2019-11-05
Mark Rubio (Ansa)
Il segretario di Stato conferma: «Donald Trump è molto deluso per il mancato appoggio, ma c’è un buon rapporto con Antonio Tajani. Abbiamo accordi pronti per essere firmati».
È una fase delicata, questa, nei rapporti tra Roma e Washington. A esplicitarlo, è stato ieri, dal Bahrain, Marco Rubio. Il segretario di Stato americano ha sottolineato l’irritazione diDonald Trump nei confronti del nostro Paese e di altri alleati della Nato. Al contempo, ha tuttavia rimarcato come le relazioni tra Italia e Stati Uniti procedano «senza intoppi».
«Ho parlato con il presidente Trump, è molto deluso, perché sente che non solo l’Italia ma anche altri Paesi europei, in un momento in cui affrontavamo una minaccia, non solo contro di noi ma più in particolare contro l’Europa, non si sono fatti avanti. Non ci sono stati per noi e purtroppo tra loro c’era l’Italia», ha dichiarato Rubio, riferendosi a quella che Washington ritiene essere stata la scarsa assistenza europea nel conflitto iraniano.
Al contempo, il segretario di Stato americano ha confermato di aver parlato con Antonio Tajani. «Lo sapete, con lui ho un buon rapporto», ha detto. «Mi ha chiamato, mi ha detto che non sarebbe venuto a Miami», ha specificato. «Abbiamo degli accordi pronti per essere firmati. Li firmeremo al più presto. Troveremo solo un posto dove firmarli», ha continuato il segretario di Stato americano, sottolineando che le relazioni tra Stati Uniti e Italia «continuano a tutti i livelli, a livello militare, a livello globale».
Vale a tal proposito la pena di ricordare come, all’interno del governo americano, Rubio sia una delle figure che intrattiene i rapporti maggiormente solidi con Giorgia Meloni.
Non solo. L’attuale segretario di Stato è anche probabilmente l’esponente dell’amministrazione Trump che tiene di più alla salvaguardia della Nato e delle relazioni transatlantiche.
Fu del resto proprio Rubio a recarsi a Roma il mese scorso, per incontrare la Meloni a seguito delle prime turbolenze che si erano registrate con Trump a causa della guerra in Iran.
Al netto delle incomprensioni, il capo del Dipartimento di Stato americano ritiene che la sponda con l’attuale governo italiano sia importante per arginare le manovre antiamericane della Francia e, soprattutto, per allontanare il più possibile Bruxelles da Pechino.
Tutto questo, senza trascurare il vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara: un vertice che si preannuncia decisivo e a cui i pontieri (tra cui il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, e lo stesso Rubio) vorrebbero arrivare possibilmente con una distensione tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi.
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Mark Rutte (Ansa)
Le sconsiderate dichiarazioni del capo della Nato e le polemiche dell’opposizione sugli aerei decollati hanno avuto una conseguenza prevedibile: aizzare i pasdaran contro di noi. Anche Donald Trump continua ad attaccarci.
Com’era prevedibile la frase del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scatenato il finimondo nel vero senso dell’espressione e ha provocato un paradossale cortocircuito: avere puntati contro l’Italia gli occhi sia dell’America che dell’Iran. Tant’è che il ministro della Difesa Guido Crosetto è andato dritto al punto.
«Le parole “a caso” del segretario generale della Nato, inopportune e superflue, amplificate da un approccio politico interno sempre pronto a danneggiare l’Italia pur di colpire il governo pro tempore, stanno generando una tempesta in un bicchiere d’acqua sul piano interno, ma rischiano di produrre conseguenze ben più serie sul piano internazionale».
