«La Cina vuole occupare i nostri porti col consenso di Berlino»
  • Lo storico ed economista Giulio Sapelli: «Dopo Gibuti e Atene, il Dragone punta agli scali italiani. Dobbiamo creare un asse con Stati Uniti e Russia»
  • Folgorati dal miraggio del consumismo e malati di nichilismo, abbiamo smesso di fare figli e delocalizzato la produzione. Dopo aver superato la crisi legata alla pandemia, l’Impero di mezzo rimpiazzerà la nostra civiltà con il plauso della Chiesa

Lo speciale contiene due articoli

La pandemia sta producendo delle forti conseguenze sul sistema portuale internazionale. Non soltanto dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche geopolitico. Un fattore che vede in primo piano soprattutto l’iperattivismo della Cina. Per cercare di fare maggiore chiarezza sulla situazione, La Verità ha deciso di intervistare il professor Giulio Sapelli, presidente del comitato scientifico del Centro studi BlueMonitorLab.

Professor Sapelli, qual è l’impatto della pandemia sul sistema portuale?

«Il sistema portuale è un gateway. È una tipica via, come già ci aveva insegnato Venezia, che aveva costruito tutto un insieme di paratie sociosanitarie per impedire che le merci portassero delle pandemie. Adesso non sono solo le merci che portano le pandemie, ma in una via di globalizzazione e di traffico marittimo più rapido di un tempo, i virus hanno ancor più possibilità di mantenere la carica virale. Il grande cambiamento strutturale che ha avuto il commercio marittimo dal punto di vista tecnologico ha ridotto la percentuale degli esseri umani, ma gli esseri umani ci sono sempre. Nei porti c’è una relazione che naturalmente è molto più tecnologizzata e si possono tenere le distanze, però l’elemento pandemico è sempre presente. Soprattutto quando si tratta di un virus come questo, che deriva – ora ne siamo certi – da difetti di macellazione delle carni, in Stati come quello cinese, che è l’unico Paese al mondo che continua a non avere un criterio di purezza, legato alla macellazione degli animali vivi. Il porto è quindi il punto terminale di una catena pandemica, che la tecnologia paradossalmente non sa ancora come respingere. I porti devono per questo trasformarsi rapidamente in un presidio sanitario».

Secondo il rapporto «Italian maritime economy 2020», la pandemia può offrire occasione per un rinnovamento delle catene di approvvigionamento. Che cosa ne pensa?

«In primo luogo, bisogna usare il cosiddetto “Internet delle merci”. Quindi avere la possibilità di uno screening attento sull’origine delle merci. Poi è molto importante la tracciabilità. Questa deve essere una prerogativa degli Stati, soprattutto quando si ha a che fare con Stati che hanno bassi criteri di sanificazione. Ci sono tecnologie che consentono di fare degli screening e soprattutto di usare i gas igienizzanti, come l’ozono. Non a caso, il prezzo di questi gas è cresciuto enormemente. La cosa che mi ha colpito – a differenza di quello che hanno fatto negli Stati Uniti – è che in Europa non è previsto nessun sussidio, nessun aiuto, per incentivare l’uso dei gas igienizzanti. Bisogna poi aumentare il grado di automazione del carico e scarico delle merci. Bisogna concentrarsi sul criterio del risparmio di manodopera, che vuol dire dedicare questa manodopera ad altri lavori, riqualificandola. Su questo si dovrebbe cominciare ad agire in modo coordinato: cosa che non mi pare si stia facendo. L’Organizzazione mondiale della sanità è stata totalmente assente, come se il mondo non dipendesse dal commercio internazionale via mare».

Come giudica l’interesse nutrito dalla Cina nei confronti dei porti italiani?

«La Cina vede nei porti italiani l’altra pedina nel suo gioco di dama, dopo Gibuti e dopo Atene. Abbiamo innanzitutto Gioia Tauro, mentre il prossimo colpo che i cinesi vorranno fare è sicuramente il porto di Taranto. La strategia della Cina è quella di comprare naturalmente le élite dei Paesi in cui investono oppure di eliminare per via giudiziaria coloro che si oppongono. L’Italia è la via d’accesso all’hinterland di Trieste e quindi ai Paesi dell’Est. C’è un accordo sino-tedesco per penetrare e in questo modo minacciare l’appartenenza atlantica dell’Europa».

La Cina sta manifestando sempre più interesse per la Rotta del Mare del Nord. A che cosa punta esattamente Pechino?

«Pechino punta alle stesse cose a cui puntano i russi. Già vent’anni fa, quando abbiamo visto i primi momenti di erosione della calotta polare, bisognava essere consapevoli che poteva diventare un modo per non passare più per Capo Horn o per Suez. Bisogna inoltre ricordare che noi abbiamo piantato la bandiera italiana nel Polo Nord, quindi anche noi potremmo avere un certo interesse, ma dovrebbe essere un interesse che l’Italia rende manifesto, non soltanto dal punto di vista scientifico. Tornando a Pechino, i cinesi vedono lì un asse di rafforzamento della potenza geopolitica. In questo è molto importante che gli americani mutino il loro atteggiamento con la Russia. E l’Italia dovrebbe lavorare in questo senso».

Quindi lei mi sta dicendo che, se vogliono contenere l’influenza cinese sulla Rotta del Mare del Nord, gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere a una distensione con la Russia?

«Non c’è nessun dubbio. Ma basta guardare la carta geografica. I cinesi devono fare un lungo tratto di costa siberiana. Quindi c’è poco da fare, a meno che non trasportino su treno. Ma allora non ha più senso arrivare poi – che so – a Danzica o a un porto russo. Infatti i cinesi hanno fatto l’accordo del Gruppo di Shanghai».

Negli Stati Uniti Joe Biden sta conducendo una campagna antirussa e ambientalista. Crede che una vittoria di Biden potrebbe favorire Pechino nella Rotta del Mare del Nord?

«Se volesse favorire la Cina, disvelerebbe l’inganno cinese. Perché tutto quello che la Cina dice sul rispetto dei protocolli di Parigi è falso. Perché, se si va a vedere, la maggioranza della produzione di energia elettrica in Cina viene ancora fatta col carbone. Se Biden volesse allearsi con la Cina e nello stesso tempo mantenere le promesse ambientaliste, sicuramente non gli sarebbe possibile».

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