- Il farmaco per guarire Riccardo dalla neuropatia motoria costa 90.000 euro l’anno. L’azienda sanitaria si rifiuta di fornirglielo.
- Esiti positivi dei test sul preparato dell’Iss. Eppure l’Istituto fermò il progetto
Lo speciale contiene due articoli
La storia di questo vigile del fuoco è una storia che dovrebbero leggere tutti quelli che ancora danno dei bugiardi ai danneggiati dai «vaccini» anti Covid, cioè a persone perfettamente sane prima, e diventate, dopo l’inoculazione, come d’improvviso, invalide. Pesantemente invalide, senza che fosse accaduto nulla di diverso dal solito nella loro vita da spiegarlo, tranne appunto la vaccinazione. Riccardo Liburdi, 40 anni, padre di una bambina di un anno e mezzo, residente a Ceccano in provincia di Frosinone, il 22 gennaio del 2022 stava lavorando per spegnere un incendio in un capannone e si era messo in ginocchio, con la pompa in mano, quando si era ritrovato a non riuscire più a rialzarsi in piedi. Aveva fatto quattro giorni prima la terza dose e già immediatamente dopo la seconda dose (Astrazeneca), fatta a settembre del 2021, aveva iniziato, apparentemente senza alcun motivo, a perdere forza in quelle gambe che ora, a soli quattro giorni dalla terza dose, lo stavano per lasciare completamente.
Dopo la seconda inoculazione, Riccardo aveva già notato di non avere più la stessa forza e aveva infatti iniziato gli accertamenti, scacciando però dalla mente il sospetto – «che però mi era venuto», ricorda ora, che fosse stato il vaccino: nessun medico faceva cenno, d’altra parte, a questa possibilità, anche se allo stesso tempo nessuno sapeva spiegargli cosa gli stesse accadendo e perché. Tutte le analisi e gli esami risultavano infatti negativi; i medici continuavano a fare ipotesi, sempre smentite dagli esami e nessuno prendeva in considerazione il vaccino.
Così, alla fine, Riccardo si convince e va a farsi la terza dose (di Pfizer, stavolta, perché le Autorità consigliavano il mix di vaccini per chi era giovane e aveva già fatto Astrazeneca). «Pensai che l’improvvisa mancanza di forze era dovuta a una stanchezza accumulata, al fatto che mi allenavo parecchio. Non ero convinto, ma non pensavo rischiassi così tanto», racconta. Lo fa innanzitutto per poter assistere alla nascita di sua figlia. In quel periodo, inoltre, non andare a vaccinarsi significava per il pompiere perdere il lavoro.
Così inizia il calvario. Quel giorno in cui rimane inginocchiato, Riccardo riesce, alla fine, con molta fatica, a rimettersi in piedi, ma da lì a poco avrebbe smesso di camminare: «Facevo venti metri e mi sentivo affaticato. Poi a un certo punto non sono proprio più riuscito a deambulare», racconta. Dopo pochi giorni infatti è costretto al deambulatore. Non riesce neppure a muovere il dorso dei piedi e allora, oltre al deambulatore, deve utilizzare delle molle. Ha 40 anni e fa la vita di un novantenne. Ma, tuttavia, non si arrende: fa analisi su analisi, visite su visite, con risultati sempre negativi. Ormai non cammina praticamente più e nessuno sa dirgli che cosa abbia e cosa gli abbia causato questa sorta di paralisi fulminante agli arti inferiori. Solo un neurologo di un centro neurologico in Molise gli somministra, off label, ipotizzando una malattia autoimmune, una terapia a base di immunoglobuline endovena, che funziona subito: Riccardo inizia a camminare, pur zoppicando, senza deambulatore. Al centro neurologico molisano spiegano però al giovane pompiere che non sarà possibile continuare a fare la terapia senza una diagnosi, per di più fuori Regione, in quanto si tratta di una terapia molto costosa per il servizio sanitario nazionale e bisogna seguire un protocollo: ogni boccetta da somministrare endovena costa 453 euro e Riccardo avrebbe bisogno di 25 boccette endovena ogni quarantacinque giorni, per almeno un anno, per poter sperare di guarire. Parliamo di oltre 90.000 di terapia per un anno e l’ultima volta che Riccardo assume questa cura è a gennaio di quest’anno. Infatti, 35 giorni dopo ritorna a peggiorare: è di nuovo costretto al deambulatore e un pomeriggio, al ritorno da una passeggiata sotto casa, siccome non riesce a spostare la gamba, perde il controllo del deambulatore, scivola e si rompe il femore. Viene operato per la frattura e finisce in una clinica riabilitativa convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, la «Città Bianca» di Sora.
Qui, dopo un esame elettroneurografico, il primario neurologo della clinica, Enrico Millefiorini, gli diagnostica una particolare malattia autoimmune, individuando come cura proprio quella costosissima terapia endovena che già il pompiere aveva fatto altrove con successo. Il professor Millefiorini scrive dunque alla Asl di Frosinone, che è competente nel Comune in cui risiede Riccardo, mettendo in evidenza il fatto che il pompiere abbia sviluppato questa grave malattia, denominata «neuropatia motoria di tipo demielinizzante», dopo la terza dose di vaccino anti-Covid. La Asl però si rifiuta di curare il pompiere. La dottoressa Martina Bracaglia, neurologa presso la stessa Asl, contesta la diagnosi fatta dal professor Millefiorini.
«Ora sono disperato. Mi negano una cura che potrebbe farmi guarire», è ora l’appello di Riccardo, « Sono stato tradito dallo Stato che ho servito».
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