I risvolti sul piano nazionale pesano poco visto che per la sinistra un’occasione vale l’altra pur di attaccare il governo e suonare la solita tiritera. I guai invece sono in ben altre latitudini ed è qui che esce la inadeguatezza del politico olandese. Com’è ormai noto, intervistato dalla Fox News, Rutte aveva parlato del contributo dei Paesi Nato all’azione militare statunitense e quindi anche dell’Italia, che forse ha citato non tanto per difendere l’azione della Nato quanto per ingraziarsi come al solito Trump: «Se si guarda l’Italia, 500 aerei militari statunitensi sono decollati da basi statunitensi in Italia per partecipare all’operazione Epic fury. Un sostegno enorme». Apriti cielo: 500 aerei? Per fare cosa? Decollati dalle basi senza passaggio parlamentare?
Ecco perché la battuta di Crosetto («condivido ogni sua parola», ha detto Giorgia Meloni) sulla casualità delle parole pesa parecchio e ci riporta all’adagio andreottiano per cui a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca. E infatti Trump ha rincarato la dose e l’Iran ha colto la palla al balzo per accusare l’Italia infilandola nel calderone generale di una situazione tutt’altro che conclusa e tutt’altro che agevole, specie per il traffico di navi italiane o estere che però hanno scambi commerciali con il nostro Paese, specie per l’energia.
«L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all’aggressione contro l’Iran», ha scritto il portavoce degli Esteri iraniani su X. «Essi, insieme a tutti gli altri Paesi europei che hanno sostenuto l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo palese atto di aggressione. Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato - afferma il portavoce dei ministero degli Esteri - in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni unite: una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni unite. L’Organizzazione e i suoi singoli Stati membri che hanno partecipato a tale processo decisionale devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze».
A queste dichiarazioni ha dovuto far eco, sempre su X, il nostro ministro, Antonio Tajani: «Ho parlato con il ministro degli esteri iraniano Araghchi», sottolineando che l’Italia ha agito «nel rispetto più rigoroso dei trattati con gli Stati Uniti». Il titolare della Farnesina ha aggiunto di aver chiesto «che si torni a una piena apertura dello Stretto di Hormuz», così da favorire «il passaggio di tutte le navi cargo italiane ancora bloccate».
Finito qui? Macché, nella tradizionale capacità di negoziare fino allo sfinimento delle parti, il ministro iraniano ha ringraziato Tajani per la telefonata e la precisione, ma ha sottolineato «la necessità di una smentita chiara e ufficiale di tali dichiarazioni da parte del governo italiano» per definire che l’Italia «non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare» contro l’Iran e «non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra» contro Teheran.
Insomma un bel ginepraio per tutti. Messo in moto dalla subalternità di Rutte, il quale tra l’altro non ha spento l’irascibilità di Trump nei nostri confronti. «Ho parlato con il presidente Trump, è molto deluso, perché sente che non solo l’Italia ma anche altri Paesi europei, in un momento in cui affrontavamo una minaccia, non solo contro di noi ma più in particolare contro l’Europa, non si sono fatti avanti», ha svelato ai giornalisti il segretario di Stato Marco Rubio. Insomma la vicenda torna a scaldarsi, motivo per cui Crosetto ha preferito la massima chiarezza rispetto al giochino di Rutte. «Il punto di vista di Trump su questo è stato chiaro, non dovrebbe sorprendere nessuno e sono sicuro che queste posizioni emergeranno ancora durante il summit della Nato tra un paio di settimane», ha aggiunto Rubio riferendosi al vertice che si svolgerà ad Ankara il 7 e 8 luglio. «La nostra relazione con l’Italia continua senza impedimenti a ogni livello, a livello militare e ad altri livelli (…) Abbiamo una serie di accordi su minerali critici e anche altre cose che abbiamo messo in fila e che verranno firmati» ma «ovviamente il presidente è molto arrabbiato».
La morale di questa incredibile storia è che quindi siamo attaccati dal regime iraniano perché abbiamo agito accanto all’America nella violazione del diritto internazionale e quindi nei bombardamenti. E siamo attaccati contestualmente dagli Usa perché non abbiamo sostenuto la Casa Bianca contro il pericolo iraniano. Il capolavoro di Rutte è compiuto: produrre il massimo danno col minimo sforzo, cioè una intervista rilasciata senza strategia (o no?). A questo punto vale davvero la pena domandarsi se dobbiamo indebitarci oltre il necessario per comprare armi da «girare» a sostegno di una sovrastruttura talmente cruciale da essere guidata da uno come Mark Rutte.
