Giulio Scarpati: «Da “medico in famiglia” dico che oggi manca tempo per i pazienti»
Giulio Scarpati (Ansa
L’attore consacrato dalla fiction di Rai 1: «Come fa una sola persona a seguire migliaia di malati? Interpretare Livatino, il giudice ragazzino ucciso dalla mafia, è stata la mia esperienza più forte al cinema».

Il teatro l’ha affascinato fin da ragazzo, esordendo nell’adolescenza e poi avviandosi a una carriera in cui ha incontrato grandi nomi, come Ermanno Olmi, che continua tuttora. La vasta notorietà l’ha ottenuta con la tv, nel 1998, nella parte del medico di base Lele Martini, attraverso il telefilm Rai Un medico in famiglia, che riscosse un formidabile share, serie che continuò, alla stregua di una soap, fino al 2016. L’apice del suo percorso artistico è giunto nel cinema, interpretando il magistrato Rosario Livatino nel film di Alessandro Di Robilant Il giudice ragazzino (1993), parte che gli ha valso il David di Donatello. In una fiction Mediaset di due puntate, L’uomo della carità, del 2007, è stato don Luigi Di Liegro (1928-1997), il fondatore della Caritas diocesana di Roma, e, in Don Zeno, miniserie su Rai 1 del 2008, don Zeno Saltini (1900-1981), il discusso ideatore di Nomadelfia, a Grosseto, comunità con ambizioni di ripristino del cattolicesimo delle origini. Il giudice, il medico, il prete. Quantunque una questione etica si ponga per qualsiasi professione, in queste tre prorompe con immediata evidenza. Proprio per questo aspetto, quello della coerenza con la missione intrapresa e dei conseguenti dilemmi, l’attore, nato a Roma nel febbraio 1956 e residente nella Capitale, è stato scelto per alcune delle sue parti più conosciute. Ha scritto il libro Ti ricordi la casa rossa? (Mondadori), dedicato alla madre, colpita dalla malattia di Alzheimer.

È sposato? Ha figli?

«Sì, sono sposato, con Nora Venturini, che ha fatto la regista teatrale e ora la sceneggiatrice ed è arrivata al quinto romanzo giallo, che uscirà a giugno, sempre con protagonista una giovane tassista di Ostia che diventa investigatrice. Ho due figli, un maschio di 35 anni e una femmina di 29».

Era cattolica la sua famiglia di origine?

«Mia mamma era figlia di uno svizzero trapiantato a Napoli e di una napoletana. Originariamente il nonno era protestante e mia nonna cattolica. Mio padre veniva da una famiglia cattolica. Noi figli abbiamo avuto un’educazione cattolica, ma siamo sempre stati abituati a non giudicare chi la pensasse diversamente, non eravamo integralisti. I miei genitori non ci sono più. Prima è morta mia madre, per la cui vicenda sono stato coinvolto nel docufilm La memoria delle emozioni».

Come ricorda la sua infanzia?

«Ricordo le vacanze, stavamo tutta l’estate in un bellissimo posto nel Cilento, scoperto da mio nonno materno. Poi mia madre, quando si è sposata, ha comprato un casale lì vicino, a Punta Licosa, all’inizio senza elettricità, solo un lume a petrolio. Vivevamo a contatto con il mondo contadino, all’epoca arcaico e duro, la maggior parte poi sono emigrati in America, Australia, Germania. Stavamo intorno al tavolo a fare i fichi secchi, poi la vendemmia, la raccolta delle olive. Ricordo il viaggio da Roma, che durava 6-7 ore, con la Fiat 600…».

Qual è stata la professione dei suoi?

«Mio padre era avvocato, mia madre insegnava inglese a scuola, ma aveva molta passione per l’ecologia e ha coronato il suo sogno lavorando al ministero dell’Ambiente».

Iniziò giovanissimo con il teatro…

«Esordii a 12 anni con un’attrice argentina che viveva nel mio palazzo, chiese a mia mamma se era d’accordo. A 16 anni trovai un annuncio sul giornale di un corso per attori. Dissi a mia madre, “vorrei provare”. Con un’attrice, Elsa De Giorgi, feci la scuola, e uno spettacolo delle laudi umbre che raccontava la passione di Cristo, io ero san Giovanni. Poi entrai in una cooperativa teatrale. Facevamo teatro negli ospedali psichiatrici, nelle periferie. Era un po’ una missione portare lì il teatro».

E l’incontro con il cinema come avvenne?

«Attraverso il teatro. Spesso i registi andavano a teatro, cercando attori. E così c’è stato il primo film, una cosa fortunosa, fui uno dei principali protagonisti in Il lungo inverno di Ivo Micheli (1985, ndr), ambientato a Tarvisio. Poi sono arrivati altri film. Rispetto al teatro, i ritmi del cinema sono molto diversi, più violenti, bisogna passare rapidamente da una scena a un’altra…».

