissioni per salvaguardare l’uomo bisogna farlo. Abbiamo miliardi di persone da sfamare, non si può rinunciare all’agricoltura. Abbiamo milioni di persone che si devono spostare: chi l’ha detto che l’unica tecnologia è l’elettrico? Se poi il clima andrà a remengo non sarà certo per colpa dell’Europa: noi siamo meno di 500 milioni, India e Cina da sole superano i 3 miliardi. Invece l’Europa col green deal fa scelte che incrementano le emissioni di quei Paesi».
Ma un rimedio c’è?
«Certo che c’è e va usato e studiato, ma senza penalizzare l’uomo: la filosofia che dice “prima l’ambiente, poi salviamo l’uomo” è sciagurata».
Quindi i ragazzi di Ultima generazione, gli imbrattatori seriali, sbagliano?
«Mi viene una rabbia quando vedo quella roba: i sit-in, i monumenti sfregiati. Ma come si fa ad avere una mentalità così distorta? Chi ha questi movimenti in mano li educhi, dia loro consapevolezza. Chi protegge gli imbrattatori lo fa solo per calcolo politico, per avere un consenso facile e magari diventare deputato. Quello che vediamo non è un grande movimento ambientalista, ma una grande strumentalizzazione».
Colonnello Giuliacci, non sarà mica diventato negazionista?
«Assolutamente no: il rischio c’è, è reale ed è urgente. Ci sono nel mondo 15.000 termometri che misurano la temperatura: possibile che siano tutti starati verso l’alto? Il riscaldamento globale è un dato acquisto. Ma lo sa qualsiasi milanese. Quando sono arrivato a Milano negli anni Settanta nevicava dalle 5 alle 7 volte a inverno, l’anno scorso una sola volta, quest’anno niente. Abbiamo avuto due anni di siccità che sono finiti ad aprile, ma il Po era ridotto a un rigagnolo. La temperatura si è alzata, però non è uguale ovunque. Magari alle Hawaii neppure se ne accorgono. Ci sono due hotspot nel mondo: il Polo, dove si sta alzando la temperatura di 4-6 gradi, e il Mediterraneo, dove il mare si sta scaldando di otre tre gradi. Questo significa che avremo perturbazioni sempre più forti perché si vaporizza l’acqua dell’Atlantico che poi si scarica improvvisamente. Il calore è il carburante delle perturbazioni e il vapore è la forza».
È certamente colpa dell’uomo?
«Io ho descritto il fenomeno che è indiscutibile, sulle cause c’è dibattito».
E gli scienziati che dicono che il riscaldamento globale è il veleno dell’antropocene?
«Mettiamola così: si è visto che le emissioni di CO2 aumentano l’effetto serra, che di per sé è buono, ma c’è anche chi, come il mio professore di fisica all’università Antonino Zichichi, sostiene che è l’attività solare a provocare il cambiamento climatico. Osservo che il dubbio è il motore della scienza e non vorrei domani dover rivivere il processo a Galileo Galilei. Vorrei sapere chi dà il diritto ai verdi di scomunicare e penalizzare chi non crede ai loro diktat. Se le previsioni del tempo diventano un dogma allora la scienza è finita».
C’è chi sostiene infatti che la temperatura ha un andamento ciclico…
«Ed è vero. Fino al 1100 d.C. nell’Inghilterra del Sud si coltivava la vite e si faceva il vino, le vigne gliele avevano portate i romani. Poi sono scomparse per nove secoli per via del freddo. Ora le stanno ripiantando in Inghilterra, nel Belgio, forse in Olanda così come in Sicilia, e torniamo al Mediterraneo caldissimo. Si tratta di stabilire perché, ma soprattutto si tratta di evitare di arrivare al punto di non ritorno».
E dove è fissato questo punto? Che significa?
«Che la Terra non riesce più a raffreddarsi e allora ci scorderemmo il clima mediterraneo. Mettiamo che io abbia una pallina che sta in una valle e le do spinte sempre più forti, che sono le emissioni, finché non esce dai confini e finisce in un’altra valle. Vogliamo chiamarlo effetto skateboard? Dobbiamo evitare che accada».
E cosa dovremmo fare?
«Dobbiamo puntare al nucleare per liberarci dalla dipendenza dal fossile. Negli anni Sessanta avevamo una concentrazione di CO2 pari a 360 parti per milione, ora siamo a 420: tutto effetto dell’uso di combustibili fossili e carbone. Con questo ritmo arriveremo al “peak oil” nel 2040. Per rallentare c’è un solo freno: il nucleare. Quello di quarta generazione è sicurissimo e consente di fare centrali molto piccole che servono le città in maniera modulare e con pochissime scorie. La via maestra è la fusione nucleare. È probabile che in una quarantina di anni sarà disponibile: avremo energia illimitata e democratica. Basta far incontrare il deuterio con il trizio, che sprigionano un calore di un milione di gradi. Il problema è come contenere questo calore. Lo si può fare solo con una gabbia di campi magnetici che però per avere potenza sufficiente mangiano moltissima energia. Il rebus è produrre dalla fusione di deuterio e trizio – ci sono in tutte le acque del mondo e grazie al sole si ricaricano continuamente – più energia di quella che si consuma. Al momento sono riusciti ad avere per 35 secondi un surplus di energia, e nel Sud della Francia c’è il laboratorio Iter che ci sta lavorando. L’Italia nella fisica nucleare era all’avanguardia: abbiamo regalato al mondo Enrico Fermi. Poi il referendum bloccò tutto. Chi predica l’idrogeno non sa che ha lo stesso problema della fusione nucleare: consuma più di quello che produce. Nel frattempo potremmo bruciare i rifiuti nei termovalorizzatori, che i verdi bloccano, invece di fare ricchi i Paesi del Nord con la nostra immondizia. Quando dico che un certo ambientalismo è peggio dell’effetto serra mi riferisco a questo: è tutta questione d’ignoranza».
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