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2026-06-26
Meloni e Macron si sciolgono: «Mai più relazioni glaciali». Via alla coalizione in Libano
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron, Antibes, Francia, 25 giugno (Ansa)
Vertice Italia-Francia con nove ministri ad Antibes. Il capo dell’Eliseo: «Restiamo partner indispensabili», da Hormuz al nucleare, fino all’immigrazione irregolare.
È il primo vertice intergovernativo tra Francia e Italia da quando Giorgia Meloni è presidente del Consiglio. Il trentaseiesimo nella storia della Repubblica. Un incontro particolarmente significativo considerato il burrascoso rapporto tra i due, soprattutto nei primi anni, ma adesso, sempre per tutelare l’interesse nazionale, si cambia registro.
Il presidente Emmanuel Macron ha accolto Meloni intorno alle 17.30 a Villa Eilenroc a Cap d’Antibes. «Giorgia, da quanto tempo». E lei replica lo stesso, scherzando. Il clima è leggero prima di entrare e dopo. Meloni viene acclamata «Giorgia, Giorgia, Giorgia» dai passanti all’uscita del bilaterale. A chi chiede dei rapporti glaciali del passato Macron risponde che non c’è più nulla di glaciale. Meloni racconta di essersi divertita sui retroscena su di loro: «Noi difendiamo i nostri interessi nazionali, questo chiede franchezza talvolta, ma le nostre relazioni non sono mai state glaciali. I rapporti sono più complicati di come si raccontano».
Ed è molto cortese l’intervento del presidente del Consiglio che inizia congratulandosi per il G7 organizzato a Evian la scorsa settimana. «Avevamo preso da tempo l’impegno di un incontro bilaterale fra noi. Senza Italia e Francia, l’Europa e l’occidente non sarebbero quello che sono. Molte le intese che sono state firmate oggi nei settori di Difesa, tecnologia, autonomia strategica e penso al Samp T. Abbiamo capito quanto sia fondamentale nel momento complesso che stiamo attraversando collaborare insieme su questo». Meloni sul tema dei satelliti è autocritica: «abbiamo bisogno di fare dei passi in avanti». La Francia è il primo investitore estero in Italia ricorda «e io penso che si possa anche fare meglio». «Ci siamo confrontati anche sui temi internazionali» aggiunge. «Garantire la percorribilità dello Stretto di Hormuz è una priorità strategica per tutti». Su questo punto, rispondendo ai giornalisti spiega che l’Italia non ha mai partecipato al conflitto in Iran, al contrario di quanto sostiene Teheran. «Abbiamo rispettato i nostri impegni, cedendo le basi per attività non cinetiche ma di logistica e tecnica e quando si sono prospettate richieste che esulavano da quel perimetro non abbiamo concesso l’autorizzazione. Il governo ha fatto quel che ha dichiarato in Parlamento. Come lo stesso Mark Rutte ha confermato dallo Studio Ovale». E sulle parole del segretario generale della Nato spiega: «Il segretario generale nella sua, diciamo così, entusiastica ricostruzione ha messo insieme cose che in realtà sono diverse tra loro, confondendo la tipologia dei voli autorizzati, e lui stesso poi ha corretto e puntualizzato. Non so dire come sia emersa questa semplicistica ricostruzione. È probabilmente un tentativo di preparare al meglio il prossimo vertice della Nato, ma in ogni caso credo che si debba essere prudenti quando si parla di queste materie». Sulla questione libanese spiega che Italia e Francia possano fare molto. «Abbiamo deciso di lanciare una coalizione per il post Unifil» perché «c’è la necessita di non lasciare un vuoto bisogna garantire una presenza internazionale. Sono due nazioni che possono naturalmente guidare una coalizione internazionale sul territorio. Il governo libanese deve avere il pieno controllo del territorio. Sono importanti i dialoghi che si stanno tenendo a Washington su Libano e Israele. Noi vogliamo organizzare un vertice che coinvolga i Paesi europei ma anche quelli della regione in una cornice che possa dare un mandato chiaro strutturato che possa fare la differenza». Per Meloni proprio la chiarezza del mandato è stato uno degli elementi più critici della missione Unifil. Macron ha spiegato di dover dare nuove prospettive in Libano. «Sulla base di questo programma bisogna cercare di creare una collaborazione più ampia possibile, una forza multinazionale che agisca a fianco delle forze armate libanesi». E nomina Arabia Saudita e Qatar come possibili membri di questa missione. Meloni interrogata su Marine Le Pen risponde: «Non conosco i termini giudiziari della causa contro Marine Le Pen e non sono in grado di giudicarli: ho rispetto di chiunque abbia il consenso dei cittadini, perché la democrazia funziona così». E aggiunge: «Sono una persona che non crede automaticamente a tutto quello che legge, perché ricordo che cosa veniva scritto su di me prima che io diventassi presidente del Consiglio».
