La «gestione a distanza» degli aiuti umanitari a persone bisognose, che altrimenti non sarebbero state raggiungibili in zone di difficile accesso, «presenta debolezze nella sua progettazione e attuazione». Lo segnala la Corte dei conti europea, che ieri ha presentato la relazione riferita al quinquennio 2019 -2023 in cui valuta come la Commissione ha saputo selezionare partner umanitari in grado di fornire aiuti con questo approccio operativo, e se ha assicurato un monitoraggio oltre a una rendicontazione adeguati in merito alle azioni finanziate. Nel periodo sottoposto ad audit, la Commissione ha approvato 164 azioni umanitarie in regime di gestione a distanza parziale o totale in dieci Paesi per 918 milioni di euro, pari a circa l’8% della spesa umanitaria totale dell’Ue nel quinquennio. Gli aiuti non vengono forniti direttamente dalla Commissione, ma vengono erogati attraverso più di 200 partner che comprendono 172 organizzazioni non governative (Ong), 30 organizzazioni internazionali e 14 agenzie specializzate degli Stati membri che operano in regime di gestione diretta o indiretta.
La Corte ritiene che, negli orientamenti per valutare l’efficienza delle azioni che forniscono assistenza in denaro, questa procedura operativa sia «poco chiara e obsoleta» e sottolinea che nel registro dei rischi della Commissione «la gestione a distanza non è citata neanche una volta». Inoltre, Bruxelles non esercita il dovuto controllo sulla valutazione e selezione delle proposte, sul monitoraggio delle azioni finanziate, sulla lotta contro le frodi.
Basti pensare che negli allegati alla relazione, la Corte dei conti scrive che di circa il 90% delle 164 azioni umanitarie che erano in gestione a distanza parziale «la Commissione ignora la quota effettiva di tali finanziamenti». Alla faccia della trasparenza.
Secondo il revisore esterno indipendente dell’Ue, per la Commissione questo può «limitare la capacità di prevenire, individuare e rispondere a tali rischi in modo adeguato» e «ne consegue un rischio reputazionale in caso di frode e dirottamento degli aiuti».
Altra irregolarità riscontrata è che i partner certificati, con sede obbligatoria nell’Unione europea, scelgono spesso di effettuare aiuti attraverso partner esecutivi che hanno sede fuori Ue (ma sarebbero obbligati a rispettare le stesse regole), e non ne comunicano i nominativi alla Commissione. Purtroppo il «ricorso ai partner esecutivi è diffuso», evidenzia la Corte.
Ci sono poi problematiche di comunicazione con i partner che hanno davvero dell’incredibile. Il questionario per la gestione a distanza non fa parte del «modulo unico», il documento chiave per ciascuna azione umanitaria attraverso il quale la Commissione interagisce con i propri partner certificati, ma è un allegato a sé stante. «Mal impostato», lo definisce la Corte dei conti, e che non pone domande chiave sui rischi, su quali azioni verranno svolte a distanza, oltre che difficile da recuperare nei sistemi informatici.
Pertanto, «le relazioni annuali di attività della Commissione e le relazioni annuali al Parlamento europeo e al Consiglio sulle operazioni di aiuto umanitario dell’Ue non riferiscono in merito ai Paesi, alle azioni, alle attività, ai finanziamenti e ai risultati per i quali è stata utilizzata la gestione a distanza», conclude la relazione Tony Murphy, presidente della Corte dei conti.
Entro quest’anno, la Commissione deve rafforzare il processo di certificazione delle Ong partner, attualmente «ridotto quanto a valore aggiunto e garanzie». Così pure «verificare l’esattezza delle informazioni riportate dai partner» e «rendere più trasparente» la rendicontazione. Entro il 2026, deve «integrare meglio i rischi connessi all’approccio alla gestione a distanza e aggiornare la propria strategia di controllo».
«L’Ue dispone di un quadro utile a erogare aiuti salvavita in zone di difficile accesso. Tutti noi vogliamo che tale meccanismo funzioni al meglio ed è per questo che ne chiediamo una messa a punto», ha dichiarato Bettina Jakobsen, responsabile dell’audit. Lo chiedono anche i contribuenti europei
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