La portulàca (raccomando l’accento sulla terza sillaba: por-tu-là-ca) è un’erba infestante, interessante e intrigante. Merita la triplice assonanza perché è una piantina affascinante (e dai!), gradevolmente acidula, speciale in insalata o in zuppe e ricca di proprietà salutari: ha tanti Omega-3 da essere considerata la sardina del regno vegetale. Le foglie sono croccanti, grassocce, ottime da impanare, friggere e servire con una bollicina all’ora dell’aperitivo. In cucina la portulàca, oltre che per misticanze e minestre, si usa per condire la pasta, impastare gli gnocchi, preparare frittate e gustose crocchette. Si possono mettere le foglie sottaceto e sulla pizza con la bresaola o la carne salata al posto della ruchetta.
Non è poco, ma c’è ancora tanto da raccontare. La portulàca è un’erba carica di significati: per la sua capacità di adattarsi ai terreni più difficili simboleggia la resistenza; per l’eliofilia – è l’amore per il Sole – dei suoi fiori gialli che si aprono completamente quando l’astro splende e si chiudono al suo tramonto, è il simbolo della rinascita alla luce. Ultimo, ma non ultimo, ha un bel nome, antico e suggestivo. Portulàca deriva dal latino portula che significa «piccola porta». Fu forse il reatino Marco Terenzio Varrone, agronomo e politico di vasta cultura del I secolo avanti Cristo, a creare questo neologismo, una sorta di diminutivo del diminutivo, osservando il frutto che racchiude i semi: quando è maturo, si apre come l’usciolo di una gabbietta spingendoli fuori: «Andate e moltiplicatevi». I fecondi semini non se lo fanno ripetere due volte e mettono al mondo parecchie pianticelle che avanzano sul terreno colonizzandolo.
La portulàca è una pianta malandrina e prepotente. È la falange macedone delle erbe. Se la si lascia fare, si allarga negli orti come un’armata invincibile. È tanto prolifica che chi non la conosce la liquida come «erbaccia infestante». Infestante lo abbiamo già detto, lo è. Ma «erbaccia» è un dispregiativo che l’erba spontanea non merita, che la disonora perché calpesta la sua storia e le sue gastronomiche e salutari qualità. Per frenarne l’avanzata basta diventare l’Alessandro del pollice verde. Come il Macedone tenne le redini al suo dilagante esercito, altrettanto deve fare l’accorto ortolano con la portulàca. Le permetta pure di crescere – ne godrà le succulente foglie da giugno a settembre – ma le impedisca di invadere lo spazio di altri utili ortaggi. La portulàca non cresce solo negli orti o libera nei campi. Sta sotto gli occhi e i piedi di tutti anche nei centri abitati eppure pochi la riconoscono. Abita in città e paesi sui marciapiedi; cresce tra i sassi e i cubetti di porfido di vetuste strade cittadine, nelle crepe di muri antichi. Se c’è una spaccatura nell’asfalto, eccola far capolino.
La portulàca ha tantissimi altri nomi, praticamente uno, a volte due o più, per ogni contrada italiana. Iniziamo dal nome scientifico, quello scritto sulla carta d’identità vegetale: Portulaca oleracea. A darglielo nel 1753 è stato il botanico svedese Carlo Linneo che riprese il nome latino ponendogli accanto lo specifico epiteto oleracea che deriva da holera, cioè verdura. In pratica rilasciò all’erba la patente di commestibilità. Un altro bellissimo nome della portulàca è erba porcellana, ma… Eh, sì, c’è un «ma». Quando uno pensa alla porcellana la mente gli si riempie di immagini: raffinati vassoi di Sevres, candidi piatti di Limoges, lucenti tazze da tè e statuette cinesi. Oggetti stupendi, ma l’erba porcellana nasce in un… porcile. È vero che le sue foglie sono lucide, brillanti e i suoi fiori splendono come il sole, ma questa è una porcellana che prende il nome dal porcello perché un tempo gli umili bifolchi se la mangiavano di gusto e la davano da mangiare anche al maiale che allevavano con cura per farne ciccia per l’inverno.