«Italia e Francia sono partner naturali e indispensabili, l’obiettivo di questo vertice è proiettare la nostra relazione verso il futuro con obiettivi chiari» esordisce Macron nella conferenza stampa congiunta. Particolarmente interessante il punto in cui il presidente francese parla di nucleare sottolineando l’intenzione di «costruire con l’Italia una partnership industriale nel campo del nucleare civile». Ha anche annunciato che «è stata decisa la creazione di una squadra mista italo-francese contro l'immigrazione irregolare». Un vertice intergovernativo che ha chiuso diversi accordi e a cui naturalmente hanno partecipato diversi i Ministri italiani e francesi. Per l’Italia erano presenti Antonio Tajani, (Esteri), Matteo Piantedosi, (Interni); Guido Crosetto, (Difesa); Adolfo Urso, (Imprese), Francesco Lollobrigida, (Agricoltura); Gilberto Pichetto Fratin, (Ambiente), Anna Maria Bernini, (Università e Ricerca); Alessandro Giuli, (Cultura). Per il ministero delle Infrastrutture era presente il viceministro Edoardo Rixi.
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Il Fiume Po in secca tra piante e fauna e crescita incontrollata delle alghe, Torino, giugno 2026 (Ansa)
- La carenza di invasi permette di immagazzinare solo l’11% della pioggia. In Sicilia si devono addirittura svuotare i bacini delle dighe perché sopra una certa soglia non reggono la pressione. Col Pnrr un po’ di manutenzione è stata fatta, ma servono nuove costruzioni.
- La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescere
Lo speciale contiene due articoli
Fiumi che esondano, nubifragi, paesi spazzati via da valanghe di acqua ma poi arriva l’estate e tornano le immagini dei campi arsi dal sole, delle colture secche, delle fontane a secco mentre i sindaci rinnovano l’allarme siccità. In Sicilia la situazione è paradossale: nonostante il problema idrico si ripresenti puntualmente, da una parte non si riesce a raccogliere la pioggia delle grandi precipitazioni e dall’altra si svuotano i bacini delle dighe perché non reggono la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Le Regioni virtuose del Nord Ovest non possono mettersi in cattedra. Pur avendo una manutenzione più attenta delle condutture e quindi limitando la dispersione idrica, non sono in grado di immagazzinare le precipitazioni più violente, se non in piccola parte.
Eppure l’Italia oltre ad essere baciata dal sole, è beneficiata dalle piogge. Queste superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, si riesce a trattenerne solo l’11%.
Dopo la crisi idrica del 2022 si parlò di fare invasi ovunque. Eppure a distanza di quattro anni il problema siccità è tornato con prepotenza e dei bacini di raccolta non c’è traccia. «Il Veneto per mancanza di bacini ha disperso in mare in due mesi un miliardo di metri cubi di acqua» spiega il presidente dell’Anbi (l’organizzazione che riunisce i consorzi di bonifica) Francesco Vincenzi. Ma i fondi del Pnrr? Il problema è che i soldi europei sono destinati al miglioramento delle strutture esistenti. Il che va bene: sono stati effettuati 258 interventi di efficientemento per un valore di 1,6 miliardi, ma l’emergenza degli invasi è rimasta tale.
