Crescono le tensioni all’interno della Nato. Il portavoce presidenziale turco, Ibrahim Kalin, ha lasciato chiaramente intendere che Ankara non è ancora disposta ad accettare la Svezia all’interno dell’Alleanza atlantica. Una situazione che causerà prevedibilmente l’irritazione di Washington.
“Stoccolma è pienamente impegnata ad attuare l’accordo firmato lo scorso anno a Madrid, ma il Paese ha bisogno di altri sei mesi per scrivere nuove leggi che consentano al sistema giudiziario di attuare le nuove definizioni di terrorismo”, ha dichiarato sabato Kalin, parlando a Istanbul, per poi aggiungere che il governo di Stoccolma deve far capire alle “organizzazioni terroristiche che la Svezia non è più un rifugio sicuro per loro e che non saranno in grado di raccogliere denaro, reclutare membri e impegnarsi in altre attività”. “Abbiamo un problema di tempo se vogliono entrare a far parte della Nato prima del vertice Nato giugno”, ha precisato, riferendosi al fatto che, il prossimo maggio, in Turchia si terranno le elezioni presidenziali. “Dato che il parlamento andrà in pausa qualche tempo prima delle elezioni, si prevede un lasso di tempo di 2 – 2,5 mesi per fare tutto questo”, ha chiosato.
Insomma, Recep Tayyip Erdogan continua a tirare la corda sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Ricordiamo che il presidente turco aveva posto come condizione per il suo ok il fatto che Stoccolma ed Helsinki attuassero una linea dura contro i curdi. Ora, questo tira e molla rischia seriamente di indebolire l’Alleanza atlantica al suo stesso interno, nonché in termini di deterrenza nei confronti della Russia nel pieno della crisi ucraina. Una situazione che chiama (per l’ennesima volta) in causa l’ambiguità e la spregiudicatezza del sultano.
Non dobbiamo infatti trascurare che, dal 2017, Erdogan si è man mano avvicinato a Vladimir Putin nei settori di energia e difesa. Non solo. Nonostante gli interessi divergenti di Turchia e Russia su vari dossier geopolitici (dalla Libia alla Siria), i due leader sono spesso riusciti a mettere in campo un meccanismo di cooperazione abbastanza efficace. È d’altronde proprio tale meccanismo che ha consentito la spartizione de facto della Libia. Senza poi dimenticare che Mosca sta attualmente mediando, per favorire un disgelo tra Damasco e Ankara: un disgelo che, ragionano assai probabilmente al Cremlino, è finalizzato a rinfocolare le tensioni tra Turchia e Stati Uniti e a indebolire pertanto la stessa Alleanza atlantica.
Tutto questo deve essere considerato come un’opportunità dal nuovo governo italiano. Giorgia Meloni ha già giustamente fatto presente sia a Jens Stoltenberg sia a Joe Biden la necessità di una maggiore attenzione al Mediterraneo. In questa linea, è quindi urgente che Palazzo Chigi solleciti un rilancio del fianco meridionale della Nato, in cui Roma possa finalmente svolgere un ruolo di leadership, anche in considerazione delle pericolose ambiguità filorusse di Ankara e (in parte) della stessa Parigi. L’attuale Casa Bianca se ne renderà finalmente conto? Negli scorsi mesi, Biden si è mostrato significativamente arrendevole nei confronti di Erdogan. Ma, visti i nuovi sviluppi sulla questione di Svezia e Finlandia, l’amministrazione americana potrebbe finalmente cambiare linea. E decidere di scommettere maggiormente sull’Italia.
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