- Putin: 72 ore di cessate il fuoco dall’8 maggio per ricordare la vittoria sul nazifascismo. Bruxelles apprezza il pressing Usa sullo zar. Kiev «più calma» apre sulla Crimea.
- I soldati inglesi temono un Iraq 2.0. Ma Londra: «Non chiederemo deroghe dalla Cedu».
Lo speciale contiene due articoli.
I più maliziosi ci vedranno un modo per tenersi buono Donald Trump, sempre più stizzito dal protrarsi dei negoziati e dall’assenza di risultati concreti; per altri, sarà soltanto una scusa per riposizionare uomini e mezzi militari in vista di ulteriori offensive. La verità è che, al netto degli equilibri diplomatici e dei giochi tra le parti, la tregua di 72 ore annunciata ieri da Mosca, la seconda in poco tempo dopo quella di Pasqua, è un segnale positivo, se si considera che negli anni addietro non si è visto nulla del genere.
«Per ordine del Comandante supremo delle Forze armate della Federazione russa, Vladimir Putin», si legge nel comunicato rilasciato sul canale Telegram del Cremlino, «la parte russa, mossa da considerazioni umanitarie, annuncia un cessate il fuoco in occasione delle celebrazioni dell’80° anniversario della Vittoria nella Grande guerra patriottica». La tregua durerà dalla mezzanotte dell’8 maggio (ora di Mosca) a quella dell’11 maggio, tempo in cui «tutte le operazioni militari saranno sospese». «La Russia», continua, «ritiene che la parte ucraina dovrebbe seguire questo esempio». Poi aggiunge: «In caso di violazioni del cessate il fuoco da parte ucraina, le Forze armate della Federazione russa risponderanno in modo proporzionato ed efficace. La parte russa ribadisce la propria disponibilità a intraprendere negoziati di pace senza precondizioni, con l’obiettivo di eliminare le cause alla radice della crisi ucraina e stabilire un’interazione costruttiva con i partner internazionali».
«Se la Russia vuole veramente la pace, deve cessare il fuoco immediatamente», ha risposto il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, sul suo profilo X: «Perché aspettare l’8 maggio? Se il cessate il fuoco può iniziare subito e durare almeno 30 giorni, allora sarà reale, non soltanto per una parata». Poi la replica della Casa Bianca: «Il presidente Trump vuole una tregua permanente», ha detto la portavoce Karoline Leavitt. Che ha anche spiegato ai giornalisti che il presidente Usa si sente sempre più frustrato nei confronti di Putin e Volodymyr Zelensky, i quali devono sedersi a un tavolo e porre fine la conflitto. Keir Starmer, in linea con Kiev e Washington, ha dichiarato che la tregua deve essere duratura.
Non è un esercizio difficile, in questo momento, comprendere le ragioni degli attori in gioco. Kiev, soggetta a continui attacchi (spesso anche su obiettivi civili), ha urgenza di fermare i combattimenti in maniera stabile ma mantenendo ferma la posizione negoziale, che rimane evidentemente alta per ottenere almeno qualcosa. Mosca, invece, non vuole deporre le armi prima che le venga riconosciuto quanto ottenuto sul campo e prima che vengano estirpate alla radice le cause del conflitto – cioè, dal loro punto di vista (piaccia oppure no), l’espansione a Est della Nato oltre quelle che da oltre 20 anni hanno indicato come le loro linee rosse: l’Ucraina e la Georgia. Né accetta che sia il nemico, perdente, a dettare i tempi e i modi dei negoziati. L’amministrazione Usa, infine, ha ereditato una situazione piuttosto complessa, ma avverte la necessità di chiudere la partita per concentrarsi sul vero nemico strategico, la Cina. Se da un lato, per raggiungere l’obiettivo, è pronta a fare delle concessioni a Putin, dall’altro né può perdere del tutto la faccia, mostrandosi debole, né può lasciare tutto in mano agli europei, che paiono aver smarrito la bussola della prudenza.
Sono infatti gli europei, tanto i leader dei singoli Stati quanto i vertici delle istituzioni comunitarie, a essersi condannati all’irrilevanza, limitandosi – i secondi – a una telecronaca di parte dei negoziati e cercando – i primi – di tirare Trump per la giacchetta. «La Russia non è interessata alla pace, al contrario, il suo obiettivo rimane quello di sopprimere l’Ucraina e cerca disperatamente qualsiasi aiuto possibile per continuare la sua aggressione illegale», ha affermato ieri Anita Hipper, portavoce della Commissione europea. Nel frattempo, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, avevano un colloquio telefonico durante il quale, secondo la versione di Mosca, sottolineavano «l’importanza di consolidare i presupposti che stanno emergendo per avviare negoziati» sull’Ucraina, «con l’obiettivo di concordare su un percorso affidabile verso una pace sostenibile a lungo termine». Volodymyr Zelensky è «più calmo» e «vuole un accordo», aveva detto poche ore prima Trump, intervistato durante uno scalo in un aeroporto del New Jersey: «Penso che capisca la situazione». «Voglio che smetta di sparare, si sieda e firmi un accordo», ha affermato invece su Putin, ribadendo anche che la Crimea non rientra tra le trattative dei colloqui di pace, visto che è stata ceduta da Barack Obama e Joe Biden senza sparare un colpo. «Penso di sì», ha infatti risposto a chi gli chiedeva se Zelensky fosse disposto a cederla.
In un’intervista al quotidiano brasiliano O Globo, ieri Lavrov ha anche sostenuto che è Zelensky a dover annullare il divieto legislativo di trattare con Putin (dopo essersi tirato fuori dal processo negoziale nell’aprile 2022) e ha ribadito che rimane imperativo, per Mosca, il riconoscimento della Crimea e delle regioni occupate. Il presidente ucraino, invece, ha smentito l’annuncio secondo cui la Russia avrebbe riconquistato l’intero Kursk.
Per il Wall Street Journal, infine, il Cremlino sta ampliando basi e infrastrutture militari al confine con la Finlandia. I soldati, ora in prima linea in Ucraina, «sono destinati a costituire la spina dorsale di un esercito russo che si sta preparando ad affrontare la Nato», scrive il quotidiano. Come con altre guerre del passato, tutti hanno l’idea di difendersi.
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