2026-05-08
Il Teatro Regio di Torino annuncia una stagione «Fatale»: inaugurazione con Mascagni e Leoncavallo
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Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
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Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.
Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.
Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».
Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».
Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».
Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.
È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.
La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.
Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.
Si tratta di «consultazioni» effettuate con periodicità da Bofa (così come da molte altre simili istituzioni), compiute - spiega chi è stato contattato - per avere informazioni sulla situazione politica, sulle direttrici macroeconomiche del Paese, eccetera. Ad esempio, secondo informazioni raccolte dai diretti interessati di allora, a settembre 2025 un round di questi colloqui ha riguardato, nelle settimane di ingresso nel vivo delle discussioni sulla manovra economica del 2026, esponenti di spicco della maggioranza parlamentare.
Ad aprile di quest’anno, come detto, il colosso americano, rappresentato dalla dottoressa Chiara Angeloni, Senior Europe economist and director di Bofa-ML, ha fatto scelte diverse. Il 20 aprile ha infatti incontrato a Roma Elly Schlein, che ha aderito alla richiesta di colloquio. Nessuna delle parti ha voluto commentare con La Verità il contenuto di tale dialogo, confermato dall’entourage dell’italo-svizzera. Secondo informazioni in nostro possesso non smentite dal diretto interessato, si è tenuto un contatto analogo con Paolo Gentiloni, ex premier italiano dal 2016 al 2018 e Commissario europeo agli Affari economici della prima Commissione Von der Leyen (2019-2024). Non è un grande mistero che il suo nome circoli come possibile candidato al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella, ovviamente in attesa di sapere come finiranno le elezioni politiche.
Le scelte di Bank of America - che, secondo la nostra ricostruzione, nello stesso periodo non ha visto membri del governo italiano - vanno lette in chiave di preparazione a possibili cambi di equilibrio in Italia in un futuro prossimo? Ovviamente nella fase attuale ci si può solo limitare a speculazioni: appare in ogni caso più che ragionevole che attori internazionali di questo calibro abbiano interesse a mantenere canali di dialogo aperti con chiunque venga ritenuto un interlocutore importante nel presente o nel futuro. Da questo punto di vista la notizia per la Schlein è dunque già buona, considerando che la fase apertasi dopo la bocciatura della riforma della Giustizia al referendum del 22-23 marzo ha sicuramente indebolito le istanze di chi, dentro e fuori dal Partito democratica, meditava la sua sostituzione prima delle prossime elezioni in modo da affidare ad altri la composizione delle liste.
A conferma del ruolo non trascurabile sul piano internazionale dell’onorevole nata a Lugano 41 anni fa, è arrivata proprio ieri la notizia della sua partecipazione, prevista per oggi e domani, al Global progress action summit di Toronto, raduno internazionale in Canada di leader di sinistra di mezzo mondo. Qui, per la possibile gelosia di «Giuseppi» Conte (prossimo al rientro in pista dopo un pit stop chirurgico), è previsto un incontro personale della Schlein con l’ex presidente americano Barack Obama nella prima giornata. Sabato invece la segretaria interverrà all’assise poco prima della chiusura del premier Mark Carney, che fa gli onori di casa come Pedro Sanchez li aveva fatti al Global progressive summit di Barcellona, patrocinato dal figlio di George Soros (anche qui, Schlein presente). «La tappa in Canada», ha detto ieri la guida del Pd, «è un altro tassello di costruzione di questa rete globale di forze progressiste e democratiche che si oppongono a chi sta cercando di smantellare l’ordine mondiale».
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Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.
Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.
La Germania non è un Paese qualsiasi, nell’architettura europea. Insieme alla Francia è la locomotiva economica e finanziaria, oltre che politica. La Commissione Ue, guidata da Ursula von der Leyen, ripete da anni che è necessario un robusto «consolidamento bancario» per rendere i nostri istituti competitivi anche per massa critica rispetto ai giganti inglesi e americani. Stessa linea da parte della Bce di Christine Lagarde, che vorrebbe anche l’unificazione bancaria, intesa come uno spazio in cui le banche dei 27 stati membri possono operare liberamente, con le stesse regole, lo stesso trattamento fiscale, la stessa trasparenza. E ieri è intervenuto sul tema anche il numero due di Francoforte, lo spagnolo Luis De Guindos, affermando che «l’unificazione bancaria e finanziaria europea è ormai una necessità» e auspicando «fusioni cross border nell’Unione europea».
