2018-08-20
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2026-06-16
La ricetta di Starmer: migranti a delinquere e lockdown notturno per i giovani inglesi
Keir Starmer (Ansa)
Divieto assoluto alle piattaforme per i minori di 16 anni. Richiesti documenti agli adulti. Elon Musk: «Questo è uno stato di polizia».
Il governo laburista delle proibizioni selettive in stile Keir Starmer sta cercando di mette al bando TikTok e Instagram dai 16 anni in giù per via legislativa.
Con una stretta dirigista vorrebbe bloccare lo scrolling infinito, impedire le connessioni criptate per aggirare i controlli, verificare l’età con riconoscimento facciale, documenti digitali e carte di credito.
Tutto in nome della salute mentale dei ragazzi. Ma con una particolarità: la severità scatta solo su alcuni fenomeni. A quattro anni, per esempio, i british baby devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola. «I social media», invece, «rendono i bambini e gli adolescenti più infelici, li espongono a molestie e abusi online e possono perfino danneggiare la loro salute mentale», ha dichiarato Starmer annunciando il divieto di accesso adolescenziale ai social. E visto che si tratta di ragazzi ha annunciato il provvedimento «per Natale».
Dopo il regalo sotto l’albero il premier prevede «di far entrare in vigore il divieto all’inizio del prossimo anno, probabilmente in primavera». E, così, per entrare su X, TikTok, Facebook, Snapchat, YouTube e Instagram, ci saranno più controlli che per entrare in Inghilterra. Ma il premier britannico ha spiegato che il governo è pronto anche a seguire il modello australiano, primo Paese al mondo ad aver introdotto il bando totale dei social ai minori di 16 anni. E non basta. Londra sta valutando ulteriori restrizioni per i ragazzi di 16 e 17 anni: un «coprifuoco digitale» dalle 20.30, limitazioni alle piattaforme di gioco online e il blocco dell’autoscrolling.
Quel meccanismo che, nelle parole di Starmer, produce un «costante attaccamento alla macchina» e impedisce agli utenti di smettere di consumare immagini e video. È il fenomeno del doomscrolling: il vortice di contenuti negativi che cattura soprattutto gli adolescenti. E che, secondo gli studi scientifici citati dal governo britannico, sarebbe collegato a disturbi del sonno e dell’alimentazione, al peggioramento del benessere mentale, alla crescita dello stress sociale e dell’ansia, fino alla depressione e alla vulnerabilità psicologica. Starmer, non senza scadere nell’ovvietà, ha affermato che «governare significa fare delle scelte (quelle che sull’immigrazione clandestina non riesce a fare, ndr)». E la scelta del suo governo è chiara: intervenire pesantemente sui comportamenti digitali dei ragazzi.
È la stessa filosofia che Londra ha già adottato sul fumo avviando la cosiddetta «smoke-free generation»: chi è nato dopo il 2008 non potrà mai acquistare legalmente sigarette nel corso della propria vita. Una proibizione permanente costruita per generazioni future che ancora non hanno raggiunto la maggiore età. Poi le sigarette elettroniche usa e getta. E ora i social. Ed è qui che emergono le incoerenze del governo a proibizione selettiva. Perché mister Labour sembra avere antenne sensibilissime su TikTok e Instagram, ma molto meno rigide quando il terreno diventa ideologico. Il vero punto debole della narrazione è legato alle grooming gang. Gli stupratori seriali che hanno abusato di migliaia di ragazzine inglesi mentre le istituzioni britanniche erano negazioniste. Oggi Starmer accusa i conservatori di non aver fatto abbastanza contro i danni provocati dai social network. Ma tra il 2008 e il 2013 era direttore del Crown prosecution service, l’ufficio del pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles. E proprio in quegli anni lo scandalo delle grooming gang travolgeva il Regno Unito. Solo nel 2025 il governo laburista, travolto dall’indignazione dell’opinione pubblica, si è deciso ad avviare un’inchiesta.
