Esce domani, lunedì 2 novembre, il nuovo libro di Bruno Vespa, Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni. Da Prodi e Schlein (Mondadori-Rai libri, 360 pagine, 21 euro). Pubblichiamo per gentile concessione uno stralcio del capitolo X del libro.
C’è stato un momento nel mio lungo colloquio televisivo con Roberto Vannacci, alla fine di settembre 2026, in cui il generale, abitualmente prontissimo e fermo nelle rispose, mi è sembrato vacillare.
È quando gli ho detto: lei ha comandato la Folgore, che per me sentimentalmente significa El Alamein, dove eroici soldati si sono fatti massacrare per difendere, in una battaglia perduta, quello che, a torto o a ragione, era un suolo italiano. Come fa da militare a negare al popolo ucraino e al suo esercito, che sono stati aggrediti, il diritto di difendersi con le armi?
La replica del generale: «È inimmaginabile pensare di vincere una guerra con la Russia»
«A El Alamein» aveva risposto Vannacci «ci si trovava in una condizione tattica in cui, anche di fronte a una sconfitta più che probabile, aveva un senso resistere. Gli ucraini sono liberissimi di continuare a difendersi, ma se, dopo quattro anni di guerra a spese dell’Europa, l’Ucraina non è riuscita a cambiare la situazione tattica e strategica sul terreno, resistere ancora non ha alcun senso».
A fine ottobre, quando lo rivedo per questo libro, aggiunge: «Una brutta pace è meglio di una brutta guerra. Le cause del conflitto vanno ricercate da entrambe le parti, e né la Russia né l’Ucraina possono vincere interamente sul campo. Nei quattro anni di guerra, l’Ucraina ha scambiato l’Unione europea per il bancomat di Kiev. Con il risultato di compromettere l’equilibrio economico e sociale europeo e il benessere del Vecchio Continente senza fermare l’avanzata russa. Ci dicono che dobbiamo continuare a combattere a oltranza senza che si capisca quali sarebbero i termini di un’eventuale vittoria o di quella che in molti si ostinano a chiamare una “pace giusta”: ripristinare l’integrità territoriale ucraina? Compresa la Crimea? Distruggere le capacità offensive russe? Vedere capitolare Putin? Sfilare sulla piazza Rossa con i carri ucraini? È sbagliato dire che, difendendo l’Ucraina, si difende la nostra patria, perché in questo caso dovremmo mandare i nostri soldati in combattimento e nessun paese europeo è pronto a sopportare questo sacrificio. È inimmaginabile pensare di vincere una guerra con una Russia che detiene 6.000 testate nucleari in perfetto stato di funzionamento».
I negoziati saltati dopo la strage di Bucha
Il punto di contrasto con le opinioni di Vannacci consiste in questo: il generale sostiene che l’Occidente ha rifiutato «una pace pronta in via negoziale già nella primavera del 2022» e che l’Ucraina avrebbe preteso di far parte della Nato ospitando i sistemi d’arma dell’Alleanza. In realtà, l’ammissione alla Nato non ha mai fatto un concreto passo in avanti, così come non sono mai stati chiariti i termini della sicurezza ucraina, né la sorte dei territori occupati dai russi.
Nessuno ha mai pensato, realisticamente, alla restituzione della Crimea all’Ucraina, ma episodi come la strage di Bucha hanno sconvolto, peraltro in maniera irreversibile, l’opinione pubblica internazionale. Dopo l’occupazione russa della cittadina nei pressi di Kiev tra il 5 e il 30 marzo 2022, la missione Onu trovò più di 400 civili uccisi nelle strade, in casa, o sepolti in fosse comuni, legati o colpiti a bruciapelo. Così l’ipotesi negoziale cadde immediatamente.
Cosa piace a Vannacci dei russi: «Sono gli ultimi difensori della cristianità rimasti in Occidente»
Che cosa le piace della Russia?, chiedo al generale. «La vicinanza della loro civiltà alla nostra» risponde. «I russi forse sono gli ultimi difensori della cristianità rimasti in Occidente, perché su questo fronte sembra che l’Europa abbia completamente svenduto i suoi valori. Mi piace che i cittadini russi possano girare per le strade indisturbati e sicuri, mentre quelli europei sono a costante rischio criminalità. (Potrei dire la stessa cosa per Dubai o Abu Dhabi, pur condividendo assai poco delle monarchie islamiche.) Della Russia, invece, non mi piacciono alcuni atteggiamenti autoritari e la carenza degli elementi di uno Stato di diritto, che si è manifestata in molte occasioni. Putin non accetterà mai di restituire i territori conquistati, come non lo farebbe alcuno Stato che, per quelle conquiste, abbia sacrificato la vita di centinaia di migliaia di propri soldati. Credo che l’Ucraina debba diventare un paese neutrale e che, al momento della pace, debbano cadere le sanzioni ed essere ristabiliti i rapporti economici e commerciali con la Federazione Russa. Volenti o nolenti, siamo vicini, e con il proprio vicino è sempre meglio avere buoni rapporti».
Il generale sui sondaggi: «Non mi fido delle agenzie ammaestrate, io li faccio nelle piazze e c’è tanto entusiasmo»
A fine ottobre 2026, tutti i sondaggi danno in discesa Futuro nazionale. Gli esperti affermano che Vannacci parla molto di sicurezza, immigrazione, comportamenti sessuali e patriarcato, ma non di lavoro, economia, tasse, e questo raffredderebbe l’elettorato. «Io non mi preoccupo delle agenzie ammaestrate che fanno le rilevazioni», replica con decisione il generale. «I sondaggi li faccio nelle piazze e per la strada, e posso assicurarle che c’è molto entusiasmo, soprattutto da parte dei giovani. Sosteniamo che le tasse debbano essere abbassate, che non debbano essere tassate le proprietà improduttive – abbiamo sostenuto il famoso quoziente familiare, cioè un progressivo abbassamento delle imposte per quelle famiglie che fanno tanti figli e rigenerano la società, e il supporto alle piccole e alle medie imprese, per esempio, con il superamento graduale del sistema di saldo e acconto, orientando la tassazione ai redditi effettivamente prodotti e incassati, e con la partecipazione attiva dei lavoratori agli utili d’impresa. Sosteniamo, infine, che i lavoratori italiani debbano poter andare in pensione dopo 41 anni di contribuzione effettiva. Al tempo stesso, vorremmo che si dia la possibilità volontaria, e senza alterare l’obbligo scolastico, di cominciare il lavoro a 14 anni, come era possibile sino a trent’anni fa, per favorire i giovani che desiderano lavorare durante l’estate e quei piccoli imprenditori che vorrebbero assumere i propri figli, nipoti, amici dei figli nelle loro attività, soprattutto per i lavori stagionali, e farli cominciare a contribuire già in giovane età. Se solo il 30% dei giovani aderisse a questa iniziativa, in ogni stagione estiva ci sarebbero 400.000 ragazzi in più impiegati regolarmente a coprire le grandi esigenze di lavoro stagionale».
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