Su Disney+ torna la leggenda di Obi-Wan Kenobi

Disponibile dal 27 maggio con sei episodi su Disney+, la serie è quel che è stato The Mandalorian, The Book of Boba Fett. È figlia di un successo acclarato, di una saga – Star Wars – che ha saputo farsi mito.

Sono le stesse immagini del film, le immagini della trilogia prequel, ad aprire il primo episodio di Obi-Wan Kenobi, e sono quelle stesse immagini, immagini già viste al cinema, su schermi che si credevano esclusivi, a suggellare per primi la complementarietà della saga e delle serie di cui è madre. Obi-Wan Kenobi, disponibile su Disney+, è quel che è stato The Mandalorian, The Book of Boba Fett. È figlia di un successo acclarato, di una saga – Star Wars – che ha saputo farsi mito. Ma, come nelle famiglie degli esseri umani, quelle in cui è necessario diventare altro dai propri genitori per trovare un’identità individuale, Obi-Wan Kenobi non rispetta i limiti narrativi delle Guerre Stellari. Non del tutto, almeno. Lo show, il primo in cui Ewan McGregor sia tornato a vestire i panni dello jedi, comincia dieci anni dopo l’Episodio III, Star Wars: La vendetta dei Sith. E sono le immagini drammatiche di quella pellicola a ricordare cosa sia accaduto: il tradimento di Anakin Skywalker, la sua adesione al Lato Oscuro, la trasformazione in Darth Vader e la delusione di Obi-Wan Kenobi, un tempo mentore e padre putativo di quell’agnello diventato diavolo. Obi-Wan Kenobi – bravo, bravissimo Ewan McGregor – è un uomo senza più fede, deciso a vivere in povertà su Tatooine. Due soli pensieri lo ossessionano, ed entrambi hanno sembianze umane. Luke e Leila, figli gemelli di Anakin Skywalker, sono stati affidati alle cure di persone care. Ma Obi-Wan Kenobi, di cui McGregor riesce ancora una volta a ricostruire la natura duale, il cinismo e insieme il tormento – a quei ragazzi pensa e ripensa. E tanto grande è il pensiero da sovrastare quel che più dovrebbe interessargli, la minaccia degli Inquisitori, incaricati di stanare ogni Jedi sopravvissuto.

Gli Inquisitori sono tanti, ma uno, nel racconto televisivo di Obi-Wan Kenobi, è destinato a prendere il sopravvento. La Terza Sorella, la Reva di Moses Ingram, sembra essere l’antagonista designata dello show: colei che è stata chiamata a riempire le esigenze della serie prima che si consumi lo scontro finale, quello fra Kenobi e il fu discepolo, Darth Vader. Reva, a onor del vero, non è la più riuscita fra le cattive. Il personaggio, nei primi episodi della serie televisiva, appare stereotipato, i dialoghi deboli. Ma altro riempie le lacune. McGregor, i costumi, il trucco e la familiarità dei luoghi, la geografia di Star Wars, ormai così ben nota, e la capacità di estenderne i confini, fino a comprendere altri Paesi, altre persone.

Obi-Wan Kenobi, la serie, si muove su un doppio binario: tradizione e innovazione. È volontà di approfondimento, una volontà cui il cinema – da solo – non è più in grado di far fronte ed è risposta alla curiosità delle migliaia di appassionati. Ed è esaurimento, l’intenzione di sfruttare lo sfruttabile per dar vita e fenomeni che possano avere il traino del nome («Star Wars», abusato richiamo) e la possibilità di creare nuovi immaginari, nuove storie, trame inedite. La Disney, questo, lo fa da tempo. Lo fa con la Marvel, giocando sull’apparente interscambiabilità di cinema e piattaforme streaming, e lo fa con Star Wars, di cui ha annunciato i nuovi progetti. Accanto a Boba Fett, a The Mandalorian e Kenobi, anche Cassian Andor – apparso in un solo film e lì morto – è stato campionato per una serie che sia sua, e sua soltanto. Andor, con Diego Luna, debutterà il 31 agosto e qualcuno già protesta. Sembra inutile, immeritata, una serie che nessun racconto cinematografico può giustificare. Gli affezionati si sono detti sgomenti, e, forse, hanno pure diritto a esserlo. Ma Andor, la serie che a priori si sono sentiti in dover di criticare, è in realtà l’emblema perfetto del compresso disneyano: sfruttare vecchi mondi per appagare fan ormai consolidati («vecchi», risulterebbe antipatico) e, nel contempo, dar vita e corpo a nuovi eroi, nuovi mondi, nutrire nuovi immaginari e darli in pasto a nuovi, tecnologici, spettatori.

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