- Il candidato leghista in Friuli: «Con i 5 stelle accordo su cinque punti chiave o voto I governissimi li lasciamo ai dem. I sondaggi ci danno al 23%? Non abbiamo limiti».
- Durante la cena con il presidente armeno di giovedì Silvio Berlusconi chiama Matteo Salvini dopo i battibecchi del pomeriggio. Giancarlo Giorgetti va a palazzo Grazioli e ricompatta Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia
- A Montecitorio il governo Cinque Stelle -Partito Democratico avrebbe i numeri per andare avanti. L’aritmetica, però, fa a pugni con il realismo politico: gli elettori del Pd e quelli grillini come potrebbero accettare un governo con Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, Maria Elena Boschi alle Riforme e Matteo Renzi agli Esteri?
Lo speciale contiene quattro articoli.
Onorevole Fedriga, mai una campagna per le elezioni in Friuli è stata tanto legata a quella nazionale.
«Perché la Lega, a Roma e a Trieste, è protagonista di una ribellione al malgoverno del centrosinistra».
Ha fatto un passo indietro per candidarsi.
«Amo la mia terra».
Lei è uno degli uomini più vicini a Salvini. Si fa questo governo centrodestra-M5s o no?
«Mai per il potere a tutti i costi. O si fa un accordo su cinque punti cardine, o si vota».
Quali punti?
«Abrogazione della legge Fornero, primo passo verso la flat tax, pacchetto per l’emergenza giustizia, clandestini e sicurezza».
Questo significa anche no a qualsiasi governissimo con il Pd in maggioranza?
«È evidente».
È vero che il nome del premier non è pregiudiziale?
«Sì, anche su questo Salvini ha dimostrato di essere un vero leader nazionale».
E il governo «di tutti»?
«È un governissimo mascherato. Non con noi».
Massimiliano Fedriga, giovanissimo ma leghista fin da bambino, corre per strappare il Friuli-Venezia Giulia al Pd. Per avere lui Salvini ha rinunciato a poltrone e incarichi istituzionali per la Lega. Vincere lì significherebbe colorare di blu tutto il centro-nordest.
Fedriga, lei da dove viene?
«Mio padre lavorava in banca, girava l’Italia. Sono nato a Verona, vivo a Trieste da quando avevo 5 anni. Mi sento triestino più che veronese».
E se deve spiegare cos’è un triestino a un americano?
«Uno con la testa molto aperta: nasciamo città mitteleuropea, austriaca, asburgica e italiana, ovviamente, ma anche ebraica, magiara, serbocroata e post-jugoslava».
Da che famiglia viene?
«I miei nonni materni sono cresciuti con noi. Il mio nonno paterno era lombardo. Da piccolo la Tribuna politica l’ho avuta in casa: un nonno missino, l’altro diceva d’esser comunista ma alla fine spiegava: “Non ce l’ho fatta, ho votato socialista!”. Mia nonna era della Dc».
Myrta Merlino dice che lei ha preso dalla nonna…
«In realtà sono leghista integrale dall’età di 12 anni. Veniva Bossi a Trieste, per un comizio. Mio padre e mio fratello andarono a sentirlo e non mi portarono. Da lì, forse per ripicca, non mi perdevo una parola del Senatur in tv».
Non è salito sul carro…
«Tendenzialmente sono sempre stato con i perdenti, fin dai tempi degli indiani nei giochi da bambino».
Quando si è iscritto?
«Nel 1993. Tornavo dal comizio di Bossi. Era l’anno della vittoria di Illy e sostenevo – a proposito di battaglie controcorrente – Federica Seganti. Prendemmo l’1%, chiesi la tessera per celebrare. Nel 2003 eravamo all’1,3%, oggi al 27%».
Primo lavoro serio?
«All’università facevo servizio di portineria: 600 euro al mese. Poi, dopo aver inseguito diverse vocazioni, ho detto: “Sarò pubblicitario”. Ho iniziato con le analisi di mercato per un’agenzia, e poi marketing di prodotti informatici».
Primo attacchinaggio?
«A 15 anni. Un mio compagno di classe, Giampaolo, mi aveva detto: “Ho lo zio che è iscritto alla Lega”. Sono andato a fare il volantinaggio perché a Trieste veniva Bossi».
