Il vertice tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, si è concluso alle 15 di ieri, dopo circa due ore di incontri a porte chiuse presso una residenza presidenziale di Istanbul. Alla riunione hanno partecipato i vertici dei servizi segreti di entrambi i Paesi, Ibrahim Kalin per la Turchia e Jeffry Flake in rappresentanza della Cia. Prima dell’incontro con Erdogan, Blinken ha avuto un colloquio di quasi due ore con il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. Durante il loro colloquio a Sanaa e in altre città dello Yemen, secondo al-Masirah Tv (il canale televisivo statale gestito dagli Huthi), due milioni di yemeniti hanno partecipato alla marcia di solidarietà per i palestinesi «Il sangue del popolo libero sulla strada della vittoria». Mentre nella capitale yemenita alcuni funzionari Huthi hanno preso la parola e hanno affermato: «Siamo pronti a combattere gli Stati Uniti».
In base a quanto reso noto dal ministero degli Esteri di Ankara, il dialogo tra Fidan e Flake ha avuto come argomento principale le operazioni militari israeliane e la crisi umanitaria in corso nella Striscia di Gaza. I due hanno anche parlato dell’allargamento Nato alla Svezia, il cui destino è legato alla ratifica da parte del Parlamento turco. Si tratta della prima tappa della missione che porterà Blinken in diversi Paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo nei prossimi giorni. Il capo della diplomazia Usa sta per partire alla volta della Grecia e lunedì sarà in Israele.
Sempre sul fronte diplomatico, Joseph Borrell, Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, in visita in Libano ha parlato di Gaza e della necessità di arrivare a una soluzione a due Stati per il conflitto. «Le persone a Gaza non sono solo sotto le bombe, stanno morendo di fame. Gaza fa parte di una più ampia questione palestinese. L’Unione europea sta concentrando tutti i suoi sforzi su una soluzione a due Stati. Gaza sarà parte dello Stato palestinese», ha detto Borrell che oggi arriva in Arabia Saudita. Nel corso dell’incontro con Borrell il primo ministro libanese, Najib Mikati, ha detto che «qualsiasi bombardamento su larga scala nel Sud del Libano porterà ad un’escalation diffusa». Mentre Borrell e Mikati discutevano, dal Libano sono stati lanciati sessantadue missili contro Israele, senza provocare vittime né feriti e come riferiscono le Forze di difesa israeliane (Idf), «le sirene d’allarme hanno suonato in novanta comunità del Nord del Paese». I razzi hanno bersagliato la zona del Monte Meron e le aree di Metula e Margaliot, come ha rivendicato Hezbollah in un comunicato nel quale ha parlato di «una risposta iniziale al criminale assassinio del grande leader Sheikh Saleh al-Arouri», ucciso a Beirut martedì scorso. Il gruppo sunnita libanese Jamàa Islamiya, affiliato libanese dei Fratelli musulmani, ha rivendicato il lancio di due salve di razzi indirizzate verso Kiryat Shmona, situata nel Nord di Israele. Israele ha risposto con una serie di attacchi nel Sud del Libano e l’Idf ha affermato che i loro aerei da combattimento «hanno attaccato una serie di siti gestiti da Hezbollah nelle aree di Aita al-Sha’ab, Yaron e Ramya. Tra gli obiettivi c’erano un sito di lancio e alcuni edifici militari». E sempre ieri i soldati israeliani hanno ucciso i comandanti del battaglione di Hamas che ha condotto il massacro nel kubbitz Be’eri, uno degli attacchi più sanguinosi dello scorso 7 ottobre. Lo riferiscono Idf e lo Shin Bet spiegando che il comandante del battaglione Nuseirat di Hamas, Ismail Siraj, e il suo vice, Ahmed Wahaba, sono stati uccisi in un attacco aereo in serata nella Striscia di Gaza. La nota congiunta aggiunge che Siraj in precedenza era stato comandante della compagnia militare Nukhba di Hamas ed era anche coinvolto nella produzione di razzi.
Mentre in Iran non si placano le polemiche sulle falle nella sicurezza dopo l’attentato terroristico dell’Isis del 3 gennaio scorso a Kernan, ieri il regime ha provato a rialzare la testa annunciando «l’arresto di undici persone coinvolte nel complotto», per poi minacciare nuovamente Israele, e non solo… Durante una cerimonia nella città portuale di Bandar Abbas, nella costa sud dell’Iran, il comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane Hossei Salami ha affermato: «Stiamo affrontando una battaglia a tutto campo contro il nemico, lo raggiungeremo ovunque».
La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha presentato la nuova imbarcazione «Abu Mahdi» e cento lanciamissili. Salami non ha nominato «il nemico», ma è noto che ben 22 nazioni hanno accettato di partecipare a una coalizione guidata dagli Stati Uniti per proteggere il traffico commerciale nel Mar Rosso dagli attacchi del movimento Houthi dello Yemen, altra propaggine dall’Iran. Il comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha poi ulteriormente mostrato i muscoli: «Dobbiamo difendere i nostri interessi nazionali ovunque si estendano e sarebbe dannoso per il nemico trovarsi vicino e a mezza distanza. Dovrebbero stare lontani da questa zona». Si prefigura, quindi, la chiara volontà di Teheran di andare allo scontro con la coalizione internazionale impiegata nel Mar Rosso.
Mentre le trattative segrete sugli ostaggi e il possibile cessate il fuoco non avanzano, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) delle Nazioni Unite ha lanciato un appello urgente per raccogliere 63 milioni di euro per sostenere i territori palestinesi. In un comunicato l’Oim afferma: «Centinaia di migliaia di civili hanno un disperato bisogno di aiuti, che sono ostacolati da lunghe procedure di sgombero per i camion umanitari al confine e dalle intense operazioni di combattimento». Poi l’Oim scrive che «le frequenti interruzioni delle reti di comunicazione hanno inoltre impedito il coordinamento degli aiuti umanitari, così come l’insicurezza».
Infine in un videomessaggio, il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha chiesto al segretario di Stato degli Usa di «sfruttare la sua missione nella regione per fermare l’aggressione contro i palestinesi e far sì che termini l’occupazione dei territori palestinesi».
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