- Da Firenze, Josep Borrell liquida la mediazione cinese («Un sogno a occhi aperti») e insiste sull’acquisto di mezzi militari: «Sono tempi di guerra». L’Italia però boccia la proposta di usare il Recovery per comprare munizioni.
- Yevgeny Prigozhin: «Ritiro entro il 10 maggio». I ceceni: «Subentreremo noi». L’ex ministro della Difesa del Paese invasore si unisce ai mercenari. Evacuata l’area di Zaporizhzhia.
Lo speciale contiene due articoli
L’Italia non ci sta: niente dirottamento dei soldi del Pnrr per acquistare munizioni e armamenti. L’hanno detto ieri all’Ansa fonti di Palazzo Chigi, commentando la trovata del commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton. Nell’illustrare il lancio dell’Act in support of ammunition production (Asap), la norma con cui Bruxelles ha stanziato mezzo miliardo per aumentare la produzione di proiettili da destinare all’Ucraina, il politico francese aveva aggiunto che, allo scopo di rafforzare la Difesa dei Paesi membri, questi avrebbero potuto attingere sia ai fondi di coesione, sia alle risorse del Recovery. Sempre nel nome della resilienza.
Il governo italiano, peraltro incalzato dalle proteste dell’opposizione, in particolare del Movimento 5 stelle e di Giuseppe Conte, è stato chiaro: Roma «non intende usare i fondi del Pnrr per produrre armi». Non è in discussione il sostegno «politico e militare» a Kiev, hanno precisato dall’esecutivo, che è pure «favorevole al rafforzamento della capacità dell’industria della Difesa europea, anche nell’ottica di una maggiore autonomia strategica della Ue». Tuttavia, il Recovery «è uno strumento di investimento strategico e non un veicolo per finanziare la produzione di munizioni o armamenti».
Palazzo Chigi s’è inoltre voluto togliere un sassolino dalla scarpa. E ha insistito sulla necessità di aggiornare il programma di spesa e di organizzazione delle infrastrutture da realizzare con gli stanziamenti dell’Unione. Il nostro Paese invoca «un uso flessibile dei fondi europei, compresi quelli del Pnrr». La proposta di rinegoziare le linee guida del piano, viste le mutate condizioni del quadro economico e le difficoltà logistiche nell’attuazione degli interventi, è stata già avanzata più volte dal governo. Addirittura, un pezzo di maggioranza – la Lega – aveva suggerito di rinunciare ai soldi in prestito. Dettaglio non da poco: dei 145 miliardi di euro richiesti in totale, sui 225 resi disponibili, ben 127 li aveva prenotati proprio l’Italia. Poiché, di solito, a caval donato non si guarda in bocca, il fatto che quasi nessuno abbia approfittato del plafond indica che, dietro la retorica dell’elargizione solidale, si nasconde la tagliola dell’eurocommissariamento.
Le affermazioni riportate dall’Ansa, però, si prestano altresì a un secondo livello d’interpretazione. L’Italia avverte l’esigenza di chiarire che non impiegherà i miliardi del Pnrr per riempire gli arsenali, benché essi, informava ieri il Corriere, patiscano uno «scarso livello di munizionamento» e si trovino in «seria difficoltà». Le dichiarazioni di Palazzo Chigi sono la spia indiretta che qualche altro Stato membro userà davvero così i fondi del Recovery? Ci troveremmo dinanzi a un’alterazione sostanziale della natura del piano: nato per trainare la ripresa post Covid, verrebbe trasformato in un mezzo per star dietro a spese militari che nessuno aveva preventivato, quando è stato varato. Il che solleva un problema politico: Bruxelles dice sì all’acquisto di missili dopo aver bocciato progetti per stadi e asili. Ed è ancora quasi del tutto sorda alle prospettive di modifica degli investimenti.
In fondo, dopo la retorica sui settant’anni di pace che sarebbe stata capace di garantire, l’Europa si è rassegnata: il vento, ormai, è cambiato. C’è aria di bombe. L’Ue insegue Washington sulla strada, se non dell’escalation, del conflitto prolungato, non comprendendo che il conto della guerra lo paghiamo noi. Alla faccia dell’autonomia strategica, da perseguire – come ha confermato ieri Josep Borrell – financo al costo di scontentare gli Usa sui rapporti amichevoli con la Cina.
A rinsaldare la posa bellicista contribuiscono gli ego strabordanti dei leader continentali. Prendete, appunto, Borell. Ieri, l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione era a Firenze, dove ha proclamato che questo «non è il momento della diplomazia». Ha definito «un sogno a occhi aperti» l’ipotesi di trattativa Russia-Ucraina delineata dai cinesi e s’è detto rassegnato all’idea che Vladimir Putin non accetti le condizioni poste da Kiev. Conclusione: «In Ucraina non è il momento di conversazioni diplomatiche sulla pace. È il momento di sostenere militarmente la guerra».
A riprova che indossare l’elmetto stuzzica le vanità, o magari le velleità, Borrell ha inserito una nota personale: «Mi sento un diplomatico, ma anche una specie di ministro della Difesa, perché passo una parte importante del mio tempo a parlare di armi, di munizioni». Sarà per avvalorare l’irrobustimento del suo ruolo, che lo spagnolo ha ribadito che i 500 milioni stanziati per le munizioni agli ucraini non sono «una svolta». E che è indispensabile accrescere il potenziale del complesso militare-industriale europeo, adeguato «per un tempo di pace ma non per la guerra». Liquidati con sprezzo persino i tentativi di mediazione del Papa, a Bruxelles avranno deciso che non si torna più indietro. S’imbraccia il fucile. È l’incorreggibile banalità del male: scambiare una tragedia per un videogioco.
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