Cingolani insiste con la follia green
Mister Transizione ecologica ribadisce obbiettivi irrealizzabili: dovremmo installare da qui al 2030 oltre 70 gigawatt di potenza da rinnovabili e quest’anno siamo a meno di 1.

Il passaggio alle energie rinnovabili è il primo atto verso la decarbonizzazione del Paese, ma nessuno sa come raggiungerlo. Il cronoprogramma prevede l’installazione di 70 gigawatt di potenza da energie rinnovabili entro il 2030, cioè praticamente 7 all’anno. Un obiettivo irrealizzabile: ma quest’anno non si è ancora raggiunta la potenza di 1 gigawatt, proprio come l’anno scorso.

Per centrare l’obiettivo ribadito ieri dal ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, l’Italia ha solo nove anni di tempo e parte da una situazione di «svantaggio» visto che, stando alle statistiche di Terna, il fabbisogno nazionale lordo di energia elettrica è stato coperto nel 2017 per il 62,8% da centrali termoelettriche, che bruciano principalmente combustibili fossili, in gran parte importati dall’estero. Un altro 25,9% viene invece ottenuto da fonti rinnovabili (idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico) per un totale di energia elettrica di produzione nazionale lorda di circa 295.830 gwh annui (2017). La rimanente parte, per coprire il fabbisogno nazionale lordo, (333.591 gwh) è importata dall’estero nella percentuale dell’11,4%. E dunque l’obiettivo di installare tra i 60 e i 70 gigawatt di potenza da fonti rinnovabili entro il 2030 risulta essere molto ambizioso, per usare un eufemismo, se non palesemente impossibile visto il trend attuale . Cingolani, che è stato audìto anche dal Copasir dal momento che il tema è fondamentale pure per la sicurezza, parlando davanti alle commissioni Ambiente di Camera e Senato del piano per la Transizione ecologica ha squadernato i tre pilastri che compongono la «strategia integrata» che porteranno alla decarbonizzazione dei suoi sogni. Il primo è la riduzione dell’anidride carbonica diretta, il secondo è la diminuzione indiretta con la circolarità e il terzo è la riduzione passiva, vale a dire «l’intrappolamento con il ripristino dello stato di salute del mare, terra e verde in generale».

Il processo di decarbonizzazione, ha sottolineato poi Cingolani, «fa riferimento alla Fit for 55 Ue», che richiede la presentazione da parte dei Paesi membri dell’Unione europea dei rispettivi progetti green. E «noi abbiamo un comitato interministeriale della transizione ecologica che ha iniziato i lavori a ottobre. Le nostre proposte saranno discusse con la Commissione, ma è uno scenario flessibile a seconda di quello che si svilupperà nei prossimi mesi o anni».

Un altro punto affrontato da Cingolani è l’economia circolare, che rappresenta un «grande pilastro, forse uno dei più grandi» del Pnrr. Questo porta con sé la «promozione dell’economia circolare, della bioeconomia e dell’agricoltura italiana». «Oggi c’è stata una riunione con Confagricoltura e nei prossimi giorni vedremo Coldiretti – continua Cingolani -, ci sono in corso diverse discussioni condivise con il ministero delle Politiche agricole sul fatto che con opportune metodologie si può aumentare l’efficienza energetica delle nostre aziende agricole».

Sempre su questo settore ci si è concentrati anche quando si è parlato della cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad): «Stiamo lavorando sui Sad, la cui rimozione ha un impatto su numerose fasce strategiche, dal trasporto al comparto agricolo. Vogliamo da una parte dare un segnale non ambiguo, dall’altro non creare scompensi sociali che sarebbero particolarmente duri, tentando operazioni di intelligente ridistribuzione. Ci sono varie idee sul tavolo del comitato interministeriale che non posso anticipare, ma per esempio se riduciamo o annulliamo i Sad per i carburanti fossili questo potrebbe andare a compensare i costi del lavoro, ad esempio con vantaggi sul cuneo fiscale o nella dichiarazione dei redditi», conclude Cingolani.

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