Naturalmente il Regno Unito non è isolato. La Francia di Emmanuel Macron vuole vietare i social agli under 15. La Spagna di Pedro Sánchez prepara restrizioni simili. E strette sono annunciate anche in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Anche in Cina esistono limiti al tempo trascorso online, restrizioni sui videogiochi e controlli sui contenuti. Ma dentro quella cornice finiscono anche censura, filtraggio ideologico e controllo dei comportamenti. E con la pandemia da Covid, l’Europa ha già dovuto sopportare metodi invasivi di sorveglianza e di controllo imposti dai governi. Compreso il coprifuoco. Che, però, nel caso Uk è digitale. E Starmer sembra essersi già fatto prendere la mano. «Il governo britannico chiarisce che gli adulti potranno continuare a utilizzare i social media verificando la propria identità tramite documenti digitali, riconoscimento facciale, passaporti e carte di credito». È il testo di un retweet di Elon Musk sulla sua piattaforma, accompagnato da questo suo commento: «Uk è uno stato di polizia». Poi, con i pochi caratteri consentiti da X, ha fornito la sua interpretazione di quella che ritiene «una legge sulla censura»: «È un lupo travestito da agnello. Il vero obiettivo è consentire al governo britannico di tracciare ogni persona».
Alla fine anche il Piano Starmer finisce inevitabilmente per ricordare la logica pandemica: sicurezza per tracciamento, tutela in cambio di controllo.
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Un testo d’intesa di circa due pagine, ribattezzato «Memorandum di Islamabad», ha posto fine alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, aprendo però la strada a nuovi colloqui che dovrebbero proseguire nei prossimi 60 giorni. L’accordo prevede la sospensione immediata della guerra e l’interruzione delle operazioni militari sui fronti coinvolti. Restano però aperte diverse questioni centrali per il futuro negoziato, a partire dalle garanzie sul programma nucleare iraniano, dalle sanzioni internazionali e dagli equilibri regionali.
Dragamine e 500 uomini già in allerta da settimane per Aspides. Meloni e Tajani confermano la volontà di contribuire dopo il via libera in Aula. L’Eliseo: «Fregate e portaerei dispiegabili in 48 ore». Merz più cauto.
C’è ancora incertezza sul regime che avrà lo stretto di Hormuz dopo l’accordo preliminare fra Usa e Iran. Se gli americani affermano che la navigazione sarà libera, gli iraniani ribattono che continueranno a imporre un pedaggio, sospeso solo nei 60 giorni che serviranno a raggiungere un’intesa definitiva.
All’avvio del vertice G7 di Evian, in Francia, il presidente americano Donald Trump ha ostentato ottimismo: «Lo stretto sarà completamente aperto. Si sta facendo un po’ di caccia a un paio di mine, ma le navi stanno già muovendosi». La realtà è più complessa. Il cessate il fuoco rende possibile la preannunciata missione dei Paesi dell’Unione europea, che da settimane s’erano detti disposti a inviare navi militari nello Stretto per bonificarlo dalle mine e pattugliarne le acque. Ecco perché fin dalla mattinata di ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che «la missione per Hormuz sarà al centro delle discussioni del G7».
Il suo presidente, Emmanuel Macron gli ha fatto eco candidando subito la Francia e l’alleata Gran Bretagna alla guida della missione internazionale, per la quale l’Eliseo può inviare in poco tempo la portaerei Charles De Gaulle, a propulsione nucleare: «La Francia e la Gran Bretagna sono pronte a prendere la testa di una missione nello Stretto di Hormuz, con il sostegno di Olanda e Italia. La portaerei Charles De Gaulle è pronta a essere schierata entro due o tre giorni insieme a fregate, appena ci sarà conferma dell’accordo». Lo ha ricordato allo stesso Trump, il quale gli ha ribattuto che «gli Usa non hanno bisogno di aiuto». Parigi e Londra, forse nostalgiche di avventure d’altri tempi, come la spedizione di Suez del 1956 contro l’Egitto, si propongono al vertice della missione, ma anche l’Italia è in prima fila.
