E nel Pd venne il giorno dello «ius Renzi». In un partito già tormentato dalla guerriglia sulla questione libica, diviso in Parlamento, attraversato da tensioni terribili sullo scandalo Csm, dominato da una corrente dove l’autosospeso Luca Lotti coordina i lavori, l’ormai famosa lettera di Matteo Renzi sullo ius soli ha avuto l’effetto di un cerino gettato sulla benzina. «Io accuso il Pd», ha scritto l’ex premier, puntando il dito (senza nominarli, ma in maniera indubitabile) su Marco Minniti e Paolo Gentiloni, colpevoli – a suo avviso – di non aver voluto votare la legge sulla cittadinanza. E ieri è stata la volta dell’ultimo ex premier del centrosinistra Gentiloni (un tempo fedelissimo di Renzi) che in un’altra lettera aperta, apparentemente dedicata al leader della Lega, ha scritto: «Io accuso Salvini». Ma subito dopo, nella stessa lettera aperta (anche questa inviata a Repubblica), Gentiloni ha menato il fendente contro l’uomo di Rignano, dando la sua interpretazione sulla mancata approvazione della legge: «Io», spiega, «purtroppo non sono riuscito a farla approvare al Senato. Per mancanza di numeri, non certo di coraggio o di volontà. Coraggio o volontà che semmai ci mancarono tra il 2015 e il 2016», scrive Gentiloni, «quando i numeri c’erano eccome ma governo e Pd decisero di non procedere». Attenti alle date: tra il 2015 e il 2016, anche qui senza nominarlo, Gentiloni sta chiamando in causa proprio Renzi. Uno scambio di accuse in cui – come in un gioco di specchi avvelenato – entrambi dicono che la responsabilità è dell’altro. Ma su questo tema molti dirigenti del Pd sono sul piede di guerra. Ad esempio Gianni Cuperlo, il più arrabbiato di tutti, che non fa giri di parole: «Ma come si può consentire a Renzi di raccontare una balla di questo tipo?». Chiedo quale. E lui torna al tema della mancata approvazione dello ius soli: «A dicembre 2015 la legge era stata votata. Quindi Renzi ha avuto più di un anno per metterla ai voti e non lo ha fatto». C’erano davvero i consensi per farla passare? Risposta di Cuperlo: «Assolutamente sì. Perché il testo era passato con più voti della sua maggioranza, e c’era già la dichiarazione di voto di Sinistra italiana», aggiunge l’ex leader della minoranza, «che aveva detto di essere pronta a votare a favore al Senato. Non mettere la legge ai voti», osserva Cuperlo, «è stata una scelta politica di Renzi». Anche altri deputati ed ex deputati sono intervenuti sul tema. Ad esempio il torinese Stefano Esposito: «Da umile peones te lo spiego io cosa è successo. Quando c’erano, forse, i numeri al Senato si sono scelte altre priorità a cominciare dalle unioni civili. Poi», aggiunge Esposito, «con la legislatura in scadenza i numeri non c’erano più e quindi senza numeri le leggi non le approvi». Anche Carlo Calenda (che all’epoca non era ancora nel Pd) non accetta il j’accuse di Renzi sullo ius soli: «Nessuno l’ha voluto fare quando poteva perché era impopolare. Renzi nel 2015, Gentiloni nel 2017. Adesso magari parliamo di cosa fare, non di cosa non è stato fatto e di chi è la colpa». Forse questa è la lettura più vicina alla verità. Non si capisce quella scelta di non voto, ripetuta per ben tre anni, se non si ricorda che il centrosinistra all’epoca credeva di essere ancora in corsa per vincere le elezioni. Renzi fino all’ultimo mese prima del voto era convinto di poter raggiungere – se non il famoso 40% del referendum del 2016 – un risultato di coalizione al 35%. Mentre Minniti era – sempre in quell’ultimo anno – un potenziale candidato premier. Tuttavia queste schermaglie feroci sono la punta dell’iceberg di un malessere. Renzi attacca sullo ius soli ma il suo obiettivo non sono le politiche sulla cittadinanza: il vero nemico è Nicola Zingaretti. All’ex premier non pare vero poter dare battaglia nel partito non su quello che più gli brucia (perdere centralità, ruolo e posto di potere), ma piuttosto attaccando Zingaretti «da sinistra» su una questione etica cruciale. Dopo il buon risultato di Zingaretti, Renzi si era quasi eclissato. Adesso prende i migranti come leva per far saltare gli equilibri interni. Una mossa di incredibile spregiudicatezza per un leader che aveva dato la linea – quando era in sella – con la famosa presa di posizione su «aiutiamoli a casa loro», affidata al libro Avanti! (pubblicato nel 2017). Un passaggio ormai celeberrimo in cui Renzi diceva: «Se qualcuno rischia di affogare in mare, è ovvio che abbiamo il dovere di salvarlo. Ma non possiamo accoglierli tutti noi. Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi», aggiungeva, «non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Abbiamo il dovere morale di aiutarli davvero a casa loro». Tra la copia e l’originale gli elettori scelsero l’originale, cioè Matteo Salvini. Ma Renzi attacca ora perché una delle sue correnti è travolta da uno scandalo e perché sente che Zingaretti, preso dalle preoccupazioni unitaristiche, è in un momento di debolezza. Nel Pd ci sono – da un anno – due distinti partiti che convivono forzatamente nel disprezzo reciproco. Un equilibrio che – come dimostra questa vicenda – non potrà durare a lungo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >