Più di 11.000 ettari di terreno, un valore della produzione di oltre 450 milioni e un risultato netto positivo di 4,2 milioni nel primo semestre 2022. Questi sono solo alcuni dei numeri di Bf spa, la holding che rappresenta il primo e unico polo agroindustriale quotato in Borsa, «erede» della storica Bonifiche ferraresi, cuore pulsante del gruppo, e che riunisce al suo interno numerose società fra cui Cai – Consorzi agrari d’Italia, Società italiana sementi e la Progetto benessere Italia, leader nel settore integratori con il marchio Matt. Il gruppo ha una lunga storia alle spalle: Bonifiche ferraresi è nata nel 1871 e ha subito vari passaggi, finché nel 2014 Federico Vecchioni, alla guida di una cordata di imprenditori italiani, istituzioni finanziarie e consorzi agrari con la regia di Coldiretti l’ha rilevata da Bankitalia sconfiggendo gli investitori stranieri. Oggi ha fra i principali azionisti, oltre all’ad Vecchioni con il suo club deal Arum, il primo azionista privato Sergio Gianfranco Dompè e Fondazione Cariplo. Nel 2021, la holding è entrata con un investimento di 60 milioni di euro nel Fondo italiano agritech & food costituito dal Fondo italiano di investimento sgr spa. In circa sette anni la capitalizzazione di Bf spa in Borsa è passata da 129 a 680 milioni. Covid e guerra ora stanno modificando lo scenario economico mondiale, riportando al centro le filiere corte e il controllo delle materie prime. Un cambio di passo che investe anche il settore alimentare. Come sottolinea con La Verità Vecchioni.
Come è cambiato il ruolo dell’agricoltura?
«La terra è tornata centrale: dopo anni in cui è stata l’anello debole di una catena dominata dalla distribuzione, ora è diventata l’ancora di tutta la filiera alimentare. Senza un’agricoltura forte, l’intera filiera alimentare italiana sarebbe più debole e saremmo ancora più in difficoltà. Ovviamente non si parla di tornare a un modello autarchico, ma per un Paese l’approvvigionamento di prodotti agricoli è fondamentale. Abbiamo dato vita a un campione nazionale mettendo al centro la terra, cosa che ci ha permesso di essere molto resilienti rispetto agli sconvolgimenti geopolitici e alla volatilità dei mercati. Abbiamo creato una solida diga contro il vero rischio per il nostro Paese, che non è tanto la desertificazione industriale quanto lo shopping di gruppi stranieri che hanno interessi predatori. Penso per esempio, a realtà francesi, spagnole e americane».
Cosa deve fare la politica per evitare la colonizzazione economica?
«Noi dialoghiamo con gli esecutivi perché servono misure strutturali, visto che l’emergenza è destinata a durare. Sarà necessario fare delle scelte, la politica agricola deve essere parte integrante della visione nazionale anche perché da un lato ha un ruolo fondamentale pure nella programmazione energetica, dall’altro ha forti ricadute occupazionali e sarà centrale per riassorbire i lavoratori espulsi dal settore manifatturiero».
L’agricoltura spesso è considerata un settore arretrato.
«In realtà è in corso una fortissima accelerazione ed è oggi uno dei settori con il più alto tasso di innovazione applicata. Ma le aziende non possono farsi carico da sole della programmazione senza che ci siano un contesto e una visione di lungo periodo tracciati dai governi. Rischiamo di perdere il controllo del settore a scapito di Paesi esteri che puntano i nostri brand di pregio non perché le Pmi agricole sono in dissesto, ma perché sono vittime di una crisi finanziaria. E così finiremo per farci portar via il nostro know how. La politica deve creare condizioni favorevoli alla crescita dimensionale delle aziende agricole e manifatturiere, il che significa sapere dove si posizionerà l’Italia fra dieci anni. A volte si pensa di avere tempo, ma in realtà non c’è. Basti pensare al cibo sintetico che minaccia la dieta mediterranea: la “carne in provetta”, che sembrava fantascienza, è già in vendita nei supermercati di Singapore».
Il made in Italy è danneggiato anche a livello Ue da strumenti come il Nustriscore.
«Proprio per questo dobbiamo essere protagonisti e impedire che alleanze europee si consolidino a discapito di interessi nazionali italiani come storicamente è avvenuto con l’asse franco-tedesco per condizionare la politica agricola comune. In questo senso, dovremmo cercare una sponda con Parigi, visto che i nostri settori agricoli per molti aspetti sono simili. Bisogna aumentare sia la produzione sia la qualità, spingere sulla tecnologia e creare alleanze con il mondo finanziario, che va usato nel modo giusto».
Qual è la ricetta per far crescere l’agricoltura italiana?
«La sfida dei mercati si vince con una dimensione economica competitiva: il punto centrale oggi non è quanti ettari possiedi, ma se sei parte di una filiera che crea ricchezza. Poi, è fondamentale avere personale qualificato. Per questi motivi Bf continuerà a crescere sia per dimensione, sia per servizi al mercato legati a competenza e professionalità. Ecco perché a Jolanda ci siamo dotati di un campus di formazione e investiamo come gruppo in ricerca e sviluppo circa 50 milioni all’anno».
Un altro dei settori in cui siete attivi è quello delle sementi, al centro di una guerra fra Cina e Stati Uniti.
«La Società italiana sementi, partecipate da Bf e Cai, è anche un centro di ricerca sulla genetica di cultivar autoctoni come il grano Senatore Cappelli e altri in via di sperimentazione. Ci impegniamo nella ricerca di varietà italiane con requisiti salutistici. L’obiettivo è avere semi sia produttivi sia di qualità, cosa sempre più richiesto dal mercato».
La ricerca della qualità da parte dei consumatori continua nonostante l’inflazione?
«Per il momento il carrello della spesa ha tenuto, ma per le aziende non c’è stato un aumento dei margini che sono stati mangiati dai rincari. Però rischia di aggravarsi la spirale inflattiva che può portare a un abbassamento della qualità e alla crescita di prodotti standardizzati con prezzi minori. A livello internazionale il made in Italy soffre meno perché si rivolge soprattutto a consumatori medio-alti. Gli Usa vanno sempre bene, ora dobbiamo aprire nuovi mercati in Asia e nei Paesi del Golfo».
Bf ha stretto un accordo con Eni: una joint venture al 50% per sviluppare prodotti agricoli sostenibili per la produzione di biocarburanti.
«L’agricoltura è fondamentale anche per la politica energetica sia per le filiere di mobilità sostenibile alimentate dai biocarburanti, sia per il riutilizzo degli scarti e dei sottoprodotti della zootecnia, necessari per produrre biometano. L’intesa con Eni ha un valore strategico: a queste coltivazioni destiniamo campi che non si possono usare per la produzione alimentare».
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