Il taglio di giugno non basterà: la Bce riporti i tassi al 2%
Christine Lagarde (Ansa)
Senza ulteriori cali del costo del denaro, Christine Lagarde condannerà alla stagnazione l’Italia. Su cui già pesa l’enorme buco del 110.

Scenario (macro)economico. Se la Bce dopo il probabile primo taglio del costo del denaro a giugno continuasse a farne altri rapidamente, allora l’economia italiana invertirebbe la tendenza stagnante di minima crescita, come è visibile nei dati correnti, per esempio il rallentamento della produzione industriale. Se, invece, dopo il primo taglio in estate aspettasse troppo tempo per farne altri, lo scenario sarebbe probabilmente peggiore. Pertanto, all’aumento di probabilità del taglio a giugno non corrisponde necessariamente una notizia espansiva fino a che la Bce non farà capire il ritmo dei tagli stessi. Finora non lo ha fatto e questo articolo la invita a farlo per permettere al mercato e alle famiglie di scontare un costo del credito minore in un tot di tempo, anticipando così comportamenti espansivi utili per aumentare la crescita del Pil. C’è un’ambiguità che va risolta presto. Al momento non c’è chiarezza, perché la Bce ha preso un atteggiamento descritto come prudente, ma in realtà restrittivo: vuole essere certa che i dati confermino la disinflazione. Tale criterio implica almeno 3-4 mesi di possibile ritardo, se non di più, del taglio dei tassi in relazione a dati di disinflazione che permetterebbero di farlo prima. Il mio gruppo di ricerca, insieme a tanti altri, aveva valutato ad inizio anno che la Bce poteva tranquillamente attuare un primo taglio nel marzo/aprile del 2024. Perché tranquillamente? La tendenza di discesa dell’inflazione era sufficientemente rapida per ridurre almeno dello 0,25% il costo del denaro. Ma la Bce ha aspettato per essere sicura della decisione in base a dati consolidati. Ciò ha protratto inutilmente un eccesso di costo dei mutui a tasso variabile e tardato la decisione di nuovi investimenti da parte delle aziende. Poca cosa un ritardo di 4-6 mesi?

No, nelle simulazioni – imprecise che siano – un tale pur piccolo tempo ha un impatto restrittivo sul Pil 2024 e anche su quello 2025. E lo ha in particolar modo sull’Italia, il cui spazio fiscale è estremamente ridotto a causa dell’enorme debito storico, e suo costo, aumentato da quello generato dalla sciagurata misura del 110%. Se poi la Bce decidesse di restare lenta nel raggiungere il cosiddetto tasso di neutralità della politica monetaria, cioè non restrittiva né troppo espansiva, ovvero un costo del denaro attorno al 2% in un contesto di inflazione fisiologica un po’ sotto il 2% annuo, ci sarebbe il rischio di quasi un anno di restrizione monetaria senza necessità, con effetti recessivi o di stagnazione perdurante con possibile impatto sistemico. In caso di tale impatto la politica economica del governo italiano potrebbe fare poco per spingere la crescita.

Molti esperti, nei seminari dedicati, sostengono che la bassa crescita dipende fortemente dall’incertezza geopolitica oltre che dal metodo della Banca centrale di combattere l’inflazione attraverso una politica monetaria che induce tendenze recessive. Non è falso, ma restando il rischio bellico sotto-soglia, pur con tuoni e fulmini sempre più rumorosi, l’effetto stimolativo del taglio del costo del credito, fatto nei tempi giusti, è il fattore più rilevante per ridare crescita e un po’ più di spazio fiscale per detassazione e investimenti competitivi. E all’Italia, dove l’inflazione è attorno al 2,4% e in discesa rapida, un po’ di spazio fiscale serve adesso e non domani o dopo. E servirebbe una presa di responsabilità netta da parte della Bce nell’indicare uno scenario, invece di nascondersi dietro la metodologia data driven, cioè guidata dai dati «post hoc»: la sua responsabilità è di guidare il mercato utilizzando dati «pre hoc», cioè tendenze solide.

Su questo punto concordo con il professor Donato Masciandaro, Università Bocconi, che da tempo accusa (con buoni argomenti) la Bce di una conduzione passiva e non attiva, come dovrebbe della politica monetaria. La Bce tende a difendersi con diversi argomenti. Uno è il rischio di ritorno dell’inflazione. Ma bisogna valutare che l’Eurozona è stata colpita da un’inflazione da offerta, cioè scarsità di un bene, per esempio l’energia fossile di provenienza russa. Tale tipo di inflazione non può essere combattuta dalla politica monetaria, ma dalla geopolitica o da scelte di nuova energia alternativa. Infatti l’Italia ha cambiato rapidamente le forniture facendo contratti con altre nazioni, così come sta avvenendo per altri Paesi dell’Ue. Fino a che non saranno diffusi il nucleare di nuova generazione e altre fonti alternative, il rischio di inflazione da offerta resterà latente. Ma è un buon motivo per tenere il costo del denaro troppo più alto della tendenza disinflazionistica? No, non lo è perché aggiunge a una situazione di scarsità materiale quella di scarsità della liquidità finanziaria. La Bce tende a un eccesso restrittivo perché teme che la politica fiscale delle nazioni contrasti la disinflazione? Certamente. Ma cosa dovrebbero fare i governi: impoverire la gente fino alla ribellione?

Più logico sarebbe costruire un accordo tra governi e Bce per evitare eccessi inflazionistici e deflazionistici. Minerebbe l’indipendenza della Banca centrale? In caso di inflazione da offerta no. In caso di inflazione da domanda, ora prevalente in America, la Banca centrale dovrebbe mantenere l’indipendenza totale e la priorità della disinflazione. Comportamenti diversi delle autorità monetarie in relazione al tipo di inflazione sono oggetto di ampi studi poi semplificabili per la popolazione che fa altri mestieri? Non sembra.

Sarebbe troppo irrituale, secondo voi lettori, chiedere a Fabio Panetta, stimabile governatore di Banca d’Italia, e all’altrettanto stimabile Piero Cipollone, membro italiano del Comitato esecutivo della Bce, chiarimenti sui temi qui trattati ed eventuali interventi a tutela ragionevole dell’economia italiana?

www.carlopelanda.com

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