Dopo i primi sei film, in Il giudice ragazzino, interpretò Rosario Livatino, ottenendo un prestigioso premio. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

«Raccontavo la storia di una persona realmente esistita. All’epoca i genitori di Rosario erano entrambi vivi. La storia di Livatino è fortissima perché è stato un giovane giudice che, per non preoccupare i genitori, non voleva la scorta. Quello che mi piace di lui, oltre al forte senso della giustizia, è la sua discrezione. Esistono poche testimonianze video perché, quando c’era la tv, si nascondeva dietro i carabinieri. Diceva: “Quando moriremo non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”. Prima di tutto chiedeva coerenza a sé stesso. Mentre giravamo il film, facemmo un incontro con i genitori di Livatino…».

Ci racconti.

«L’incontro con i genitori, a casa loro a Canicattì (Agrigento, ndr), fu toccante. Mi sentivo tanto in imbarazzo, perché avevo i capelli tinti di nero e un po’ il look di Livatino, con quella frangetta, quella pettinatura. Mi feci uno shampoo per scompigliare i capelli, non volevo far loro ricordare… Il padre simpatico, cordiale, la madre aveva occhi molto penetranti, ti guardava in profondità, parlava poco. Lei mi venne incontro, mi sfiorò la fronte, mettendomi i capelli come li aveva Rosario. Un gesto forte. Alla fine dell’incontro il padre mi abbracciò e si mise a piangere. Avevano perso il loro unico figlio all’età di 37 anni, una perdita incolmabile. Il mio mestiere mi porta a contatto con realtà che richiedono responsabilità».

Livatino era un uomo di fede e, morendo, perdonò i suoi assassini.

«L’essere credente di Rosario l’ha guidato. Anche nel peggior mafioso vedeva un essere umano. Mi è dispiaciuto che la beatificazione sia arrivata, purtroppo, quando i suoi genitori non c’erano già più (la cerimonia di beatificazione si è svolta ad Agrigento il 9 maggio 2021, ndr). A loro avrebbe fatto molto piacere avere questa notizia in vita. Dopo la morte della madre, ho incontrato il papà. Siamo andati nella cappella di famiglia, dov’erano sepolti lui e la mamma, incontri privati senza pubblicizzare nulla. L’aver interpretato un personaggio realmente esistito di quella statura morale, aveva fatto sì che mi sentissi coinvolto. Certe volte, quando nominavano Rosario in televisione, mi giravo come se la cosa riguardasse direttamente me. È stata l’esperienza più forte che ho vissuto al cinema».

Il 21 settembre 1990 fu ucciso a colpi di pistola da sicari della stidda agrigentina sulla statale Caltanisetta-Agrigento. Il suo martirio è servito?

«Sì, anche indirettamente. Ci fu un testimone oculare (Pietro Nava, di Sesto San Giovanni, da allora costretto a vivere in località segrete, ndr) determinante nella cattura di esecutori materiali e mandanti. Il coraggio di questo testimone è frutto anche del sacrificio di Rosario. Per la prima volta s’incrinava l’omertà. Spesso, i “giudici ragazzini” rischiavano di più di chi si accomodava cercando di non disturbare chi era legato alla mafia. Di Livatino mi piace anche che non voleva iscriversi nemmeno a un’associazione, proprio per mantenere la sua indipendenza».

È in corso una mostra itinerante su Livatino con la sua reliquia, la camicia intrisa di sangue che portava quando fu ucciso. La reliquia l’ha vista?

«Veramente no, so soltanto che mi dispiacque quando volevano traslare la salma di Livatino. È giusto che rimanga lì, nel cimitero di Canicattì, con i suoi genitori».

L’Italia è un Paese dove, talvolta, la verità processuale e quella reale non coincidono.

«I processi durano troppo, è una stortura che va corretta, anche perché i reati possono andare in prescrizione. Mi ha colpito il caso dell’ergastolano sardo che finalmente hanno riconosciuto innocente (Beniamino Zuncheddu, pastore, 59 anni, condannato per errore per un triplice omicidio non commesso, 33 anni di carcere scontati, assolto dalla Corte di appello di Roma il 26 gennaio 2024, ndr). Dopo l’assoluzione, ha detto parole calme, tranquille…».

Lei è un uomo di fede?

«Lo sono stato per parecchio tempo. Poi è seguita una crisi, e mi sono un po’ allontanato. Ho fatto don Luigi di Liegro, don Zeno, e altri preti a teatro, ad esempio in Aggiungi un posto a tavola. Ho una predisposizione…».

Ma perché la crisi?

«Perché c’è sempre una differenza che uno percepisce tra una struttura di potere, la Chiesa, e la sua missione, che è un’altra».

Per interpretare Lele Martini in Un medico in famiglia, dovette documentarsi. Come la vede oggi la figura del medico di medicina generale?

«Studiando, vedevo che un mio amico medico, quando parlava con i pazienti, metteva loro sempre una mano sulla spalla, comunicava attenzione. Penso che il medico di base non sia più quello di una volta, che conosceva tutti i pazienti, sapeva tutto della persona. È una figura che ti potrebbe aiutare. Però penso che a volte fa solo le prescrizioni degli esami, mentre prima ti ascoltava, ti visitava, faceva una diagnosi sulla base di un’esperienza. Penso che dovrebbe essere questo. Ma se un medico di famiglia ha migliaia di pazienti, come fa a seguirli?».

Da non perdere