La premier Giorgia Meloni ha garantito che «l’Italia è pronta a partecipare alla missione dopo il via libera del Parlamento». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato: «Faremo la nostra parte. L’Italia sarà protagonista di una nuova stagione di difesa della libertà di navigazione, così come stiamo facendo con la nostra Marina Militare nel Mar Rosso e con la missione Atalanta contro la pirateria. Così faremo, se ci sarà un accordo, anche a Hormuz. Abbiamo già inviato due dragamine di fatto aggregate alla missione Aspides, vediamo quando e come sarà possibile trasferirle verso Hormuz». Ha anticipato che mercoledì mattina affronterà la questione in una riunione alla Farnesina. Le due navi dragamine, o «cacciamine» italiane che possono portarsi a Hormuz in pochi giorni, sono la Crotone e la Rimini, unità della classe Gaeta operative da circa 30 anni, ma ancora valide. Lunghe 52 metri e dislocanti 720 tonnellate, hanno scafo in vetroresina, per eludere le spolette magnetiche delle mine, e individuano gli ordigni anzitutto valendosi di un sonar la cui portata arriva a 270 metri di profondità. Ma utilizzano anche droni subacquei Pluto Rpv (Remote Piloted Vehicle), mini-sommergibili telecomandati con telecamere che, oltre a trovare le mine spingendosi fino a 600 metri di profondità, sono anche in grado di farle brillare ponendo vicino a esse delle apposite cariche esplosive. Le navi dragamine imbarcano inoltre una squadra di sommozzatori che possono intervenire contro le mine fino a una profondità di 60 metri in casi in cui non è possibile usare i droni.
L’impiego delle due dragamine, che portano ciascuna un equipaggio di circa 50 elementi, avverrebbe nel quadro di una squadra più ampia comprendente la nave Atlanta per l’appoggio logistico e due navi da scorta armata, il pattugliatore Raimondo Montecuccoli da 6.000 tonnellate e la fregata Luigi Rizzo da 6.900 tonnellate, unità armate con cannoni e missili antiaerei Aster. L’impegno totale di una missione italiana nel Golfo Persico potrebbe quindi arrivare a oltre 500 uomini dei vari equipaggi.
Di un impegno italiano a Hormuz ha parlato anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita ieri a Washington, con il segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth. Il capo del Pentagono la lodato il ruolo di Roma: «L’Italia è sempre più protagonista nella difesa europea e il ruolo della Meloni è decisivo». Più cauta sulla missione è parsa la Germania, dato che il cancelliere Friedrich Merz ha rimarcato che «collaboreremo con gli alleati non appena saranno soddisfatte le condizioni necessarie». Secondo esperti come il professor Gian Enzo Duci, docente in management marittimo all’Università di Genova sentito ieri dall’agenzia Ansa, «per una bonifica completa dalle mine possono occorrere dai tre ai sei mesi», anche se «ci sono due aree prossime all’Oman e prossime all’Iran in cui non ci sono mine e le navi riescono a transitare». Ma l’idea di una forza navale europea non piace a Teheran, il cui governo fa sapere alla Reuters: «Qualsiasi presenza di Paesi stranieri nello Stretto di Hormuz, sia per garantire la sicurezza della navigazione sia per operazioni di sminamento, è inaccettabile. È un pretesto per portare forze navali nello stretto e non sarà accettato».
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Donald Trump (Getty Images)
Ogni conflitto è stupido: questo di più. L’ala militare del regime è cresciuta e non ci sono certezze sull’uranio. Nel frattempo, sono stati introdotti pedaggi che prima non c’erano. Nel mezzo, migliaia di civili sterminati.
C’è l’accordo, evviva. Dobbiamo essere felici.
C’è la firma digitale, la guerra è finita, andate in pace e rendete grazie agli ayatollah. Quest’accordo ce l’hanno fatto talmente sospirare, l’hanno annunciato e smentito, preparato e seppellito, anticipato e cancellato tante di quelle volte, che ora non sembra vero di essere arrivati finalmente alla firma. E quindi fiato alle trombe Trumpetta, si festeggi la fine (pardon interruzione) delle ostilità e la riapertura di Hormuz. Ma. Scusate: ci è rimasto un «ma» di traverso. Perché il sollievo per il raggiunto accordo non riesce a toglierci dalla testa l’avversativa. E cioè: ma. Nel senso: ma per che cosa è stata fatta questa cavolo di una guerra?
Sia chiaro: a farla per abbattere il regime degli ayatollah. Ricordate? Tutti i nostri esperti da salotto ci illustravano, ad ogni talk show, l’inevitabile «regime change». Si fa il «regime change» di qui, si fa il «regime change» di là.