A Berlino, però, fanno orecchi da mercante. Il governo, che ha il 12% della banca bavarese contro il 35% di Unicredit, sta pensando di mettere in campo la sua Cdp, ovvero la banca pubblica di investimenti Kfw (Kreditanstalt für Wiederaufbau), il vecchio istituto statale per la Ricostruzione. L’idea è quella di comprare un altro pacchetto di azioni Commerz e scavare una bella trincea. Anche perché ieri si è saputo che la banca d’affari americana Jefferies ha un 11% potenziale di Commerzbank in strumenti derivati. E l’istituto Usa ha notoriamente ottimi rapporti con la banca guidata da Andrea Orcel.
Così, ieri, è di nuovo intervenuto il cancelliere Friedrich Merz, decisamente a gamba tesa: «Non è questo (di Unicredit, ndr) il modo di trattare istituzioni come una banca tedesca, la Commerzbank». E ha accusato gli italiani di «distruggere la fiducia». Quasi un’accusa di lesa maestà, pronunciata di fronte a una platea di capitani d’azienda tedeschi.
I timori del governo e dei sindacati è che una Commerz tricolore faccia meno credito alle medie e grandi imprese tedesche e che tagli gli organici per ripagarsi della scalata. Intanto, però va detto che il titolo Commerzbank in un anno ha guadagnato il 55% alla Borsa di Francoforte, proprio grazie all’interesse di Unicredit. Ma la mossa di Kfw, se confermata, aggiunge un tocco surreale alla vicenda, perché se, a parti invertite, il governo di Giorgia Meloni, per difendere un ipotetico Mps da un’ipotetica offerta di una banca tedesca, avesse messo in campo i miliardi della Cdp, saremmo finiti di fronte ai tribunali Ue in 48 ore, crocifissi dall’Antitrust, dal nostro imperituro amico Valdis Dombrovskis, dal Financial Times e da gran parte dei commentatori economici di casa nostra. E anche se il settore è completamente diverso, nessuno in Italia ha fatto storie per il passaggio di Ita ai tedeschi di Lufthansa. È l’Unione, bellezza. Che però sulle sortite estere delle banche italiane non funziona.
La chiusura netta di Berlino è ancora più incredibile per il fatto che il cancelliere Friedrich Merz è un esperto banchiere ed è stato il numero uno in Germania di Blackrock, il più grande gestore di patrimoni del pianeta. Insomma, conosce le regole dell’alta finanza, si è sicuramente speso per la massima circolazione dei capitali ma, ora che è al governo, su Commerzbank tenta un arrocco medievale.
Alcune banche europee, in effetti, sembrano ancora avere il passaporto. Unicredit, però, non si capisce che passaporto abbia in tasca. In Germania è una banca italiana, nonostante controlli da anni anche una banca tedesca. In Italia, due anni fa, Matteo Salvini la definì «una banca straniera» e il governo di centrodestra usò il Golden power per bloccare l’acquisizione del Banco Bpm. In Russia, è una banca Ue che deve rispettare le sanzioni europee per l’invasione dell’Ucraina. E così nelle ultime ore Unicredit ha annunciato la cessione di gran parte delle proprie attività in Russia (sotto il cappello di AO Bank) a un gruppo privato con base negli Emirati Arabi. L’operazione sarà complessa e si concluderà entro il primo semestre del 2027, ovviamente dopo le relative autorizzazioni delle autorità di Mosca. Ma chissà che le sanzioni non cadano prima. Anche in questo caso, la fedeltà alle regole Ue, seppure su piani diversi, sembra univoca. Unicredit esce dal mercato russo in obbedienza alla posizione comune di Bruxelles sul conflitto, ma al momento, al di là delle belle parole, Ue e Bce consentono a Berlino di fare le barricate su una banca del famoso «mercato interno». C’è quasi da invidiare le banche emiratine, che hanno una libertà di manovra (e crescita) per noi ormai inimmaginabile.
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