Claudia Segre
Educazione Finanziaria di Claudia Segre
Giovanna Boggio Robutti
Educazione Finanziaria con Giovanna Boggio Robutti
L’espressione «convitato di pietra» designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta.
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
il 15 giugno 1936 fu immessa sul mercato la Fiat «500 A», primo capolavoro di Dante Giacosa per il Lingotto. Fu prodotta dal 1936 al 1955 in oltre 500.000 esemplari.
Nel giugno del 1936 l’Italia del ventennio raggiunse il suo climax. Il consenso per il regime aveva raggiunto la massima espressione, l’Impero d’Africa era una realtà. La conquista dell’Etiopia aveva significato l’introduzione delle sanzioni votate dalla Società delle Nazioni, a cui il governo aveva risposto con l’autarchia economica, della quale la Fiat fu uno dei protagonisti principali.
Già prima dell’avventura in Africa Orientale, nel 1931, Mussolini aveva chiesto al senatore Giovanni Agnelli la realizzazione di una piccola vettura utilitaria, da immettere sul mercato al prezzo massimo di 5.000 lire. L’impresa, alquanto difficile, fu presa inizialmente in carico e affidata all’ingegnere Oreste Lardone, che concepì una rivoluzionaria vettura con trazione anteriore e motore bicilindrico raffreddato ad aria, dalle linee somiglianti, in piccolo, alla coeva «Balilla». Ma il forte pregiudizio del patron di Fiat sul tutto avanti e un piccolo incidente che lo coinvolse durante un collaudo fecero accantonare definitivamente il primo progetto. Solo nel 1934 la Fiat riprese i lavori per l’utilitaria quando il responsabile dell’ufficio progetti del Lingotto Antonio Fessia affidò ad un giovane e promettente Dante Giacosa lo studio della nuova vetturetta. L’ingegnere piemontese entrò così per la prima volta nella storia dell’automobilismo italiano realizzando quello che sarà il progetto definitivo della Fiat «500», poi ribattezzata «Topolino» in onore del celebre personaggio Disney. Molto differente nelle linee dal primo prototipo, l’utilitaria di Giacosa presentava una linea aerodinamica come quella della coeva «Fiat 1500» e della «Nuova Balilla». Aveva un telaio a scocca portante, la trazione posteriore e un motore anteriore a sbalzo. Giacosa applicò alcune soluzioni che permisero di ridurre i componenti e quindi i costi di produzione: sistemò il radiatore dietro al motore in posizione più elevata in modo da farlo funzionare per gravità come nei termosifoni, risparmiando così la pompa dell’acqua. Lo stesso fece per l’alimentazione sfruttando la gravità ed eliminando la pompa della benzina.
Il propulsore era un più tradizionale 4 cilindri da 569cc e cambio a 4 velocità erogante 13 cavalli. Dato il peso ridotto a soli 535 kg, la «500 A» arrivava a toccare gli 85 Km/h, una velocità più che soddisfacente per l’epoca, in un’Italia in cui le grandi arterie stradali erano ancora poco sviluppate.
Il 13 giugno la «Topolino» venne testata da Mussolini in persona, per poi essere immessa sul mercato dal 15 giugno. Il prezzo di listino fu più alto di quello richiesto dal governo: 8,900 lire, cioè 3,900 lire in più di quanto previsto. Lungi dal diventare un fenomeno di massa, la piccola Fiat fu comunque un successo in termini di numeri, con oltre 20.000 unità prodotte all’anno. All’estero fu anche prodotta in Francia dalla Simca, da sempre legata a Fiat, con il nome di «Simca 5». Accanto alla berlina, di ottima qualità nelle finiture, fu introdotto anche un piccolo furgone su base «Topolino». La prima serie della «500» vide anche l’impiego in guerra sia con il Regio Esercito, sia in alcuni casi anche con la Wehrmacht. Il conflitto paralizzò la produzione, che riprese solo nel 1946 con lo stesso modello di 10 anni prima. Solo due anni più tardi uscì la «500 B», sostanzialmente la stessa vettura anteguerra ma migliorata nelle sospensioni e nel propulsore, portato a 16,5 cavalli per 95 km/h di velocità massima. Nuovi erano il cruscotto e la possibilità di avere su richiesta il riscaldamento dell’abitacolo. Negli stessi anni nacque la «Giardiniera», versione familiare ispirata alle «woodies» americane con pannelli in frassino e vernice metallizzata. A Ginevra nel 1949 fu presentata l’ultima «Topolino», la «500 C» dal frontale totalmente ridisegnato e senza la ruota di scorta esterna, retaggio dello stile prebellico. La «Giardiniera» viene rimpiazzata dalla «Belvedere» con scocca interamente metallica e indicatori di direzione lampeggianti e non più a bacchetta. La nuova familiare poteva portare 4 persone più bagagli e fu un ottimo successo commerciale prima che la Fiat presentasse in sequenza quelle che saranno le utilitarie che segnarono la storia della motorizzazione di massa italiana, la «600» (1955) e la «Nuova 500» nel 1957.
