Aperto un fascicolo sul palazzo in cenere. Dubbi sul collante usato per i pannelli
  • Inchiesta per disastro colposo. Il progettista: «Non doveva bruciare così». Valutazioni su rivestimento esterno e malta.
  • L’esperta: «L’Alucobond è largamente impiegato e considerato ignifugo: andrà esaminata la struttura nell’insieme. Servono regole certe, come per i terremoti».

Lo speciale contiene due articoli.

Mentre gli inquilini in fila, uno alla volta, consegnano al banchetto allestito dalla Protezione civile le loro chiavi in una cassetta, gli investigatori avanzano le prime ipotesi sul rogo da inferno di cristallo che ha divorato i 18 piani della Torre del Moro di via Antonini a Milano, dove l’unica vittima è un cagnolino. Un cortocircuito al quindicesimo piano, vuoto da due settimane, avrebbe innescato la fiammata che si sarebbe diffusa in fretta grazie alla facciata ventilata. Gli esperti lo chiamano «effetto camino», creatosi nell’intercapedine tra le finestre e la struttura in metallo che sorreggeva la vela esterna in Alucobond, due fasce di alluminio con al centro polimeri minerali ritenuti isolanti e difficilmente infiammabili. Come, d’altra parte, il resto del cappotto: in lana di vetro. Ma bisognerà controllare anche il materiale fissante usato all’epoca della costruzione, ovvero solo 11 anni fa, così come esistenza e corretta installazione degli elementi tagliafuoco. Fatto sta che il rivestimento dell’immobile è andato in fumo in soli 15 minuti. «Non abbiamo mai fatto nulla sulla facciata quindi nel breve si voleva approfittare delle agevolazioni fiscali per fare una pulizia», ha spiegato l’amministratore del condominio, Augusto Bononi, che ha aggiunto: «E poi si pensava di verificare gli stati di ancoraggio delle lastre». Per fissare gli innesti si usano delle malte speciali, sulle quali verranno svolte verifiche.

Gli investigatori, anche se per ora si è nel campo delle ipotesi, parlano di «concause». Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sospetta che ci sia stato anche un parziale malfunzionamento dell’impianto antincendio. «Stiamo verificando», ha detto la pm. Si sa però che dal decimo piano in poi, a salire, ha funzionato. Anche se, al massimo, può aver protetto l’interno degli appartamenti. I vigili del fuoco spiegano che al momento non sembrano esserci seri problemi di stabilità. «Il grande calore che si è sviluppato», ha spiegato Siciliano, «ha distrutto le solette. La struttura nell’insieme regge, ma le solette sono pericolanti». Il magistrato ritiene che «in un tempo molto ragionevole si potrà cominciare ad avere qualche risposta». Ma, mette le mani avanti, «qualunque ipotesi sarebbe veramente dissennata in questo momento», confermando che «il cortocircuito è una delle ipotesi». Ma non l’unica. «Abbiamo visto che i pannelli di alluminio che rivestivano il palazzo hanno preso fuoco», ha detto ancora il pm, «però bisognerà esaminare il materiale». La polizia giudiziaria è già stata delegata per acquisire le schede tecniche e di sicurezza (che dovrebbero contenere anche le indicazioni sulla classe di comportamento al fuoco e le omologazioni) di tutti i materiali utilizzati per l’edificio tirato su dalla Moro costruzioni spa del Gruppo Moro, che si occupa di costruzioni generali dal 1936. L’intervento di via Antonini è stato realizzato a seguito di un piano di recupero che risale al 2006. L’avvio dei lavori, con Denuncia di inizio attività (Dia), da parte della Sasso Blu spa, è datato 25 settembre 2006. Poi c’è stata una variante, nel 2010, presentata da Polo srl. L’operazione si è conclusa con la presentazione, in data 25 marzo 2011, della documentazione relativa all’agibilità. Tutta la documentazione amministrativa di archivio consta di un totale di 10 faldoni. L’opera è stata progettata dall’ingegner Orio Delpiano di Biella con la collaborazione dell’ingegnere torinese Michele Motta. Il primo ha spiegato che il suo compito era occuparsi «delle strutture che sostengono le famose vele che hanno preso fuoco». E ha sottolineato che queste «hanno retto». Motta ha aggiunto: «Noi facciamo i conti per garantire che la struttura sorregga le parti esterne, ma poi non indaghiamo su come vengono fatti i rivestimenti. Le parti esterne, fra l’altro, non sono nemmeno sottoposte alla normativa antincendio, quindi non devono avere una particolare resistenza al fuoco. Poi, certo, in ogni caso il palazzo non avrebbe dovuto bruciare in quel modo». La Procura pensa a una consulenza tecnica da affidare a un esperto. Un fascicolo per disastro colposo e incendio colposo è stato aperto già ieri e delegato anche al pm Pasquale Addesso. Gli inquilini che si sono accorti dell’incendio, quelli ai piani superiori, già sentiti dagli investigatori, appena sono stati avvolti dal fumo hanno avvisato chi era presente nel palazzo (una trentina di persone) tramite una chat. Tra i testimoni oculari c’è anche il cantante Morgan, che da qualche settimana si è trasferito in un loft a poca distanza dalla Torre del Moro. «Il palazzo è bruciato come una torcia. Era rivestito da una superficie bianca che ha propagato il rogo e si è disciolta come plastica. Evidentemente non era ignifuga». C’è anche polemica politica: «A seconda delle case che bruciano il sindaco Sala corre, ma solo per quelle dei ricchi che lo votano», ha denunciato il consigliere comunale e regionale del Carroccio Max Bastoni, secondo il quale «si è precipitato per quello dove vivono i vip, tra cui anche il cantante Mahmood, ma quando è andata in fiamme una palazzina nel quartiere Ponte Lambro non si è fatto vedere». A Torre del Moro, però, Beppe Sala non deve essere andato oltre la visita, visto che un inquilino intervistato dalle agenzie di stampa si chiede: «Il Comune ieri ci ha aiutato a trovare un alloggio, ma oggi dov’è?».


Da non perdere

Attentato a Ranucci, quattro arresti
Video

Attentato a Ranucci, quattro arresti

Fermati i presunti autori dell’assalto dinamitardo contro il conduttore di «Report». Di origine campana, avrebbero operato su commissione in cambio di migliaia di euro.

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte
Inchieste

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte

Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può…