E il Piano nazionale per il settore idrico? C’è un Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (P.N.I.I.S.S.I.), che nel 2025 ha finanziato 75 progetti per circa un miliardo, fra cui alcuni volti a realizzare nuovi serbatoi per l’accumulo. Però, afferma l’Anbi, «il finanziamento è rimasto sulla carta». Nel 2023 il governo Meloni ha istituto un Commissario straordinario per la scarsità idrica e una cabina di regia presieduta dal ministro delle Infrastrutture.
«Non sono stati fatti interventi strutturali ma di efficientemento del sistema» afferma Vincenzi e ricorda che «sono in corso da due anni i lavori per risolvere il problema dell’invaso di Capolattaro in Campania inutilizzabile perché mancano le opere per portare l’acqua dal bacino al territorio». Poi sottolinea che «complessivamente i bacini italiani hanno il 10% della loro capacità ridotta perché non vengono puliti. Negli anni, per l’incuria, si accumulano i sedimenti».
Vincenzi ha comunque apprezzato il lavoro realizzato dal commissario Nicola Dell’Acqua e dalla cabina di regia, ma invita a non confondere l’emergenza con la pianificazione. «Dal 1976 in avanti non si è più parlato di invasi. Io mi riferisco a un piano con un lasso di tempo che non sia meno di dieci anni. Un miliardo all’anno per dieci anni».
Il termometro della gravità della situazione è lo stato di salute del Po. «In Polesine, in una settimana, il Po è passato da una portata di 900 metri cubi al secondo a 300 metri cubi, cioè ha perso il 60% della portata, cosa inaspettata con questa velocità. Nel delta del fiume è stata sospesa l’irrigazione perché l’acqua marina sta entrando e salinizza le falde e i territori» afferma Vincenzi.
In aggiunta a quanto previsto dal Piano idrico nazionale, Anbi e Coldiretti, hanno presentato tra ottobre 2025 e gennaio scorso, 266 progetti redatti d’intesa con le regioni italiane per essere finanziati all’interno del Piano. Di questi, 74 riguardano la realizzazione di invasi o la manutenzione di quelli esistenti. Se dovessero essere finanziati tutti, richiederebbero oltre 7 miliardi ma ora sono sulla carta. Vincenzi chiede alla politica continuità. «Già avere oggi decreti attuativi di oltre 800 progetti del P.N.I.I.S.S.I. è un grande risultato, però la crisi climatica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo».
Poi c’è il tema discusso della desalizzazione, un processo molto costoso e che ha la problematica dello smaltimento della salamoia, il residuo salino derivante dal processo. Nel nostro Paese sono attivi 340 dissalatori, un numero basso rispetto al fabbisogno, quasi tutti operanti nelle piccole isole. La maggior parte dei dissalatori si concentra su strutture di dimensioni ridotte o medie, molte delle quali forniscono acqua potabile a settori industriali e turistici, inclusi hotel e resort. Il più grande impianto presente in Italia e nel Mediterraneo si trova a Sarroch, nella provincia di Cagliari. Al momento è utilizzato principalmente per scopi energetici, ma ha il potenziale per fornire acqua quasi potabile per usi civili, con una capacità produttiva di circa 500 metri cubi all'ora.
Sono i consumi elettrici, non il clima a moltiplicare i blackout nelle città
La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescereI blackout che da giorni colpiscono localmente (Torino, Napoli e diverse aree dell’hinterland milanese) vengono attribuiti al caldo, anzi al cambiamento climatico, che è ben altra cosa. Spiegazione comoda che sposta l’attenzione dal vero nodo. Il calore agisce certo da fattore aggravante, perché i cavi interrati a poca profondità faticano a dissipare l’energia termica prodotta dal passaggio della corrente quando c’è molta richiesta di energia. Inoltre, i giunti che uniscono i cavi sotterranei nelle maglie cittadine, quando il calore superficiale dell’asfalto si somma al riscaldamento interno, raggiungono il limite termico e fondono, in un processo che resta comunque di superficie.
