Aneddoto parlamentare folgorante sulla nuova «entente cordiale» che sta avvolgendo Pd e 5 stelle, come un gioco di seduzione reciproca nelle ultime ore. Questa battuta, pronunciata il giorno del voto al Senato, la dice tutta sul clima. Roberta Pinotti in Aula, nel pieno della concitata votazione, mentre i leghisti fischiano il Pd, si rivolge verso la collega Paola Taverna, la pasionaria grillina (che varie volte l’aveva definita come l’unica avversaria degna di stima) e le dice sorridendo: «Paola ma quand’è l’ultima volta che hai scritto un post dicendo “mai al governo con il Pd”?». Pausa, silenzio. Dopo aver finto di pensarci un po’ la Taverna, che hai il gusto per la battuta romanesca, le risponde: «Ieri, mi sa». E allora la Pinotti la guarda e le dice: «Ah, ma allora è passato molto tempo!». Fantastico. Perché l’altro tema in gioco, in questi giorni di rito parlamentare coatto è questo: non si sa come, e perché, non si sa per quale imperscrutabile via, ma da due giorni il fantasma di questo governo possibile ha iniziato a camminare, a correre di bocca in bocca: il governo giallorosso non eccita più solo le fantasie dei romanisti, e ha iniziato a camminare lungo i corridoi del Senato, del Parlamento, dei Colli istituzionali. Il vero pericolo per Salvini è tutto qui. Dice a La7 Sabino Cassese, ascoltato consigliere del Quirinale sui temi istituzionali, ma anche potenziale candidato premier di un nuovo governo: «Non esiste nessuna regola che imponga a Conte di dimettersi, anche nel caso delle dimissioni simultanee di sette ministri leghisti. Potrebbe andare avanti tranquillamente», osserva Cassese, «senza mai nemmeno il bisogno di un nuovo voto di fiducia». Non c’è bisogno di spiegare le implicazioni di questa riflessione (le stesse che hanno spinto Roberto Calderoli a consigliare a Salvini di non fare dimettere i suoi), né la grande novità, dello spirito benevolo che guida i passi degli (un tempo odiati) rappresentanti del M5s. Mi dice un ex ministro del Pd, sotto garanzia di anonimato: «Questa cosa, un tempo inimmaginabile, sta prendendo corpo grazie agli errori di Matteo Salvini. Fino a ieri, i 5 stelle erano stati anche rabbiosi, ma sempre leali. Averli ripudiati», aggiunge il ministro, «ora ce li spinge letteralmente fra le braccia». Ancora Cassese, anche lui in vena di metafore coniugali: «In questo momento i 5 stelle sono una sposa ripudiata, ma il matrimonio non è ancora rotto». Ecco perché sono entrati in azione i grandi seduttori che lavorano da pontieri, in questa strana crisi che per un terzo è istituzionale, per un altro terzo procedurale, e nella sua ultima componente, psicologico-politica, un caso per avvocati divorzisti.
Fino a ieri Salvini aveva tre forni politici in caso di elezioni, mentre Pd e i 5 stelle ne avevano uno solo. Da lunedì, il voto congiunto al Senato ha prodotto un effetto collaterale. Un annusarsi, un parlarsi, un profumo di potenzialità politica che ha reso evidente a tutti una nuova verità: in questo Parlamento, la Lega delle elezioni politiche, ferma ancora al 17%, ha un solo forno politico, quello acceso con Luigi Di Maio. Mentre il Movimento 5 stelle ne ha almeno due: uno con Matteo Salvini e uno (potenziale, ma realizzabile) con Nicola Zingaretti. Quindi il rapporto di forza, una volta parlamentarizzato il dibattito, si è immediatamente ribaltato.
Secondo paradosso di questa vicenda: il segretario del Pd, per motivi diversi (legati ai suoi problemi interni), fino a ieri era titubante. È stato il gesto del suo primo nemico, Matteo Renzi, con la proposta del governo di scopo, a indirizzarlo sulla via del nuovo forno. Poi ovviamente, trattandosi del Pd, tutto è più complicato di come potrebbe essere. Ieri, per esempio, Carlo Calenda si è pizzicato con un battaglione di renziani, perché si è esercitato sui social nel ricordare tutte le volte che gli uomini dell’ex segretario avevano definito una follia qualunque accordo con Di Maio e compagni. «Le dichiarazioni allegate», ha detto l’ex ministro presentando un accurato dossier, «sono state rese pochi giorni fa in occasione di una proposta (Franceschini) identica a quella che si sta materializzando. Nulla è cambiato da allora», spiega Calenda, «tranne il fatto che il rischio di elezioni (allora teorico) si è davvero materializzato. E molti di quelli che dicevano “Mai con i 5s” e “Se il governo cade ci sono solo le elezioni” hanno cambiato idea nel giro di 24 ore. La mancanza di coerenza della politica è la principale ragione del discredito della politica. Per quanto mi riguarda, in caso di alleanza Pd-M5s farò quello che ho sempre detto. E continuerò a lottare contro i populismi». Calenda cita due frasi di Matteo Renzi con l’hashtag #senzadime: «L’alleanza con i 5 stelle è un errore politico»; «A me fa schifo sentirmi dire che il mio partito è quello che usa l’elettroshock contro i bambini. Noto che a qualcuno piace aprire a chi ci insulta, aprire per farsi dire no grazie. A me», diceva Renzi, «no». Un altro leader della sinistra, Gianni Cuperlo, ora dice: «No a governi di piccolo cabotaggio per qualche mese». E spiega dunque che serve un accordo politico. Nelle notti romane in cui i senatori grillini incontrano quelli del Pd senza sentirsi più nemici prende corpo la strada in cui far quadrare tutti i conti. Usare i renziani, invisi sia ai grillini sia agli zingarettiani – come agnello sacrificale per celebrare l’accordo. Mettere il veto a Renzi e alla Boschi. Per accordarsi con Zingaretti e Calenda.
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