«Con il nucleare le bollette degli italiani scenderanno del 20%. È questo il vero “green”». Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, esponente di Forza Italia, rivela a La Verità i vantaggi concreti che può produrre il nucleare, non solo per le tasche degli italiani, ma anche per l’indipendenza del Paese: «Chi si oppone al nucleare vuole un’Italia sottomessa agli altri Stati». E conferma: entro fine anno i decreti attuativi della nuova «era energetica». Mentre si incrociano le dita per la riapertura di Hormuz.
Il 3 luglio scadono gli sconti sulle accise. Possiamo sperare in altri aiuti alla pompa di benzina?
«Dovremmo piuttosto sperare che si firmi al più presto l’armistizio sull’Iran e che si riapra lo Stretto. Solo con gli ultimi annunci delle parti il prezzo del gas è sceso del 10%. Questa è la vera speranza prima del 3 luglio, quando scadranno gli sconti sulle accise».
Quindi non c’è più margine nel bilancio per venire incontro agli automobilisti?
«Gli spazi sono quelli che sono, non si può reggere in eterno un meccanismo che si scarica sulla fiscalità».
Ma potranno esserci degli aiuti settoriali?
«Sì, anziché uno sconto generalizzato, si potrà intervenire su settori specifici. Penso al settore dell’agricoltura o dei trasporti, che è la base del nostro sistema produttivo, e che potrebbe ricevere un’attenzione particolare».
Cioè?
«Abbiamo un territorio in gran parte collinare e montuoso e la distribuzione delle materie prime e dei prodotti finiti grava in misura importante sul trasporto su gomma. Aiutare il trasporto significa anche, indirettamente, alleggerire i costi del carrello della spesa».
Davvero spera di chiudere l’iter parlamentare sul nucleare di nuova generazione entro l’estate e poi licenziare i decreti attuativi entro fine anno?
«Non è una speranza, ma un impegno del governo e mio personale. Fornire il quadro giuridico completo, così da creare le condizioni di certezza necessarie per avviare un percorso che riguarda il sistema della conoscenza, della formazione e, naturalmente, il sistema industriale».
L’Italia ha le giuste professionalità per un’impresa del genere?
«Vale la pena ricordare che, nonostante i quasi quarant’anni di lontananza dalla produzione, l’Italia è ancora il secondo Paese europeo per manifattura nel settore nucleare. Abbiamo professionalità e imprese impegnate in tutto il mondo: persino l’ultima grande centrale costruita in Europa è opera di un’azienda italiana, Enel».
Nel frattempo, stiamo già usando l’energia nucleare: quella che acquistiamo dalla Francia.
«È corretto. Opporsi al nucleare significa continuare a dipendere da altri Stati. La forza di un Paese è data dalla sua sicurezza - un po’ come la forza di una famiglia - e l’energia è l’elemento fondamentale nella società moderna per garantirla».
E oggi non siamo in sicurezza?
«No, perché siamo ancora un Paese che dipende dall’estero: per le importazioni, per la molecola gas - che rappresenta ancora il 40% della nostra produzione elettrica - e, in generale, rispetto al fabbisogno energetico complessivo del Paese, l’80% proviene dall’estero».
In Italia c’è chi fa gli interessi di potenze straniere?