Ecco perché in Liguria la chiamano pursilana; porcacchia nel Lazio e nelle Marche; purchiacchia in Calabria; perchiacchia in Lucania. In Sardegna la chiamano barzellana. In Puglia ha almeno una decina di varianti: ’mbrucacchia, perchiazza, spurchiazza, pugghiazza e via elencando. In Toscana diventa sportellecchia. Per il popolo partenopeo, sensibile ai vezzeggiativi, è la pucchiacchèlla, modo gentile con cui si indica a Napoli il sesso femminile.
Un tempo l’erba vasciulella– altro termine garbato per evitare volgarità – si vendeva per i vicoli della città insieme con la rucola. In Sicilia la portulaca è chiamata purciddana ed è tuttora protagonista, insieme a pomodori cetrioli cipolla, di tradizionali e trionfali insalate ferragostane condite con olio ruspante, aceto e sale marino di Trapani. A Roma la porcàcchia si usava ai tempi di Gioacchino Belli e del Trilussa, per preparare il mitico cazzimpério, pinzimonio imperiale fatto con decine di erbette, ortaggi e fiori eduli. Simili insalatone si trovano anche a Milano (sempre più di rado) dove la portulàca è conosciuta col nome di erba grassa. In Corsica, comune negli orti, è chiamata erba fratesca perché un tempo la portavano i cappuccini casa per casa ricevendone in cambio un’offerta.
La portulàca nasce asiatica, probabilmente in Medio Oriente. L’uso medicinale, aromatico e alimentare della porcellana si perde nella notte dei millenni. Era conosciuta da Egizi e Greci, dai legionari, dalla plebe e dal patriziato romani. Dioscoride, medico e botanico greco vissuto alla corte di Nerone, ne consigliava l’uso come anti-infiammatorio per gli occhi, analgesico contro il mal di testa, febbrifugo e vermifugo. Per Apicio era fondamentale nella focaccia rustica. Nel Rinascimento, Bartolomeo Sacchi detto il Platina, nel trattato De honesta voluptate (1474) consiglia di usarla nelle insalate insieme a malva, acetosa, pimpinella, luppolo. Nei primi anni del Seicento l’umanista modenese Giacomo Castelvetro, dice della portulàca nel libro Brieve Racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano (1614): «S’usa pur molto la insalata di portulaca, sola o accompagnata da altre erbe… ma non mai senza la cipolla e il pepe che sono come un antidoto contro la di lei molta freddezza». Per questo motivo, la sua «freddezza», preti e speziali fino all’Ottocento la ritenevano anafrodisiaca, capace, cioè, di spegnere gli istinti sessuali ritenendola una verdura fredda insieme a cicoria, lattuga, indivia. Di secolo in secolo arriviamo negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, anni di autarchia dopo le sanzioni internazionali contro l’Italia, anni di guerra, a Petronilla, Lidia Morelli (Donna Clara) e ad altre divulgatrici di piatti «per tempi eccezionali» che suggeriscono molte ricette con le erbe spontanee, portulaca compresa. Negli anni Cinquanta-Sessanta il boom, il miracolo economico, la ricchezza e ai nostri tempi i supermercati con le buste di insalata già lavata e pronta per l’uso, hanno fatto dimenticare quant’era utile e buona la povera portulàca.
Ma anche per le misere erbe arriva il riscatto grazie alla ricerca scientifica che certifica: la portulaca è ricca di Omega-3 che combattono trigliceridi e colesterolo cattivo, è antitrombotico e previene l’invecchiamento della mente. Il Cucchiaio d’argento, uno dei ricettari più diffusi da quasi 80 anni, esagera perfino: «Dimenticate il pesce azzurro, le noci, l’olio di semi di lino, le alghe. Se volete davvero fare il pieno di acidi grassi Omega-3 è per terra che dovete guardare, nei campi coltivati, dove cresce un’infestante preziosissima per il nostro organismo: la portulaca». Sulla preziosità non sbaglia: la porcellana è ricca di vitamina C e ha proprietà depurative, rinfrescanti e diuretiche. Pare, ma la ricerca in questi campi è ancora in atto, che abbia anche proprietà antidiabetiche e antitumorali. Insomma, è quella che chiamano superfood. L’hanno buttata in inglese? Pazienza. Noi ci teniamo stretta la nostra portulaca, porcacchia, pucchiacchèlla, pugghiazza, purciddana…
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >