«Eppure è sempre vero anche il contrario». La filosofia presocratica di Bellavista, che Luciano De Crescenzo trasformò in alcuni libri comici di successo, è applicata molto seriamente dal governo nella stagione dei voltafaccia. Raramente in passato – neppure in certe manovre di Clemente Mastella o nei bizantinismi di Antonio Cariglia – si era notata una disinvoltura simile a quella di Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e Matteo Renzi nel passare dalla pasta al sugo a quella al burro e viceversa. A dare l’imprinting dell’anguilla è la natura stessa dell’esecutivo, che vede il suo simbolo in Giuseppe Conte, colui che giocò senza alcun imbarazzo il primo tempo con la maglia del Milan e il secondo con quella della Juventus.
Si nota così una coazione a ripetere, perfino una certa coerenza nel cambiare idea scientificamente su tutto con la velocità cromatica del camaleonte e la faccia come da memorabile titolo di Cuore (quello che aveva per occhiello la frase: «Dopo un giro di consultazioni, ecco la nostra serena analisi»). Il voltafaccia di Di Maio sull’incriminazione di Matteo Salvini per la vicenda della nave della Guardia costiera Gregoretti (quella dei 131 migranti bloccata fuori dal porto di Augusta in Sicilia) è solo l’ultimo esempio. Il tribunale dei ministri ha chiesto l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro dell’Interno per sequestro di persona, esattamente come era accaduto per la nave Diciotti in febbraio. Allora i grillini (pur con i mal di pancia dell’ala sinistra di Roberto Fico) votarono No e Di Maio commentò: «Da ministro, Salvini ha agito per tutelare l’interesse nazionale».
Oggi il caso è identico, ma la coalizione di governo è un’altra. Così lo stesso Di Maio di fronte allo stesso atto dello stesso Salvini, ministro nell’esercizio delle stesse funzioni, argomenta: «Voteremo Sì perché è cambiato lo scenario. Allora bloccammo la Diciotti perché l’Europa non ci ascoltava. Facemmo la voce grossa e riuscimmo a ottenere la redistribuzione in altri paesi europei. Il blocco della Gregoretti invece non fu deciso dal governo, ma dal ministro dell’Interno. In questo caso l’interesse pubblico prevalente non c’era, fu un’azione di propaganda personale».
Per Di Maio nulla fa giurisprudenza, ogni mattina si riparte da zero a seconda delle convenienze; la lezione di opportunismo politico è da laurea magistrale. È una stagione così, appesa alla recita a soggetto, e non da oggi. Difficile non ricordare la più omerica conversione a U della maggioranza, il Mes. Pd e Movimento 5 stelle in primavera erano assolutamente contrari alla riforma, salvo votarla alcuni giorni fa con cappotto e guanti quando si sono accorti che il Fondo Salvastati era diventato la linea Maginot del governo.
Il dietrofront più pinocchiesco riguarda alcuni pasdaran del partito che vanta come padre nobile quell’Enrico Berlinguer della questione morale. Ecco la questione morale di Lia Quartapelle, leggiadra teorica del Comma 22. Nel giugno 2019 (sei mesi, non sei anni fa) dopo aver consultato la batteria di economisti a sinistra di Maynard Keynes interveniva in aula a nome del partito con queste parole: «L’idea che gli Stati europei a maggioranza possano ristrutturare il debito italiano penalizzerebbe pesantemente il nostro Paese». E chiedeva al premier Conte di chiarire la sua posizione. «Sta con l’Italia o con chi altro?». L’11 dicembre, dopo aver votato il pacchetto pro-Mes con tutti i dem in allegria, ha commentato: «Non era la mia opinione, ma un modo per mettere in guardia su un rischio vero che correva il nostro Paese».
Eppure è sempre vero anche il contrario, come insegnano sul tema – da docenti universitari – i pentastellati. I quali nel programma di governo avevano inserito la liquidazione del Mes («Il Movimento 5 stelle si opporrà in ogni modo ai ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme che comportano la svendita degli asset del Paese e si impegnerà alla liquidazione del Mes») e poi lo hanno votato, con il solito Di Maio a giustificare «la logica di pacchetto». Pacchetto di mischia.
Ormai sono saltati i freni inibitori e smentire al pomeriggio ciò che si era solennemente deliberato al mattino è il nuovo sport nazionale. Prendete il referendum sul taglio dei parlamentari. Ha ottenuto il quorum grazie alle firme (oltre che di Forza Italia) dei rappresentanti di Pd e M5s, i due partiti che in ottobre hanno votato a maggioranza per il taglio dei parlamentari. Far finta di togliere per poi rimettere. In confronto la vecchia casta era un coro di voci bianche.
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