«In ogni settore c’è chi trae vantaggio anche dalle situazioni negative. La valutazione del governo deve guardare al futuro nell’interesse collettivo. Esistono certamente interessi geopolitici in gioco - filoni filo-francesi, filo-cinesi - fa parte del mercato degli interessi. Non c’è da stupirsi, e ci sono anche i «tifosi», coloro che prediligono la tecnologia di un Paese rispetto a quella di un altro».
È pronto ad affrontare il referendum sul ritorno del nucleare?
«Credo che nel 2028-29 ci sarà un referendum, ed è giusto che sia così: siamo una democrazia, qualcuno raccoglierà le firme e ci sarà un’espressione popolare. Ma la sfida che abbiamo davanti tutti - tutti quelli che vogliono guardare avanti e credono in un mix energetico che funzioni davvero - è garantire la massima trasparenza e la massima informazione. Solo con un’informazione di qualità si possono creare le condizioni per una sicurezza altrettanto elevata».
Immaginiamo che parta davvero il nucleare, entro il 2040. Quanto risparmieranno gli italiani in bolletta con l’entrata in esercizio degli impianti?
«È difficile da quantificare con precisione, ma a grandi linee: il nucleare fornisce energia continua e stabile e questa continuità garantisce quella sicurezza al sistema che si riflette automaticamente sui prezzi. Guardando alle esperienze internazionali, un risparmio del 15-20% non sarebbe irrealistico».
Ma dove verranno realizzati i siti di stoccaggio delle scorie?
«Uno dei decreti attuativi riguarderà le modalità di stoccaggio provvisorio, sia delle scorie che dei rifiuti radioattivi. Come governo siamo disponibili a valutare le condizioni proposte e riapriremo anche alle autocandidature».
Quindi?
«Anzitutto è fondamentale spiegare che cosa sono concretamente le scorie: si tratta di blocchi vetrificati, venti o trenta unità, che occupano circa 150 metri quadri. Tutte le scorie ad alta intensità di tutta la produzione nazionale stanno in quello spazio».
E i rifiuti radioattivi?
«I rifiuti, rispetto alle centrali del passato, sono essenzialmente acciaio, ferro e mattoni. Ma comprendono anche la produzione quotidiana di materiale radioattivo di origine civile: principalmente sanitaria, perché in ogni ospedale si generano rifiuti con radioattività - liquidi scintigrafici, guanti, siringhe, materiale vario: in questo momento, i siti di stoccaggio in Italia sono circa cento, distribuiti in tutto il territorio, perché se ne produce giornalmente - non attraverso le centrali, ma comunque se ne produce».
In ogni caso deve misurarsi con una buona parte del Paese convinta che le nuove centrali «smart» non siano ben collaudate né sicure. Catastrofisti?
«È facile dire che una cosa fa male quando non la si conosce. Ci vuole informazione, ci vuole conoscenza. Uno dei doveri fondamentali da parte mia, come governo, è fornire tutti gli elementi possibili affinché ci sia vera consapevolezza».
Di cosa dobbiamo essere consapevoli?
«Del fatto che il nucleare è green: non ha emissioni e rappresenta quindi un contributo concreto alla decarbonizzazione».
Il premier Meloni ha annunciato che l’Italia vanta un record di rinnovabili, superando i 22 gigawatt di nuove installazioni.
«E il trend resta positivo. Detto questo, è bene ricordarsi che non si può marciare solo con le rinnovabili: tutti gli analisti concordano che costerebbe molto, molto di più. La Spagna ce lo sta insegnando. E poi, considerando l’orografia del Paese, non possiamo ricoprire il territorio di pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Sarebbe un disastro paesaggistico».
Quindi il nucleare sarebbe green anche perché meno impattante?
«Faccio sempre questo esempio: un piccolo reattore da 300 megawatt occupa, con tutti gli spazi circostanti - compreso il fossato con i pesci rossi - tre o quattro campi da calcio. Per ottenere la stessa produzione con il fotovoltaico - che funziona quando c’è il sole, quindi circa 1.200-1.300 ore l’anno, contro le 8.000 ore del nucleare - servirebbero circa 3.000 campi da calcio».
Perché ha detto che comprare il gas russo, citando la Corazzata Potemkin di Fantozzi, sarebbe «una c… pazzesca?».
