Dovrebbero essere l’antidoto al caro bolletta al punto che anche il governo, in linea con i diktat di Bruxelles, ha dedicato una voce della manovra economica per facilitarne la diffusione. Stiamo parlando delle pompe di calore, nuova frontiera della transizione ecologica.
Dal 2025 ci sarà l’addio alle caldaie a gas, nel senso che non sarà più possibile ottenere la detrazione fiscale del 50 o del 65%. Si potranno comunque acquistare fino al 2040, come prevede la diretta europea. La detrazione sarà possibile solo per impianti ibridi, caldaie a biomasse o pompe di calore, cioè per quelli, come precisa la direttiva, che hanno «una quota considerevole di energie rinnovabili, come la combinazione di una caldaia con un impianto solare termico o con una pompa di calore». Si tratta di impianti alimentati solo in parte da metano e gpl e che, seppure meno inquinanti, hanno un costo d’acqiosto generalmente molto più elevato. Senza contare che, all’indomani del via libera della manovra economica, si scatenerà la speculazione e i listini già cari aumenteranno per effetto della maggiore domanda obbligata.
I sostenitori della climatizzazione green dicono che il costo superiore alle tradizionali caldaie a gas viene ammortizzato nel tempo grazie al risparmio sulla bolletta. Ma è davvero così? Il governo tedesco, nel 2023, aveva proposto una legge che incentivava l’uso di pompe di calore alimentate da elettricità a basse emissioni di carbonio o rinnovabile ma dopo le critiche (L’Afd, l’ha definita «Heizhammer», il martello del riscaldamento) è stato costretto ad ammorbidire la normativa. Il problema non è soltanto il costo elevato degli impianti (il doppio delle caldaie a gas) ma anche la necessità di adattare gli immobili con onerose ristrutturazioni.
Per avere il massimo delle prestazioni, le abitazioni non devono avere dispersioni di calore altrimenti, secondo quanto dimostra uno studio effettuato da due ingegneri, Nicola Terry e Ray Galvin dell’Università di Cambridge, con un articolo su Energy and Buildings, si ha un effetto boomerang, cioè la bolletta schizza. «Il punto è che gli impianti a termosifoni sono progettati per l’acqua che la caldaia a gas scalda a 70-80 gradi: per ottenere lo stesso comfort con una pompa di calore, la superficie dei termosifoni dovrebbe essere raddoppiata per una mandata a 50 gradi e quasi triplicata a 45 gradi» si legge nel report. Senza questo accorgimento, l’impianto non riuscirà mai a portare nell’ambiente quei circa 19-20 gradi che in genere si ritengono ideali per un buon comfort. Quindi, se si vuole essere green mantenendo i classici radiatori, è necessario ampliarne e di molto la superficie. E non finisce qui.
L’alta temperatura dell’acqua prodotta dalla caldaia consente di usarla a intermittenza, spegnendola nei momenti in cui la casa è disabitata visto che sarà, poi, veloce ripristinare la temperatura ideale. La più bassa temperatura dell’acqua della pompa di calore, invece, non consente di farlo in case con scarso isolamento termico: servirebbero diverse ore per recuperare la temperatura persa nei momenti di spegnimento. «In teoria, la pompa di calore dovrebbe essere mantenuta quasi costantemente accesa: secondo la nostra stima circa 16 ore al giorno per 77 giorni l’anno e sempre negli otto giorni più freddi. Ma in questa modalità il suo consumo elettrico rischia di essere molto più costoso di quello precedente a gas», dicono gli ingegneri di Cambridge.
Altrettanto determinante, per l’adozione delle pompe di calore, è il costo dell’energia elettrica rispetto al gas. Nei Paesi dove l’elettricità è relativamente economica rispetto al gas, è più conveniente abbandonare le caldaie tradizionali nonostante le temperature più fredde. Questo è il caso della Norvegia (dove il 90% dell’elettricità proviene dall’idroelettrico), Svezia e Finlandia (con alti contributi da rinnovabili e nucleare). Queste problematiche hanno fatto sì che le vendite di pompe di calore nella prima metà di quest’anno, in tutta Europa, siano diminuite del 47% come ha rilevato la European heat pump association (Ehpa).
Oltre ai costi dell’impianto e a quelli della ristrutturazione, c’è anche il tema dei rumori. In alcuni Comuni è dovuto intervenire il sindaco per trovare una soluzione tra i proprietari delle pompe di calore e i vicini, disturbati dal rumore assordante. È successo a Ghedi, in provincia di Brescia: il primo cittadino ha dovuto emettere un’ordinanza che imponeva di interrompere il funzionamento degli impianti fino a interventi di bonifica acustica.
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