- La Procura di Potenza indaga sulla società che gestisce il Cpr di Palazzo San Gervasio: sequestrati medicinali che sarebbero stati somministrati senza rispettare le regole alle persone in attesa di espulsione.
- Arrestate 20 persone in Calabria: i criminali, fra cui un imam, pagavano i braccianti 2 euro l’ora. Baciamano in stile mafioso.
Lo speciale contiene due articoli.
La segnalazione arrivata in Procura a Potenza è inquietante: gli ospiti del Cpr di Palazzo San Gervasio, il centro di permanenza per il rimpatrio al confine tra la Basilicata e la Puglia, verrebbero sedati e picchiati. E mentre dal Viminale propagandano con atteggiamento da primi della classe i dati sulle espulsioni, l’accoglienza nell’era del governo giallorosso potrebbe essersi macchiata di fatti gravissimi. O, almeno, è quello che stanno cercando di accertare i magistrati potentini che, a settembre, hanno disposto un’irruzione nel centro di permanenza per il rimpatrio e hanno sequestrato alcuni farmaci indicati come «materiale pertinente al reato». Insomma, i sedativi che sarebbero stati usati per tenere buoni gli immigrati da espellere.
Una bomba scoppiata tra le mani del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e che rischia di creare molto imbarazzo nel governo. Le gravi carenze strutturali del Cpr di Palazzo San Gervasio erano note al Viminale. Dalla prefettura di Potenza, d’altra parte, hanno segnalato più volte l’impossibilità di accogliere altri detenuti, prima di una ristrutturazione per i danni causati dagli immigrati durante risse, proteste e sassaiole contro gli operatori e le forze dell’ordine. Nessuno immaginava però che in un centro italiano si potessero applicare trattamenti di questo tipo. Tra i reati ipotizzati dai magistrati coordinati dal procuratore Francesco Curcio c’è il 586 del codice penale, per il quale si procede quando da un altro delitto (la detenzione illegale dei farmaci psicotropi) «deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona». Ma stando al decreto di perquisizione vengono ipotizzati anche i reati di «maltrattamenti di persone affidate per questioni di vigilanza o custodia» e l’abuso d’ufficio.
E, così, il 4 settembre 2019, mantenendo un profilo molto basso ed evitando il clamore mediatico, i pm Laura Triassi e Matteo Soave e gli investigatori delle aliquote di polizia giudiziaria di carabinieri e polizia di Stato si sono presentati all’ingresso del Cpr. Nei mobiletti dell’infermeria, uno chiuso con un lucchetto e una vetrinetta aperta, hanno trovato e sequestrato «specialità farmacologiche», si legge in un documento di cui la Verità è entrata in possesso, «rientranti, secondo la tabella dei medicinali, nelle sezioni dei farmaci stupefacenti». Le confezioni dei medicinali, alcune delle quali erano state parzialmente utilizzate, ha annotato la polizia giudiziaria, «erano stipate alla rinfusa all’interno di due scatole di cartone». Gli investigatori hanno anche portato via un registro infermieristico di 66 pagine, il registro della farmacia decorrente tra il 26 agosto e il 4 settembre e 34 schede divise per mesi, con i nomi dei pazienti e i loro codici identificativi. Inoltre è stato prelevato un campione di latte che era in una pentola d’acciaio trovata sui fornelli e alcune scatole di latte ancora sigillate.
Dalla Engel Italia, società che gestisce il centro, nell’immediatezza si sono giustificati riferendo agli investigatori che si trattava di medicinali somministrati in precedenza a ospiti che avevano lasciato ormai la struttura. Ma gli investigatori hanno sottolineato che mentre la presenza di alcuni farmaci effettivamente «appariva riconducibile a terapie mediche somministrate a ospiti non più presenti nel centro», la detenzione di altri, invece, «non appariva giustificata da alcuna necessità terapeutica» e risultava «pertinente ai reati per i quali si procede». L’inchiesta, in quel momento contro ignoti, era stata annotata sul registro delle notizie di reato al numero 3216/19 e, stando a quanto emerge dal decreto di perquisizione, aveva assorbito anche un altro fascicolo.
Tutto è cominciato con una nota inviata dagli agenti delle forze dell’ordine che fanno servizio di vigilanza nel Cpr. La Procura dà atto che in quella informativa «sono stati segnalati, a carico di alcuni non identificati operanti presso il Cpr, comportamenti illeciti che consisterebbero nella somministrazione inappropriata di farmaci tranquillizzanti e atti di violenza verso ospiti del centro». E siccome il Cpr è costantemente tenuto sotto osservazione da un sistema di videosorveglianza, sono stati acquisiti anche i filmati delle telecamere. I video che i magistrati immaginavano di trovare sulle memorie dei telefoni cellulari degli immigrati, invece, non c’erano.
Perché al momento dell’ingresso nel Cpr, secondo quanto hanno raccontato alcuni immigrati, le telecamere degli smartphone, proprio per non permettere le riprese, sarebbero state danneggiate dagli operatori con un trapano. L’attrezzo è saltato fuori durante la perquisizione ed è stato sequestrato. Allegato al decreto di perquisizione c’è anche il verbale di sequestro, redatto da un maresciallo e da un appuntato dei carabinieri, per l’avvitatore Black&Decker nero e arancio.
Ultimo punto del decreto di perquisizione: la droga. Perché viene anche ipotizzata «l’introduzione nel centro di sostanze stupefacenti del tipo cannabis e oppiacei». Che, però, non sono state trovate. Almeno per ora.
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