- I talebani non rispetteranno i diritti umani ma almeno rimetteranno ordine nel Paese, si pensava in Occidente. Sbagliato: lo Stato è sempre più nel caos ed è un fattore di instabilità per la regione.
- Il generale Giorgio Battisti: «Il gruppo addestra nuovi militanti d’intesa col governo, che nel frattempo ha perso l’appoggio dei leader tribali e deve vedersela anche con gli attentati dell’Isis».
Lo speciale contiene due articoli
Lo scorso 23 aprile il Dipartimento di Stato Usa ha ribadito la sua decisione di non riconoscere il governo talebano. Ha citato violazioni dei diritti umani, omicidi, gravi abusi fisici, condizioni carcerarie dure e pericolose per la vita, detenzioni e rapimenti illegali, fustigazioni, restrizioni alla libertà di espressione, alla libertà dei media e alla partecipazione politica, corruzione e reclutamento di bambini come motivo della sua decisione. I talebani, tuttavia, affermano: «Esistono differenze culturali e l’Occidente dovrebbe astenersi dall’imporre all’Afghanistan i propri standard morali». A proposito delle carceri: il 90% dei prigionieri sono prigionieri politici.
I risultati pubblicati dal Dipartimento di Stato americano dipingono un ritratto agghiacciante della caduta dell’Afghanistan sotto il dominio dei talebani, con arresti arbitrari, detenzione indefinita senza accusa e rifiuto di rappresentanza legale come segni strazianti della repressione sfrenata del regime. Inoltre i talebani continuano a detenere ex agenti e funzionari di polizia nonostante la dichiarazione di amnistia.
Tutte le missioni dell’Onu in Afghanistan hanno registrato molteplici violazioni dei diritti umani. I talebani hanno esercitato pressioni sui giornalisti e ridotto la libertà di stampa, causando la cessazione di oltre 200 pubblicazioni giornalistiche. Il loro regime ha represso le proteste, sorvegliando e facendo sparire manifestanti e attivisti. Hanno reintegrato il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che in passato aveva imposto restrizioni su comportamenti considerati non conformi all’islam. Nel novembre 2022 hanno istruito i giudici a far rispettare la loro interpretazione della sharia, con conseguenti fustigazioni ed esecuzioni pubbliche nelle settimane successive. Le donne hanno subito gravi restrizioni ai loro diritti da quando i talebani hanno proibito alle ragazze di frequentare la scuola secondaria, e alle donne di studiare e insegnare nelle università, ostacolando anche l’accesso delle donne al mondo del lavoro. Nel dicembre 2022 hanno vietato alle donne di lavorare per organizzazioni non governative (Ong) sia locali che internazionali. Secondo l’Undp (il Programma Onu per lo sviluppo), la limitazione dell’occupazione femminile potrebbe ridurre il Pil dell’Afghanistan fino al 5%. Amnesty International ha denunciato un aumento significativo delle detenzioni di donne per violazioni di politiche discriminatorie, come le regole che richiedono alle donne di essere accompagnate da un uomo in pubblico e di coprire completamente il corpo. Anche i casi di matrimonio infantile sono in aumento.
Secondo l’Undp, la presa del potere da parte dei talebani ha cancellato i progressi nel tenore di vita degli afghani raggiunti nei due decenni successivi all’invasione americana. In tutti i suoi rapporti l’agenzia ha evidenziato che quasi tutta la popolazione afghana vive in condizioni di povertà. Dopo l’ascesa dei talebani l’economia ha subito una contrazione fino al 30%, con la perdita stimata di 700.000 posti di lavoro. Oltre il 90% della popolazione affronta gravi problemi di insicurezza alimentare. La crisi è stata aggravata dalla sospensione degli aiuti da parte di alcuni Paesi e organizzazioni internazionali che rappresentavano un pilastro fondamentale per l’economia e il sistema sanitario pubblico afghani.
Che il ritorno degli ex studenti coranici al potere sarebbe stato un disastro per l’Afghanistan era praticamente una certezza ma nonostante tutte le analisi che indicavano l’imminente catastrofe, sia l’amministrazione Trump che quella di Joe Biden hanno deciso, e con loro tutti gli eserciti occidentali presenti nel Paese, di abbandonare al proprio destino l’Afghanistan. I talebani avevano promesso alla popolazione che con loro a Kabul e in tutto il Paese sarebbe tornata la sicurezza, quindi niente predoni, assassini e altri crimini. Come tutte le promesse fatte, anche questa è stata disattesa perché a quasi tre anni dal ritorno nei palazzi del potere i talebani non controllano più l’Afghanistan. A dare la caccia ai leader dei talebani (spesso vengono uccisi nelle loro case) oggi c’è lo Stato islamico Provincia del Khorasan (Isis-K), oscuro gruppo jihadista responsabile dell’attentato suicida all’aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul avvenuto il 26 agosto 2021. Gli obbiettivi dell’attacco erano principalmente i civili afghani, militari Nato che lasciavano il Paese e membri talebani. A quasi tre anni dai fatti gli Usa hanno identificato il vero attentatore: si chiamava Abdul Rahman al-Logari e quel giorno ha ucciso 170 afghani e 13 militari americani. Era un agente dello Stato islamico che era stato detenuto in un carcere della coalizione in Afghanistan ma che, secondo un nuovo rapporto, era stato liberato dai talebani. Da quel momento l’Isis-K ha colpito quasi giornalmente in tutto l’Afghanistan uccidendo dirigenti talebani, agenti di polizia e membri delle forze armate. Nemmeno Al Qaeda che governa insieme ai talebani e alla rete Haqqani (un gruppo di narcotrafficanti e banditi) il «Narco Terror State» che è tornato ad essere l’Afghanistan, è stata fin qui in grado di opporsi all’Isis-K.
A proposito di droga: attenzione a non farsi ingannare dai dati che ci dicono che nel 2023 è crollata la produzione di oppio dopo il divieto imposto dai talebani perché contestualmente secondo l’Unodc (l’agenzia Onu per il controllo delle droghe), l’Afghanistan è diventato il principale produttore in crescita di metanfetamine nella regione. E chi incassa? Ovviamente i talebani. Ormai nessuno si fida più del quasi invisibile Hibatullah Akhundzada, guida suprema dei talebani, e sia russi che cinesi, che inizialmente si erano detti pronti a collaborare con il nuovo regime, non hanno dato seguito alle loro promesse. Per i cinesi che qui hanno investito miliardi di dollari nelle miniere afghane e nel sottosuolo che è ricco di «terre rare», è un disastro economico ma a fronte della corruzione ad ogni livello del governo di Kabul e agli attacchi dell’Isis-K è impossibile lavorare in Afghanistan. Mentre i russi non si fidano visto il viavai di terroristi che dall’Afghanistan arrivano in Russia e nel Caucaso. I talebani, che al loro interno sono dilaniati da rivalità e conflitti che spesso sfociano in esecuzioni sommarie, stanno inoltre facendo di tutto per inimicarsi i Paesi confinanti come l’Iran e il Pakistan con i quali sono continue le scaramucce armate. Ma se crollano i talebani a prendere il loro posto c’è l’Isis-K.
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