«Ho detto una cosa sensata. Da qualsiasi parte entri il gas in Europa, il prezzo è quello della Borsa olandese. Non cambia nulla dal punto di vista del mercato. Cambia, semmai, per il singolo operatore: se vado a comprarlo in Tanzania nel Qatar o in Mozambico a 2 euro al megawatt e lo rivendo a 45, guadagno di più di chi lo compra a 12 euro negli Stati Uniti».
Chiudiamo con la politica delle alleanze. In parlamento Meloni ha lanciato una stoccata contro la destra di Roberto Vannacci. In vista delle politiche, dovrete imbarcarlo in qualche modo oppure no?
«Le alleanze politiche tra partiti si fanno su programmi e posizioni condivise. Deve esserci una condivisione sui principi di fondo e poi sul programma operativo. Al momento mi sembra che siamo ancora lontani da questa valutazione».
Siete su mondi diversi?
«Al momento sì, ma manca ancora un anno. Non escludo nulla: quando si costruisce un programma di governo bisogna essere concreti, e le posizioni che si leggono sui manifesti tendono ad ammorbidirsi».
Nel libro di Nicoletta F. Prandi, l’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia da regolare. Dai giocattoli ai robot domestici, l’Ia entra nella vita quotidiana come assistente. Ma può diventare anche uno strumento di sorveglianza, persuasione e guerra cognitiva.
Un militare corre sulla portaerei Charles de Gaulle e registra il percorso su Strava. Si tratta di un dispositivo per il fitness, nato per misurare passi e battito, ma che allo stesso tempo rivela la posizione di una nave da guerra.
Il governo cinese avverte che smartwatch, auricolari e altri oggetti indossabili possono diventare una minaccia per la sicurezza nazionale. E nel frattempo la Cia annuncia il primo rapporto d’intelligence scritto autonomamente dall’intelligenza artificiale. Le Nazioni Unite discutono di Ia militare. Il cielo, intanto, si popola di satelliti, sensori, data center in orbita.
È da qui che bisogna partire per leggere e raccontare Fuori controllo, l'ultimo libro di Nicoletta F. Prandi. Non dobbiamo iniziare da una generica paura delle macchine, ma da un fatto più concreto: la tecnologia che compriamo per comodità, salute, gioco o compagnia può trasformarsi in una infrastruttura di sorveglianza.
Il libro attraversa molti territori. Dalla dipendenza digitale ai chatbot, dalla manipolazione emotiva alla regolazione fino alla democrazia. Ma il suo centro più forte è nei capitoli 2 e 3, dove l’autrice sposta il discorso dall’uso individuale dell’intelligenza artificiale al suo impiego strategico. Qui l’Ia non è più soltanto un assistente che scrive testi, risponde alle domande o consola utenti soli e problematici. Diventa un’arma cognitiva. Uno strumento capace di osservare, profilare, persuadere, reclutare.
Il capitolo “Dal polonio al veleno digitale” dice già molto. Lo spionaggio del Novecento era fatto di intercettazioni, pedinamenti, agenti doppi, microfilm, veleni. Quello contemporaneo lavora su un materiale più sfuggente: attenzione, emozioni, opinioni, vulnerabilità. Non mira necessariamente a eliminare un nemico. Può bastare alterarne la percezione, orientarne le scelte, inserirlo in un ambiente informativo costruito su misura.
È qui che Prandi introduce una delle immagini più efficaci del libro: la giornata tipo di una spia virtuale. Non un agente in impermeabile, ma un sistema di intelligenza artificiale che scandaglia fonti aperte, profili social, conversazioni pubbliche, tracce digitali. Cerca segnali di frustrazione, ambizione, solitudine, debolezza economica, risentimento. Poi adatta il linguaggio, costruisce familiarità, misura le reazioni. La spia non forza una porta. Entra nella mente per approssimazioni successive.
Il punto non è stabilire se questo scenario esista già in quella forma compiuta. Il punto è che i suoi ingredienti sono già disponibili. I dati ci sono. I modelli linguistici anche. Le tecniche di persuasione sono note. Le piattaforme hanno abituato miliardi di persone a raccontarsi, cercare conferme, chiedere consigli, esporsi. L’intelligenza artificiale aggiunge scala, velocità e mimetismo.
