- Migliaia di palestinesi stanno per riparare in Egitto, da dove potrebbero partire per l’Europa. I servizi italiani lanciano l’allarme: jihadisti tra i migranti. Intanto la Apostolico torna a decidere se liberare altri clandestini.
- Tel Aviv spinge per la missione di terra. Il presidente non obietta e spedisce aiuti, però Washington chiede «azioni proporzionate» Un’incursione a Beirut coinvolgerebbe l’Italia, che ha soldati sul campo. Scintille a Damasco toccherebbero gli interessi russi e turchi.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre il conflitto tra Israele e la regione palestinese diventa sempre più rovente, la porta per l’Egitto, il valico di Rafah, a Gaza, verrà aperta oggi per i palestinesi che hanno già un permesso d’ingresso nel Paese, mentre in migliaia già aspettano a ridosso del confine. Molti si riverseranno nel Paese africano e da lì di potrebbero provare a raggiungere l’Europa. Un riverbero sui flussi del mediterraneo non è da escludere.
«Per quanto riguarda Israele, permangono all’attenzione le dinamiche relative alla questione palestinese, tema dal quale originano significative tensioni che si riverberano in tutta l’area. L’eventuale adozione di iniziative a danno dei palestinesi può avere ricadute negative sulla stabilità e sicurezza di tutta la regione», relazionava il Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) al Parlamento solo qualche mese fa. Mentre in un altro capitolo si occupava dei pericoli derivanti dai flussi migratori: «In generale, in relazione alla complessità del fenomeno migratorio irregolare e all’obiettivo preminente della sicurezza nazionale, l’attenzione dell’intelligence si è soffermata sull’analisi delle principali rotte e direttrici dell’immigrazione irregolare, sull’attivismo di trafficanti e facilitatori che, individualmente o in forma associativa, alimentano i trasferimenti irregolari verso l’Italia e l’Europa».
Nella relazione veniva sottolineato che «analoga attenzione» era stata «rivolta a eventuali infiltrazioni di estremisti nei flussi migratori». Un pericolo concreto. Che ogni giorno si alimenta all’interno dell’impressionante numero di ingressi dai Paesi africani a prevalenza religiosa islamica, tra i quali, come evidenziava l’intelligence italiana, non è da escludere che possano infiltrarsi dei radicalizzati. La strategia jihadista, per esempio, ha da tempo esteso la propria area operativa verso le regioni transfrontaliere del Burkina Faso, utilizzate come piattaforma per proiettare la minaccia verso i Paesi del Golfo di Guinea. E proprio la Guinea è la prima popolazione d’ingresso in Italia.
Stando agli ultimi dati del Viminale sono 16.951 i guineani approdati in Italia dall’1 gennaio al 10 ottobre 2023. Al secondo posto c’è la Costa d’Avorio (Paese con il 40,2% di fede islamica), con 15.432 ingressi. A seguire due Paesi dell’area nordafricana: la Tunisia (14.681 ingressi), dalla quale di jihadisti in passato ne sono già partiti parecchi, e l’Egitto (8.744), dal quale è partito Saif Al Adel, considerato il capo attuale di Al Qaeda e successore di Ayman Al Zawahiri.
L’altro Paese africano monitorato è il Burkina Faso, che conta 7.846 ingressi in Italia e che, stando alle dinamiche ricostruite dall’intelligence, vive una situazione esplosiva: «La regione saheliana, soprattutto l’area triconfinaria tra Mali, Burkina Faso e Niger continua a essere caratterizzata dal marcato attivismo del cartello qaidista Jama’a Nusra al Islam wal Muslimini-Jnim». Minacce potrebbero provenire anche dall’area più orientale: il Pakistan per esempio. I pakistani sbarcati in Italia sono già 6.352. E lì stanno provando a farsi spazio gli estremisti dell’Islamic state khorasan province: nel Paese sono stati messi a segno «attentati», sottolineano gli 007, «a elevato impatto mediatico». La situazione in Siria, invece, è ben nota (lì ci sono ancora dei foreign fighter partiti dall’Italia). E di siriani in Italia ne sono arrivati 5.709. Mentre il Mali (5.201 ingressi), quanto a infiltrazioni terroristiche, vive la stessa situazione del Burkina Faso. E di casi di terroristi arrivati con i barconi, per quanto la vulgata progressista abbia tentato di negarlo, la cronaca è già piena.
E alcuni casi sono emblematici: il tunisino Brahim Aouissaoui, autore dell’attentato del 2020 a Nizza con tre morti e un ferito grave, era sbarcato un mese prima Lampedusa; Anis Amri, pure lui sbarcato a Lampedusa, fu freddato dalla polizia alla periferia di Sesto San Giovanni nel 2016 dopo aver investito e ucciso con un tir 12 persone a Berlino tra le quali c’era un’italiana; Alagie Touray, gambiano sbarcato a Messina, fu fermato all’uscita della moschea di Licola, in provincia di Napoli, dopo aver giurato fedeltà all’Isis in un video postato su Telegram; l’iracheno Hussien Abss Hamyar fu arrestato nel 2017 dalla Digos di Crotone con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale mentre era in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato; Mohsin Omar Ibrahim, arrivato pure lui con un barcone, è stato arrestato nel 2018 a Bari mentre progettava di far saltare in aria alcune chiese durante il periodo natalizio; Zaheer Hassan Mahmoud, il pakistano che nel 2020 ha ferito quattro persone fuori dell’edificio della vecchia sede di Charlie Hebdo era passato per l’Italia prima di raggiungere la Francia come rifugiato. E l’elenco è ancora lungo.
L’unica precauzione è evitare le sottovalutazioni. Il Decreto Cutro ha fornito nuovi strumenti che, però, la magistratura sta bypassando. Dopo i dieci provvedimenti disposti dai questori annullati dalla sezione civile del tribunale di Catania, il giudice Iolanda Apostolico, finita al centro di infuocate polemiche perché beccata a manifestare nel 2018 contro Matteo Salvini (all’epoca ministro dell’Interno) e a inveire contro la polizia di Stato, ieri è tornata in camera di consiglio per decidere su ulteriori richieste di trattenimento in un Cpr per quattro tunisini avanzate dal questore di Agrigento.
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