I polacchi sfidano lo strapotere Ue che pretende competenze improprie
  • Durissimo scontro a Strasburgo dopo che la Suprema corte ha stabilito l’incompatibilità di parte dei Trattati con le leggi nazionali. Una battaglia di libertà che mette a nudo le crepe profonde delle istituzioni comunitarie
  • «Solidarnosc voleva l’Europa», dice la von der Leyen. Il premier Moraviecki: combattemmo il Terzo reich, noi mai con i dittatori

Lo speciale contiene due articoli

L’aspro confronto andato in scena ieri durante la seduta dell’Europarlamento a Strasburgo prelude molto probabilmente a un serio peggioramento dei rapporti tra l’Unione europea e la Polonia. Le posizioni espresse dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen appaiono inconciliabili. Due universi separati. Dallo scorso 7 ottobre, in seguito a una sentenza della Corte costituzionale polacca, il livello dello scontro è salito ulteriormente poiché la Corte ha stabilito l’incompatibilità di alcuni articoli dei Trattati europei con la loro Costituzione. Da allora, si sono sprecati i commenti superficiali e grossolani di tutti i «mandarini di Bruxelles» (per usare una felice espressione coniata tempo fa dal Wall Street Journal) per sottolineare l’eversione dell’ordinamento europeo derivante da quella sentenza. Da David Sassoli a Paolo Gentiloni alla stessa von der Leyen, è stato un coro unanime di condanne verso gli eversori polacchi.

La Commissione ora attiverà le sue armi. La prima è già in uso, attraverso l’imbarazzante ritardo nell’approvazione del Recovery fund da 36 miliardi (24 sussidi e 12 prestiti). La seconda è la sospensione dei pagamenti del bilancio ordinario, attivando il regolamento sulla protezione del bilancio Ue approvato a dicembre scorso e già oggetto di ricorso alla Corte di giustizia da parte di Polonia e Ungheria. La terza è l’opzione «nucleare» prevista dall’articolo 7 del Tue che prevede – per lo Stato colpevole della violazione dei valori fondamentali della Ue – la sospensione del diritto di voto.

Ma le cose stanno in modo diverso. I polacchi stanno semplicemente mettendo a nudo le profonde crepe dell’assetto istituzionale dell’Ue. Un «non Stato» che pretende di esserlo, senza essere dotato di una Costituzione – bocciata dai francesi nello storico referendum del 2005 – e con una Corte di giustizia che pretende di essere la Corte suprema Usa senza che esista uno Stato federale. Un guazzabuglio senza né capo né coda, con l’aggiunta che dal 2009 il Trattato di Lisbona è stato chiamato a esercitare le funzioni di una Costituzione europea, come surrogato di quella bocciata. Ed è proprio in quei due Trattati (sull’Unione europea e sul funzionamento della Ue, Tue e Tfue) e nell’interpretazione estensiva fornita dalla Commissione, che ne è il guardiano, e dalla Corte di giustizia con sede a Lussemburgo, che si concentrano le doglianze di Varsavia.

I polacchi si stanno semplicemente chiedendo cosa ci sta ancora a fare la loro Costituzione se la Corte di giustizia deve sindacare – giusto per stare all’ultimo casus belli – circa le procedure di nomina dei loro giudici, senza che ciò sia previsto dai Trattati. Non è questione di gerarchia tra ordinamenti, come goffamente vorrebbero farci credere le veline della propaganda di Bruxelles pedissequamente copiate su tanti giornali italiani. Si tratta di compatibilità e conflitto tra ordinamenti (Ue e nazionale) e relative Corti, con l’aggravante che dei confini, sia pur labili e fatti apposta per essere violati, sono proprio previsti dai Trattati e questi confini sono quelli il cui rispetto chiede la Polonia, opponendosi al trionfo dell’incertezza e della discrezionalità.

L’ordinamento dell’Ue e i suoi rapporti con gli ordinamenti giuridici nazionali sono retti dai principi di attribuzione, sussidiarietà e proporzionalità. I limiti alla competenza Ue sono fissati e si fermano alle materie specificamente attribuite dagli Stati all’Unione stessa, le cosiddette materie esclusive (unione doganale, politica monetaria, politica commerciale, eccetera). Poi ci sono le materie su cui c’è competenza concorrente (mercato interno, sicurezza e giustizia, protezione dei consumatori, e altre) e su di esse gli Stati membri possono legiferare solo «nella misura in cui la Ue ha deciso di cessare di esercitare la propria competenza». In quest’ultimo ruolo, la Ue deve rispettare gli altri due principi, secondo i quali la sua azione può esserci solo in caso di insufficienza dell’azione statale e apporti un effettivo valore aggiunto per il raggiungimento del risultato. In ogni caso, il rispetto del principio di proporzionalità impone che l’azione dell’Ue si limiti a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei Trattati.

Di fatto, soprattutto a partire dal 2009 il principio di attribuzione si è rivelato un elastico estensibile all’infinito. Non c’è materia dell’ordinamento nazionale su cui non siano intervenute norme sovranazionali e la sussidiarietà e stata interpretata con ampia discrezionalità dalla Commissione. Ormai assurta al ruolo di monopolista dell’iniziativa legislativa, pur essendo un organo che non gode dell’investitura dei cittadini, con l’Europarlamento relegato a un ruolo di comprimario. In questo farraginoso quadro istituzionale deve essere collocata l’iniziativa polacca. Stanno semplicemente chiedendo dove siano finiti i confini previsti dai Trattati ai quali hanno aderito e dei quali restano convinti sostenitori. Purché non vengano stravolti. Altrimenti le Costituzioni nazionali a cosa servono? Una domanda che sarebbe opportuno farsi anche a Roma.

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