Tuttavia, la radice del problema sta in due elementi distinti e convergenti. Da una parte l’aumento dei consumi elettrici, per ora solo stagionale, e dall’altra gli investimenti insufficienti sulle reti di distribuzione.Aria condizionata, auto elettriche, piastre a induzione, pompe di calore e l’elettrificazione di processi industriali caricano e caricheranno sempre più le reti locali di distribuzione di potenze per le quali non sono state progettate. Un «piccolo» dettaglio che il Green deal ha trascurato, come tante volte abbiamo detto.L'infrastruttura attuale, disegnata molti decenni fa, quando i picchi di consumo elettrico cadevano nei mesi invernali e il prelievo domestico era modesto, regge a fatica una domanda che è destinata a crescere su ogni fronte. Almeno secondo i desideri di Bruxelles.Le riparazioni straordinarie eseguite in questi periodi, guasto per guasto, innescano una catena di guasti successivi, perché il giunto che si fonde viene sostituito con altri giunti, si accorciano i tronchi di cavo e l’insieme risulta più fragile, in una sequenza di blackout e di rattoppi destinata a ripresentarsi ogni estate.Insistere sull’elettrificazione dei consumi energetici nei termini imposti da Bruxelles significa rovesciare carichi crescenti su reti che, in tutta evidenza, non sono pronte a reggerli.Basti pensare alla ricarica ultrarapida per le auto elettriche lanciata dalla casa automobilistica cinese Byd.
Le nuove colonnine Megawatt Flash Charging cinesi hanno una capacità fino a 1.000 kW per veicolo, con stazioni dimensionate intorno a 1.360 kW. Una potenza impegnata che per ogni singolo punto di ricarica equivale al fabbisogno di centinaia di abitazioni.Servirebbe un piano di ristrutturazione complessiva, con cavi di sezione maggiore, giunti meno numerosi e più resistenti, una rete più magliata e un numero aumentato di cabine secondarie di trasformazione MT/BT. Tutto questo impone di sventrare le città e di mobilitare centinaia di miliardi di investimenti, su un orizzonte di cinque o dieci anni, a fronte di stanziamenti che restano irrisori rispetto alla scala del fabbisogno. Il Pnrr ha destinato circa 4,1 miliardi alle reti di distribuzione (3,5 dei quali sono andati a E-Distribuzione), una cifra che già La Verità dell’8 luglio 2021 aveva giudicato drammaticamente insufficiente.Il modo in cui vengono fissate le tariffe di distribuzione spiega perché gli investimenti restino sotto la soglia necessaria.
Arera riconosce in tariffa i costi operativi, gli ammortamenti per gli investimenti fatti e una remunerazione, calcolata applicando un coefficiente annuale al capitale investito. Ogni anno il distributore incassa quindi, oltre alla copertura dei propri costi di gestione, una quota di ammortamento più un rendimento sul capitale non ancora rientrato, finanziato dalle bollette pagate dai cittadini. Il meccanismo premia chi investe, ma il ritardo di uno o due anni con cui Arera aggiorna le tariffe provoca sacche di utili. Il punto è che il ciclo di investimenti è troppo lento rispetto alle necessità. Ad esempio, Ireti, la società che distribuisce energia a Torino, ha chiuso il bilancio 2025 con 92 milioni di euro di utile che sono finiti in dividendi agli azionisti, in particolare al Comune di Torino, affamato di fondi. La società però ha investito nel 2025 oltre 900 milioni, che saranno remunerati con le tariffe del 2027.Il caldo, in definitiva, non fa altro che smascherare il bluff dell’elettrificazione e della transizione. La domanda elettrica si evolve, mentre l’ossatura che dovrebbe portare quell'energia fino all’utente fa acqua da tutte le parti, nonostante le ricche tariffe.
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