Bibi svela il fiasco di Biden in Medio Oriente
Joe Biden e Benjamin Netanyahu (Ansa)
  • Il premier israeliano ha scelto di non intraprendere un percorso di riavvicinamento con l’Arabia Saudita prima delle elezioni Usa. Uno schiaffo per Sleepy Joe, la cui politica filoiraniana ha sempre irritato Tel Aviv. Che ora serve la vendetta (aspettando Trump).
  • Intanto l’Onu licenzia nove dipendenti «forse coinvolti negli attacchi del 7 ottobre».

Lo speciale contiene due articoli.

È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.

Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.

Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.



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