Ora Juncker fa finta di ravvedersi: «L’austerità è stata avventata»
Ansa
  • Mezza retromarcia del presidente della Commissione Ue: «Siamo stati poco solidali con Atene. Abbiamo dato troppa importanza all’Fmi». Il mea culpa sa di strategia per il voto di maggio.
  • Export e Pil tedesco pietra tombale per l’economia Ue. A Berlino crescita più bassa da cinque anni. Intanto la Francia rallenta, mentre in Grecia resta il nodo della disoccupazione.

Lo speciale comprende due articoli.

Un breve sprazzo di lucidità, una pausa della celebre «sciatica», o una furba messinscena per simulare un’autocritica e salvare il salvabile da qui alle elezioni europee del 26 maggio?

Dubbi legittimi: sta di fatto che il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha pronunciato ieri parole attese da anni. E lo ha fatto trasformando quello che doveva essere un momento letteralmente eurolirico (una sessione parlamentare a Strasburgo per celebrare i 20 anni dell’euro) in un mea culpa.

«Non siamo stati abbastanza solidali con la Grecia durante la crisi», ha detto il lussemburghese. Che poi ha aggiunto, facendo esplicito riferimento alle accuse rivolte a suo tempo ad Atene: «Abbiamo insultato i greci».

Più avanti Juncker ha continuato a cospargersi il capo di cenere, allargando la prospettiva: nel periodo della crisi, «c’è stata un’austerità avventata, ma non perché volessimo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato: le riforme strutturali restano essenziali». «Mi addoloro di aver dato troppa importanza all’influenza del Fondo monetario internazionale. All’inizio della crisi, molti di noi pensavano che l’Europa avrebbe potuto resistere all’influenza del Fmi. Se la California è in difficoltà, gli Usa non si rivolgono al Fondo monetario internazionale e noi avremmo dovuto fare altrettanto». Non c’è dubbio: la notizia c’è tutta. Stando alla pura e semplice lettura dei virgolettati, si tratta di una clamorosa uscita da una sorta di improprio «negazionismo» in voga a Bruxelles per anni: la tesi secondo cui non c’era nessun problema, anzi ci voleva più Europa, più integrazione, più potere alla Commissione.

Davanti a queste frasi, però, gli osservatori più attenti mantengono un dubbio di fondo, e formulano tre possibili spiegazioni.

Il dubbio di fondo nasce dal fatto che, al di là del rammarico più o meno retorico, Juncker non ha sconfessato le operazioni (queste sì, antidemocratiche) che hanno portato nel 2011 alla defenestrazione di due governi legittimi, sostituiti da due giunte tecnocratiche gradite a Bruxelles: quella guidata da Mario Monti in Italia (Luigi Di Maio ha reagito parlando di «lacrime di coccodrillo» che «non mi commuovono»), e quella capitanata dall’ex vicepresidente della Banca centrale europea Lucas Papademos in Grecia.

Veniamo alle spiegazioni della virata tattica del lussemburghese. La prima ipotesi è che Juncker si sia effettivamente reso conto di quanto la recessione stia bussando alla porta dell’intera Eurozona. Inutile girarci intorno: tra Germania, Francia, Italia, qualcuno è già in recessione tecnica (due trimestri consecutivi negativi) e qualcun altro ci sarà presto. Le tensioni commerciali tra Pechino e Washington (con un’incertezza che si trascinerà almeno fino a marzo) daranno un altro contributo non positivo. E la stessa fine del Qe, con la Bce che si è riservata di valutare eventuali altri interventi, lascia un ulteriore spazio di sospensione e incertezza. Dunque Juncker compie un primo passo per correggere, se non le politiche, quanto meno la «narrazione» di Bruxelles.

La seconda spiegazione, complementare rispetto alla prima, è che il lussemburghese abbia «aperto la campagna elettorale» della maggioranza (Ppe-Pse) uscente a Bruxelles. Juncker capisce che l’avanzata sovranista può essere forte, che la tenuta dell’asse tradizionale è per lo meno incerta, e in qualche misura cerca di contendere il terreno agli euroscettici. Un drastico cambio del «racconto», come a dire: «Anche noi vogliamo cambiare in Europa, non solo i sovranisti e gli eurocritici».

La terza spiegazione è il timore che qualcuno (La Verità lo suggerisce da almeno un semestre) si dedichi a un confronto tra le scelte dell’Ue e quelle dell’amministrazione Trump negli Usa. Donald Trump, da grande eterodosso, ha rotto tutti gli schemi, mettendo in campo una terapia-choc metà liberista (1.500 miliardi di dollari di tasse in meno), metà keynesiana (1.500 miliardi di investimenti in più), con contorno di una massiccia deregolamentazione pro imprese.

Risultato? Crescita in Usa oltre il 3%, consumi ai massimi, disoccupazione ai minimi da 50 anni (dal 1969!), salari in ascesa perfino per i lavoratori meno qualificati, e i diversi settori che si contendono le persone per assumerle, non di rado non trovandone a sufficienza.

In Europa, invece, nulla di tutto questo. Né megatagli di tasse né megapiani di investimenti. Nessuna scossa anticrisi, nessuna frustata pro crescita. Solo la manutenzione degli zero virgola e dei parametri di Bruxelles: addirittura con negoziati spossanti con i singoli Paesi (si pensi alla via crucis imposta all’Italia tra settembre e dicembre) e con una propensione a scoraggiare – anziché incentivare – politiche espansive. Non solo l’Ue non è stata in grado di concepire una strategia: ma ha perfino messo i bastoni fra le ruote a chi – bene o male – cercava di elaborarla.

E allora il cerchio si chiude. Anche ammesso che il lussemburghese ieri sia stato sincero, perché mai dovrebbero essere credibili per il futuro i medici che, per un lungo passato, non hanno saputo né riconoscere né curare la malattia?


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