Da qui nasce la nuova guerra cognitiva, che nel libro viene letta soprattutto attraverso il confronto fra Stati Uniti e Cina. Washington ha il vantaggio dell’ecosistema privato: piattaforme, cloud, università, big tech, industria della difesa. Pechino dispone di un’altra forza: integrazione fra Stato, aziende, manifattura, hardware, sorveglianza e robotica. Da una parte il mercato; dall’altra il coordinamento. In mezzo, le democrazie, costrette a difendersi senza diventare simili a ciò che temono.
È una delle domande più serie poste dal libro: fino a che punto una democrazia può usare strumenti di manipolazione per contrastare la manipolazione altrui? Se un algoritmo individua una persona fragile e la considera una potenziale fonte, siamo ancora nel campo dell’intelligence o siamo entrati in quello della predazione psicologica?
Il capitolo 3 rende il quadro ancora più inquietante perché lo porta dentro la vita quotidiana. Robot, device e giochi non sono più semplici oggetti. Sono sensori. L’Ia più pervasiva, suggerisce Prandi, non sarà quella visibile nella finestra di una chat. Sarà quella che smetteremo di notare: auricolari, occhiali, anelli, orologi, fasce per dormire, dispositivi per meditare, robot domestici, giocattoli intelligenti.
È la sorveglianza con il volto della comodità. Paghiamo per essere misurati. Vogliamo dormire meglio, correre meglio, respirare meglio, studiare meglio. In cambio cediamo dati sempre più intimi: battito, voce, posizione, sonno, stress, umore, attenzione. Il vecchio consenso informato appare insufficiente. Non basta più accettare una privacy policy se ciò che viene raccolto non è soltanto un dato, ma un indizio della nostra condizione mentale.
La parte sui giocattoli intelligenti è forse la più inquietante. Un peluche o un robottino dotato di Ia può parlare con un bambino, rispondere, ricordare, consolare, indirizzare. Ma può anche raccogliere conversazioni, generare dipendenza, trasmettere valori, incorporare propaganda. Quando l’ideologia entra nel giocattolo, la guerra cognitiva scende all’altezza di una cameretta di un bambino.
Prandi insiste su un punto decisivo: i bambini non hanno ancora gli strumenti per distinguere una relazione da una simulazione di relazione. Se un oggetto li chiama per nome, li ascolta, li gratifica, li intrattiene senza stancarsi, quel dispositivo non è più soltanto un prodotto. È un ambiente educativo privato, opaco, commerciale.
Il discorso sui robot domestici e umanoidi chiude il cerchio. Qui la Cina appare in vantaggio non solo per ambizione politica, ma per capacità industriale. Sensori, batterie, motori, catene di fornitura, fabbriche, dati del mondo fisico: sono questi gli elementi che permettono all’intelligenza artificiale di uscire dallo schermo ed entrare nello spazio. Un chatbot può persuadere. Un robot può ascoltare, muoversi, mappare una casa, interagire con corpi e oggetti.
È questa la forza di Fuori controllo: mostrare che la questione dell’Ia non riguarda solo server remoti e grandi laboratori. Riguarda il polso, l’orecchio, il salotto, la camera dei figli. La geopolitica non passa soltanto dai semiconduttori e dai cavi sottomarini. Passa anche dall’aspirapolvere che disegna la pianta di casa, dall’orologio che conosce il nostro battito, dal giocattolo che risponde a un bambino.
Il libro ha un tono allarmato, talvolta volutamente incalzante. Ma il suo merito è non fermarsi alla denuncia. La domanda che pone è politica: quale parte della nostra autonomia siamo disposti a cedere in cambio di efficienza, conforto, intrattenimento?
Nelle conclusioni, “Il cielo stellato sopra di me”, Prandi allarga lo sguardo allo spazio, alla difesa, all’uso militare dell’intelligenza artificiale. Dal chatbot al satellite, dal peluche alla portaerei, il filo è sempre lo stesso: il controllo non si perde tutto insieme. Si consegna un pezzo alla volta.
La spia del futuro, suggerisce questo libro, potrebbe non entrare di nascosto. Potrebbe arrivare in una scatola elegante, con un’app da scaricare e una promessa di benessere. E siamo stati semplicemente noi a volerla e a comprarla.