A sentirli sembrava più facile cambiare il regime iraniano che cambiare il loro vestito per il cocktail serale. Un po’ di missili, qualche effetto collaterale, una scuola che salta in aria (ma vorremo pure aiutare i giovani iraniani, no?) e il gioco è fatto: i Parenzo d’Italia gridavano a reti unificate che l’attacco era indispensabile per mettere fine all’orrenda dittatura islamica. La quale dittatura, però, purtroppamente, alla fine della guerra è ancora là. Più salda e feroce che prima.
Dunque la guerra non è servita a cambiare il regime iraniano, il quale anzi s’è stretto attorno ai pasdaran ancor più estremisti. E non è servita nemmeno ad aiutare i giovani manifestanti, che in effetti ora si guardano bene dal manifestare, e chissà quando potranno tornare a farlo. La guerra non è servita nemmeno a punire chi ha impiccato i contestatori perché anzi i boia di quei ragazzi appaiono oggi trionfanti come vincitori della guerra e salvatori della patria.
E allora a cosa è servito? A disinnescare l’incubo nucleare? A portare via l’uranio dalle mani degli ayatollah? Questa era l’altra grande arma dialettica sparata dai nostri bombardieri da talk show: non possiamo rischiare che un Paese non democratico arrivi ad avere la bomba atomica, ripetevano. E pazienza se la bomba atomica ce l’hanno pure la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord che non sono proprio democratici. È l’Iran che non la deve avere, ci spiegavano. Israele sì, l’Iran no. Perché? Perché vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.
Lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine quasi quasi finivamo per crederci: vuoi vedere che la guerra serve a portare via il nucleare all’Iran?
Purtroppamente, neppure quello è vero. Il regime iraniano è rimasto lì, il nucleare pure. Nei prossimi sessanta giorni si discuterà cosa farne, ma l’ipotesi più realistica è che si ripeta l’accordo firmato nel 2015 da Obama, accordo per altro contestatissimo da Trump. Il quale Trump, però, alla fine probabilmente accetterà le stesse condizioni dell’accordo di Obama, e persino un po’ peggiori: in pratica l’uranio resta lì, solo che Teheran si impegna a sospendere l’arricchimento un tot di anni (venti chiedono gli uni, cinque rispondono gli altri, probabile che si chiuda a dieci, come al suk). In compenso gli iraniani si vedranno sbloccati tutti i loro fondi e non dovranno preoccuparsi di smilitarizzare gli hezbollah in Libano. Dunque cosa cambia? La riapertura dello stretto di Hormuz, ovvio. Che, per altro, era già apertissimo prima dell’inizio della guerra.
Dunque ripeto la domanda iniziale: a che cosa è servita questa diavolo di guerra? Se tutto va bene: a tornare alla situazione che c’era prima. Dico se tutto va bene perché gli iraniani già stanno dicendo che la riapertura dello stretto di Hormuz è solo per sessanta giorni, poi metteranno il pedaggio. Nel caso fosse vero abbiamo la risposta alla domanda: a che cosa è servita la guerra? Ad avere un pedaggio ad Hormuz che prima non c’era. Ma anche se non fosse così (speriamo) il risultato della guerra sarebbe comunque discutibile. Abbiamo seminato per cento giorni morte e distruzione, abbiamo arricchito i produttori di armi, abbiamo fatto aumentare il prezzo del petrolio mettendo in ginocchio l’economia e le famiglie, per che cosa? Per riaprire lo stretto di Hormuz che era già aperto. Per il resto, nulla di nuovo sul fronte iraniano.
Voi capite che i toni trionfalistici stridono un po’ sulla pelle, e anche un po’ sul portafoglio di chiunque guardi in faccia la realtà. Ci piacerebbe assai capire, infatti, il motivo per cui ci siamo infilati in questa follia più folle di tutte le altre, e forse anche il motivo per cui il governo italiano ci ha messo tanto a prenderne le distanze. Ma tant’è: così è andata. Ora vediamo solo quando scenderà il prezzo della benzina. Quando scoppiò la guerra, ricordate?, non fecero in tempo a partire i primi missili e già erano partiti i primi rialzi al distributore. Quando si tratta di far scendere il prezzo, invece, guarda caso il prezzo al distributore si muove con assai meno tempestività, e qualche volta non si muove neppure. E così alla fine resta l’impressione che questa guerra, come ogni altra guerra ma forse ancor di più delle altre, sia stata soltanto un inganno. Proprio come la felicità che ci buttano addosso in queste ore.
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