Ogni venuta di Bossi ha pesato sulla sua vita.
«Adesso sorriderà: quando in un consiglio federale del 2005 mi disse: “Ciao Fedriga!” tornai a casa felice».
La prima volta che avete parlato davvero di politica?
«Nel 2008: vene in Friuli per un’iniziativa su Fincantieri. Parlammo ore: dalle navi, passando per Marco Polo e i samurai, e finendo a fare un punto visionario ma lucido sulla crisi industriale. Se non conosci Bossi non puoi capire».
E Salvini?
«Me lo ricordo da ragazzo. Nel 2008 eravamo matricole, a Montecitorio, lui sopra di me in emiciclo. Aveva sempre una battuta pronta su qualsiasi tema, uno slogan. Dissi a Fulvio Folegot, mio padre spirituale leghista: “È un vulcano”».
Salviniano ante-litteram?
«Al contrario. Ero sempre leale ai diversi segretari federali. Quando mi scelse come capogruppo stupì tutti: “Non farò una scelta sulla fedeltà e sull’appartenenza alla cerchia del capo”. Ne ero la prova».
E il Salvini di oggi?
«È cresciuto enormemente. Nessuno poteva immaginare una così grande capacità politica. Sa ascoltare e comprendere la gente: io credo derivi dalla sua esperienza in radio».
Quanto vi sentite?
«In questi giorni ho sentito più Matteo che mia moglie».
Avevate già chiuso su Tondo, di Forza Italia. Poi?
«Si è chiuso in sede con tutti i segretari del Friuli Venezia Giulia. È stato qui dalla mattina alla sera e ha parlato con tutti. Poi mi fa: “Per me il candidato devi essere tu”».
Lei è convinto di vincere?
«Basta che la gente vada a votare. La Serracchiani ha scelto un ponte, spendendo 5 milioni di euro, perché nel Pd credono che la loro base vada a votare sempre, e i nostri no».
Fa campagna contro la Serracchiani?
«È il Pd che la rinnega».
Candida Sergio Bolzonello.
«Bella faccia tosta. Era il vicepresidente di Debora, ha votato le cose più orribili. Adesso fa come se arrivasse da Marte. Nella sanità siamo passati dai primi posti agli ultimi. Hanno tagliato posti letto, e servizi, senza risparmiare».
Critica da sinistra?
«Dal buonsenso. Il Pd non ha difeso il servizio pubblico».
Il problema più grande?
«Limmigrazione clandestina pachistana e indiana. Sono persone espulse da Germania e Austria. Non è ideologia, è un problema grave. Sono stato alla Caserma Cavarzerani di Udine. Ho scoperto che sono tutti nati il primo gennaio! Non sappiamo nulla di loro».
La Serracchiani ha chiuso i Cie.
«Ci sono stato: c’erano 36 ospiti: 35 con precedenti penali per violenza carnale, spaccio di droga, furto».
Un solo incensurato?
«Boh. Del trentaseiesimo non si sapeva nulla».
Sua moglie Elena che fa?
«È una dipendente del Fai. Ho due maschietti, Giacomo e Giovanni, quattro anni uno e tre mesi l’altro».
Perché il Pd perde?
«Hanno girato la testa dall’altra parte. Nella roccaforte rossa di Monfalcone c’è una sindaca leghista. La gente perde il lavoro e si ritrova nella guerra tra poveri. Noi proviamo a cambiare».
La Lega è data al 23%.
«Sono convinto che non ci sia limite alla nostra capacità di espansione».
Dicono siate estremisti.
«Che vuol dire moderato?».
Che non attacca l’Europa, per esempio.
«Abbiamo idee diverse…».
Siete populisti?
«Se è perché difendiamo queste idee, e il popolo, lo siamo orgogliosamente».
Maroni la preoccupa?
«No. È critico ma è collaborativo. Lo rispetto».
Bossi dice che dovete allearvi con il Pd.
«Il Pd deve cambiare: hanno fatto male ai cittadini».
Che hobby ha?
«L’unico, il venerdì, è portare mio figlio in piscina. È una cosa sacra tra me e lui».
Luca Telese
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